la Grazia, il buco di San Giuseppe e lo scolapasta

Voglio rispondere pure io alla bellissima inchiesta su come sarà il romanzo del XXI secolo, sarò sintetico oltre ogni limite.

Per me il romanzo del XXI secolo sarà la traduzione in parole di questo:

L’altare di Merode di Robert Campin è già stato analizzato in lungo e in largo, sino a diventare metafora dello stesso processo interpretativo.

Il lettore è Giuseppe, intento a forare quel pezzo di legno, i critici saranno i due committenti, che cercano invano di cogliere il mistero dello scrivere, la Grazia è lì, quel pargolo divino che scende dalla prima finestra senza infrangere il vetro, l’autore è l’uomo col cappello e la barba, lì sullo sfondo a vedere che visione del mondo ha prodotto il suo romanzo.

Come sarà il romanzo prossimo venturo è una domanda pericolosa e fuorviante, tanto da non poter essere schivata: dovrà essere un romanzo capace di fare memoria di quello che è stato, della storia millenaria della scrittura che già Platone stigmatizzò e profumò col suo periodare perfetto, sarà un romanzo sapido, non ci saranno morali da cogliere né enigmi da risolvere. Incarnerà la voce del tempo che l’ha prodotto, sarà un romanzo soglia.

Attizzerà la nostra capacità di meraviglia, ci farà volare e sarà uno scolapasta noetico, ci aiuterà a nettare i pensieri, quei pensieri che ci allontanano dall’essenziale.

Saranno romanzi che faranno quello che hanno fatto i loro predecessori, incarneranno indispensabili stazioni di servizio per il nostro vagare, e così anch’essi ci riconfermeranno le parole di Elio Vittorini:

"Quanti libri non sono che prefazioni dalla prima all’ultima pagina? Quanti che abbiamo pur letto come se fossero opere, e in cui, come se fossero dimore abbiamo lasciato abitare a lungo la nostra mente, non sono invece altro che una soglia? Ora me ne accorgo. E non me ne rammarico, accorgendomene, di essere caduto in una specie di inganno. Non intendo dire che siano libri ingannevoli. Piuttosto mi rallegro di avere, da essi, una prova che il nostro spirito è meno pesante di quello che pensiamo: capace non di pretendere, per suo luogo di soggiorno, una casa vera e propria, e di posare il suo capo, come un vagabondo, contro uno stipite, contro uno scalino"

Elio Vittorini, Prefazione al Garofano rosso, Mondadori, Milano 1948

E forse alla fine pure noi arriveremo a dire: "Che importa? Tutto è grazia".
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