che importa? tutto è grazia

Mia madre, quando io ero bambino parlò con lo psicologo scolastico.
Questi gli disse, scherzando, che per la mia indole io avrei potuto fare due cose bene: il brigatista rosso o il prete. Quando all’Università frequantavo Democrazia Proletaria sembrava dovessi spostarmi più verso la prima e poi, approfondendo la mia ribellione interna (meno esterna: sembro un tipo mooolto tranquillo in apparenza, come il lupo vestito con la cuffietta di Cappuccetto Rosso…), capii che la vera rivoluzione stava – per me, almeno – da un’altra parte. Mi è costato fare questa scelta e molto e moltissimo (ma lascio i dettagli alla mia vita privata). Ed eccomi qua. Non che lo spirto guerrier ch’entro mi rugge si sia placato. Anzi! Ma ho capito (io, personalissimamente, per carità!) che la vera ribellione nasce dal cuore e dallo sguardo. Ruben Gallego è per me un rivoluzionario pazzesco, ad esempio.

Tuttavia, venendo al discorso principale, comunque che non esiste un’unica sensibilità cristiana in ambito letterario. La mia è pure minoritaria, forse. Da sempre la critica letteraria cattolica è stata vicina non allo sguardo fresco sul mondo ma allo sguardo patito, sofferente, dolente. A tal punto da essere accusata di dolorismo. Quante volte a dominare nello sguardo critico del critico cattolico è stato il peccato e non la grazia, il dolore e non la gioia di vivere, la detresse della condizione umana e non la forza e l’energia dell’essere al mondo! La posizione "ottimistica" è stata spesso vista con sospetto, identificata con un atteggiamento rousseauiano da "buon selvaggio".

Quindi: ognuno fa la rivoluzione che si merita!

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