Una copula quasi infinita tra carne e idea

L’articolo del nostro tecnogesuita ha prodotto una serie di rimbalzi interessanti. Qui quello di Caliceti, qui quello del cabalistico Colombati.
Mentre aspetto che lieviti per bene anche una mia possibile risposta, riporto qui le belle obiezioni di Costantino Simonelli.

Ho seguito un po’ del dibattito provocazione su cosa ci si aspetta dalla narrativa prossima ventura. E’ difficile rispondere a certe domande, mi rendo conto. Da lettori è difficile, figuriamoci da critici che fanno questo per mestiere. A loro, credo, venga più facile la nausea da abbuffo. Perché hanno mangiato e sperimentato di tutto. Hanno letto e riletto di tutto. Specie il pre ed il post cotto di duemila anni di letteratura in cui poi i crucci dell’uomo che ha la fregola di mettere penna su foglio per spiegarsi e spiegare il visibile e l’invisibile, alla fine sono sempre gli stessi, i crucci.
Allora si decide di giocarsi tutto sulla visuale d’osservazione. Ed è giusto. Non si può fare diversamente.
Allora, tra i vari interventi che ho letto e nel mezzo dell’idea che mi sono fatto di quello che vorrei leggere nel mio prossimo futuro, io accetto di buon grado "lo sguardo fresco ed ingenuo" di Antonio. Se io cerco nella lettura un percorso di problematica consolazione, questo sguardo fresco mi calza a pennello.
Ma se io fossi un lettore più problematico della stessa problematica consolazione della mia lettura? Se fossi appena un po’ più disperato che sperante? Se avessi bisogno, umanamente, di vedere la disperazione di fondo e di altri tanti esempi realizzati dalla letteratura, confrontata con la mia vita, e da questa letteratura di confronto sentirmi sollevato, salvato? Vale, mi serve ancora o mai, questo processo di scrittura con sguardo fresco ed ingenuo? Non può essere solo una operazione semplificante e mistificante?

Io cito solo "Delitto e castigo" a mia perplessità in merito all’assoluta efficacia della letteratura dallo sguardo ingenuo. Delitto e castigo può essere salvifico, per certe realtà di uomo, quanto lo sguardo fresco ed ingenuo di Chesterton. Con un percorso forse a pendio più elevato, forse.
Sicuramente Antonio non vuole intendere questo col suo "sguardo ingenuo" ma, involontariamente, la cattiva interpretazione di quanto vuole dire può creare una schisi ed un disagio quando tutto si può interpretare come voglia di alienazione dal reale e dal quotidiano. Specie se si pensa a quanta letteratura è oggetto della osservazione, quasi microscopica e sperimentale da parte degli scrittori, senza che i soggetti sotto microscopio abbiano altrettanto diritto di replica. Per spiegarmi meglio, visto che si è citato Robinson Crosue e si è detto che la parte migliore del romanzo è l’annovero di ciò che di cose si è salvato dal naufragio e non si è pensato nemmeno un poco a cosa avesse significato per un naufrago aver trovato un Venerdì, allora io capovolgo il tutto. E avrei voluto tanto che Venerdì fosse stato capace d’una scrittura altrettanto efficace quanto quella del suo padrone, per descrivercelo come lo vedeva lui. Quello sì che sarebbe stato uno sguardo fresco ed ingenuo.
Ma la realtà non è così. Lo scrivere non è così.

La scrittura è una sottostruttura di terza categoria rispetto al pensato e al parlato.
In ogni scrittore, anche il più onesto con se stesso e con gli altri, c’è un sostanziale artificio per apparire.
Anche questo, contrasta un po’ con lo sguardo fresco che propugni tu.
E tuttavia, in questo marasma di contraddizioni si vive lo stesso ed in una proiezione non verticale ma, seppure obliqua, talora serpiginosa, verso l’alto.
Io stasera ho visto a cinema "Memorie di una gheisha". Una di quelle cose che ti restano. Che dovrebbero restare – non solo e non tanto il film in se, seppure bellissimo – a testimonianza che l’uomo è educabile a valori superiori, sino al salvabile.

Alla fine di tutto questo argomentare scemo, vuoi la perla di questa scemità? Te la sintetizzo in una lapidaria risposta al quesito iniziale.
– Cosa vorresti dal romanzo del 2006?
Nulla di più di quanto non c’è stato già o non ci sarà ancora: una penetrazione del sogno, dell’immaginazione, dell’ idea, nella realtà. Poi, subito dopo, una retrazione contrita, disfatta. E, subito dopo ancora, un’ altra penetrazione, più convinta, più turgida, più seminante. Una copula tra carne e idea, quasi infinita.

Costantino Simonelli

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