uno «sguardo fresco» sulla realtà

da Avvenire, 4 gennaio 2006

LE SFIDE DEL 2006


Romanzo, che cosa resta?
Spadaro: Vorrei uno «sguardo fresco» sulla realtà
Cerco nella nuova narrativa italiana altrettanti «Robinson Crusoe»: dopo il naufragio fece l’elenco di ciò che si era salvato

Parlando con Davide Bregola, l’autore di Racconti felici, poche settimane fa dicevo che ci vorrebbe qualcuno che si dedicasse alla compilazione di una "antologia dello sguardo fresco". Al di là della battuta, sarebbe interessante se qualcuno si impegnasse a trovare tra le narrazioni d’oggi pagine in grado di comunicare uno sguardo ingenuo sulla realtà, da quella migliore e solare a quella più dura e tragica. È tutta questione di sguardo. Valutare una narrazione significa valutare uno sguardo e la sua adeguatezza. Per lo scrittore tutto trova verifica nel suo occhio. È questa, infatti, la domanda che sempre mi pongo davanti a un libro: cosa vede? cosa mi fa vedere? come me lo fa vedere?

Ho davanti una manciata di romanzi italiani del 2005. Ammetto che, dopo anni di vivo interesse per la nuova narrativa del nostro Paese, ho fatto una certa fatica nel frequentarne le pagine nell’ultimo periodo. Era come se avessi bisogno di uno spazio più ampio, di sguardi più ariosi e limpidi di quelli che avevo davanti. Li ho trovati in altre letterature. In realtà spero che questa sensazione negativa passi in fretta. So però che cosa l’ha generata. Cercherò di spiegarlo. Prendo lo spunto da ciò che Enrico Palandri ha recentemente affermato in un suo saggio su Pier Vittorio Tondelli: «La letteratura offre forse l’immagine più fasulla della storia, proprio perché è sia sognatrice che vittima della vanità di spiegare. Cerca di dare senso a un fantasma, allo spirito del tempo, quando invece sciagure e catastrofi si abbattono costantemente su di noi senza nessuna ragione…». È una frase perfetta nella sua negatività, e contiene una "visione" ben a fuoco: il tutto, la realtà, sarebbe irragionevole, e la letteratura sarebbe vittima della vanità di spiegare.

Ho litigato a lungo con questa frase per me indigeribile. Questo mi ha aiutato a prenderla sul serio, a scavarla dal di dentro. Mi ha pure ricordato che proprio Tondelli venticinque anni prima aveva parlato di una "fiducia nella letteratura" che riconosce come sia «possibile affidare alla letteratura, al libro, la comunicazione di una propria esperienza e di un proprio linguaggio reali». Mi riconosco decisamente in ciò che aveva scritto Tondelli, sebbene in altri tempi rispetto a quelli attuali: la letteratura è la comunicazione di un’esperienza. Non è vana volontà di spiegare, ma è visione ed esperienza del mondo.

Prendo le espressioni di Palandri e di Tondelli, due degli autori italiani maturati negli anni Ottanta, come paradigmatiche per l’oggi. Credo che sia quanto mai urgente che lo scrittore si scrolli di dosso l’unico compito che sembra essergli proprio: quello di smascherare il volto negativo e drammatico della realtà, intesa necessariamente come crudele e tragica. È vero, i nostri tempi non sono allegri: alle spalle abbiamo il naufragio, e forse il naufragio è sempre in atto. Tuttavia credo che quella dell’indignazione o della rassegnazione non sia la strada obbligata, come molti sembrano credere. Esiste un compito molto più propositivo (o forse anche "epico", perché no?): quello di far fare un’esperienza nuova della realtà, del mondo, della vita. Il grande e dimenticato G. K. Chesterton, ricordando la lettura del Robinson Crusoe, affermava che la parte più bella di quel libro è la lista degli oggetti salvati dal naufragio. Aveva ragione perché essa lo aiutò a comprendere come un buon esercizio per lo scrittore è quello di ricordare come tutte le cose sono sfuggite per un capello alla perdizione: tutto è stato salvato da un naufragio.

Ecco cosa mi aspetto dalla nuova narrativa italiana, ecco ciò di cui sono alla ricerca: pagine libere dalla stanchezza del rancore e del fallimento necessario, dal torpore del sentimentalismo, dalla banalità del puro gioco delle forme; pagine che conoscono la perdizione del naufragio, ma anche la grazia della salvezza; pagine che sappiano guardare alla realtà così com’è, senza rimedi e senza l’airbag della militanza indignata o colta. Penso, ad esempio, alle pagine di uno scrittore "esistenzialista" come lo svedese Stig Dagerman (indicibilmente superiori a quelle di Jean-Paul Sartre). Mi ha colpito al riguardo una affermazione di Marco Mancassola, scrittore che ha appena attraversato la soglia del trentesimo anno. Egli pensa che in questi decenni la letteratura abbia «perso qualsiasi residuo di innocenza». È vero. Tuttavia non è vero, come egli invece sostiene, che «invocare oggi il ritorno della sincerità nella scrittura potrebbe essere antistorico». Il ritorno della sincerità, dell’ingenuità, dell’innocenza è possibile, anzi: è indispensabile. È l’unico modo per non perdere l’orrore e la grazia della vita.

Antonio Spadaro
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