Demetrio Paolin. romanza d’amore

L’anno scorso scrissi una poesia, ma che io chiamai romanza d’amore.
Parla del lavoro, non parla proprio del mio lavoro, ma parla del lavoro come io lo sento e lo vedo dal mio privilegiato cantuccio di ufficio stampa di una grande sigla sindacale.
Quindi è autobiografica nel senso che questo operaio non è meno vero che la Tiziana di Silvia.

Poi vorrei dire una cosa in generale prima che leggiate la mia poesia. Io credo che l’amore per ciò che si studia, lo "studio" per ciò che si studia prescinda dal nostro lavoro, da quello che facciamo. Non credo che realizzarsi equivalga a fare ciò per cui ho studiato. Non lo penso, veramente.
Io ho studiato dante e compagnia e mi ritrovo a fare i conti con cassa integrazione, politiche di genere, lavori precari etc etc. Non mi sono mai illuso che dante mi avrebbe dato il pane, ho coltivato dante come qualcosa di importante per me, che prescinde il lavoro.

io penso che la realizzazione sia la possibilità del lavoro ben fatto; ecco.

Un muratore, che pure a studiato hegel, si sentirà realizzato se il muro che ha tirato su, su ci rimane.

ecco ora la poesia, forse qualcuno di voi lo scorso anno non la lesse.

operaio cassa integrato

Passerà – mi dissero – passerà
e fu un crampo
segreto per i giorni a venire.
Dissero:
ti faremo sapere
quando come perché
intanto contentati del poco
che prendi.
Il settanta percento – dicono e scandiscono
come piccole luminarie che si spengono –
il-set-tan-ta-per-cen-to.

E sorridono
con gli occhi furbi, mentre io gli ho dato
le mie mani
loro il resto di niente.

E’ una situazione
straordinaria.
Farete le vacanze di natale più lunghe
farete le ferie agostane fino a settembre –
e le parole si allungano dietro
le squame delle loro valige di pelle.

Mi piacciono
contente le loro agende rigonfie
come seni di madre

e le loro stilografiche
che firmano
mobilità ed esuberi
cig e cigo
job placement
delocalizzazioni
e ristrutturazioni.

Chissà
che ne sarà di noi dopo dicembre
quando si spegneranno le luci delle vetrine
e si chiuderanno
le porte delle chiese
e il presepe sarà
messo in soffitta
e la fitta alla mia carne sarà forse l’ultima –
pensavo. E così sono salito
in cima al parapetto del ponte lì al fiume –

non il Po, che quello corre tra i ricchi e i signori,
ma la Dora sfortunata
dell’arsenale e delle puttane –

e ho buttato giù
la testa
e il corpo di seguito.

Ci ho lasciato pure le scarpe,
il soprabito e la vecchia
tuta blu dall’olio sfrontato
e un biglietto con sopra scritto:
queste cose sono mie, mie di Mario Bogetto,
restituitele alla signora Luisa Arlecchia, mia
moglie fin adesso, restituite le cose a lei che vive
a Lucento. A lei – povera donna
che non ho mai amato da vivo –
date quel settanta percento, così che almeno
da morto non mi ricordi cattivo.

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