Silvia Bono. TESTICOLO

L’argomento mi riguarda da vicino. Colgo l’invito (risalente a quasi un mese fa) di Tonino per proporre un “testicolo” (piccolo testo, non saprei come altro definirlo: certamente non racconto, non saggio… testicolo!) scritto qualche tempo fa, e leggermente riadattato per l’occasione. Il testicolo non ha titolo (perché vorrebbe essere parte di un testone più grande), ma è fornito di sottotitoli. Spero sia chiaro, e ringrazio sin d’ora chi avrà la pazienza di leggerlo.
Ed ora, TESTICOLO:

Una specie di introduzione
Si ha un bel parlare di Lavoro: diritto o dovere? Precarietà o esigenza di mobilità? Lavorare per vivere o vivere per lavorare? Piaga sociale o ferita individuale?
Un simpatico Monsignore, dall’adorabile nome di Don Giovanni, mi disse un giorno: “O si cerca di vivere come si pensa, o si finisce per pensare come si vive”. E per quanto mi riguarda sono sagge, sagge parole.

Il problema della “flessibilità”
Per cominciare, tra “vecchi CO.CO.CO. e nuovi precari” vorrei isolare qualche sottocategoria di particolare evidenza critica: i “laureati/diplomati/in-qualche-modo-certificati”, coloro cioè che per agio, per sfizio, per calcolo o urgenza hanno deciso di investire sullo studio e la ricerca soldi e tempo. E tra i “laureati/diplomati/ in-qualche-modo-certificati” distinguerei ancora i cosiddetti “umanisti”, che fra coloro che hanno investito negli studi sono quelli che hanno il peggior senso degli affari. E tra gli “umanisti” (ma anche al di là di essi), infine, distinguerei gli “irriducibili”, ossia coloro che anche di fronte all’evidenza della loro inutilità socio-economica non si arrendono ad appendere la loro personale ricerca al chiodo. Detto questo, riadatto la celeberrima in-citazione al grido di “Irriducibili precari del mondo unitevi!”… oppure, arrendetevi.

Gli Irriducibili, alla precarietà, sono soggetti per DNA. La “precarietà” l’hanno voluta, perché hanno scelto di inseguire ciò che li interessa piuttosto che ciò che è nel loro interesse, più o meno consapevolmente, per leggerezza, temerarietà, o semplice necessità. E hanno finito per sottoscrivere con essa un vero e proprio contratto a tempo indeterminato. La precarietà è quel loro essere perpetuamente alla ricerca dell’Inconoscibile attraverso l’Inesatto. In ciccia: obiettivi vaghi, mezzi vani e risultati (spesso) nulli. La precarietà pervade tutte le dimensioni della loro vita, a partire da quella esistenziale sino, ovviamente, a quella professionale. E di precarietà in precariato il passo è breve. Non c’è scampo.

Ad un buon Dottore Umanista Irriducibile chiederei: accetteresti d’essere assunto, che so, come agente immobiliare (qui a Milano sono richiesti più del pane –che in qualità di spregevole carboidrato non gode di molta simpatia…) o come promoter di laminati plastici nella ditta dello zio di tua cognata (ah be’, non fa nulla se non sai un tubo di laminati plastici… ti offro un corso di aggiornamento snello snello: in un solo mese puoi apprendere, una volta tanto, qualcosa di utile)? Io, se fossi tale Dottore, dall’alto del mio quadriennale –nell’ipotesi più rosea- investimento, risponderei: ‘fanculo! Finchè non mi troverò in uno stato di totale indigenza, oppure con sette figli, una casa, due macchine, una moglie e due amanti, undici cellulari e un cazzo di abbonamento al digitale terrestre da mantenere, vorrei continuare a cercare uno sbocco, almeno ottonato, alle mie dorate potenzialità (che poi sette figli non li farei nemmeno se fossi Paperon de’ Paperoni…).
Restando nell’ambito dell’inutile: oggi vengono sfornati interi battaglioni di Dottori della Comunicazione o delle Pubbliche relazioni (gli Umanisti del nuovo Millennio, prodotti nuovi e luccicanti dell’adattamento delle “umane scienze” alle esigenze della nuova società), che, per quanto il “settore” sia ancora in espansione (indifferenti alla grande crisi, le Agenzie, Templi di Sua Maestà il Terziario, sorgono come funghi nell’Italia post-moderna), non trovano di meglio che saltellare da un’azienda all’altra di sei mesi in sei mesi, nella speranza che, se non un lavoro, al quindicesimo stage si accumuli almeno un bonus-fidelizzazione come per i bollini Esso: magari un set di valige se lo tirano a casa.
Per non parlare di quei fenomeni di variegato anacronismo che sono i Dottori letterati, artisti e musicisti “tradizionali”, e non si abbia a male qualche aderente a categorie non citate che riassumerò nel classico “eccetera eccetera”. Freud, pace all’anima sua, li ridurrebbe in buona sostanza a “casi clinici patologicamente aggrappati al loro principio di piacere”, portatori in-sani di una nevrotica urgenza d’esprimersi, grossi bambini che no proprio non ne vogliono sapere di crescere, venendo a patti con lo schifoso –ma democratico- principio di realtà.

Insomma, sì, si ha un bel parlare di Lavoro. C’è ma non lo vogliamo? O non c’è quello che vogliamo? Oppure non c’è proprio (il lavoro o ciò che vogliamo)?
Tutto quello che ho rovesciato in questa specie di introduzione può apparire riduttivo. E forse lo è. Ma abbiate la pazienza di ascoltarmi ancora un poco, perché potrebbe anche rivelarsi l’utile focalizzazione di una questione più ampia, anzi sconfinata. Ed a volte destrutturare un problema è il più costruttivo dei procedimenti per affrontarlo.

Io sono una giovane cittadina dello Stato Federale del Nord Italia (si dovrà chiamare cosi? Mah…). Umanista per formazione, attitudine e dannazione. Sono legata a doppio filo alla mia urgenza d’esprimermi come una cozza al suo scoglio. Penso di poter vivere per il lavoro solo se il lavoro può sposarsi alle mie esigenze. Parlo della sacrosanta “realizzazione professionale” a cui ogni gagà della classe media, che ha avuto il lusso di poter sviluppare delle necessità che vanno oltre al semplice sostentamento, ambisce, per intenderci. Ma passano gli anni, e comincio a credere che quello della realizzazione professionale sia, per i più, o almeno per me e la mia inettitudine imprenditoriale, un sogno proibito. Perché esiste una dura ma chiara legge nella nostra Libera Società dei Consumi (e non solo in essa): quella della Domanda e dell’Offerta. E al mercato del lavoro pare non freghi niente, e non sia mai fregato niente, dell’Espressione dell’Individuo. O almeno la Domanda non copre minimamente l’Offerta. E allora, lo dico anche a tutti i sopra citati umanisti in esubero che in questo momento forse si sentono, come me, le persone più inutili del pianeta, credo sia meglio limitarsi a lavorare per vivere. Uniamoci, se possibile. Arrendiamoci se necessario. Cercano un garzone alla nuova piadineria di via Mazzini? Fantastico! Quel posto è mio! Eliminato il problema della realizzazione professionale, potrò dedicarmi anima e corpo alla, pur difficile, agognata ricerca del posto fisso. Le mie urgenze le potrò sempre sfogare nel limbo degli Hobbies, le simpatiche attività ricreative per il tempo libero. Così come ogni bisogno fisiologico ha un suo luogo deputato allo sfogo. Ebbene sia! L’uomo è animale intelligente ed adattabile. Dicono. Arrendetevi. Io l’ho fatto. Ma non so dirvi se ho fatto bene. Non ancora. O non più.
La storia che mi accingo a raccontarvi è la mia storia, Tiziana, trent’anni, Libera cittadina dello Stato Federale del Nord, umanista irriducibile, e arresa. E necessitava, questa storia, di un preambolo, perché non la si potesse ammantare di un’universalità che non millanta. È una storia che potrei intitolare:
Io volli viver per la virtù e la conoscenza. E mi ridussi a mendicar contratti d’assunzione a tempo indeterminato per mantenere la casa, e tempo libero per mantener lo spirito. La casa ancora non mi riesce di mantenerla. Lo spirito, non più.
Nulla di universale. Solo un episodio. Come la stitichezza.

22 Aprile 2004
A volte mi chiedo: che cosa voglio? Perché, sapete, non so se capita anche a voi, ma io non so più che pensare. Vivo quotidianamente in una schizofrenia di intenti, divisa nel mio corpo/spirito occidentale satollo e viziato fra un’insoddisfazione cronica che ha fame di libertà infinito e possibilità, e un’ansia conservatrice che ha terrore dell’indigenza, ed è acuita da fittizie esigenze sociali per cui ciò che devo conservare/mantenere non si limita unicamente alla mia persona, ma a tutto quel mondo di oggetti che ne è diretta emanazione, e senza cui la mia stessa persona perde valore.
La mia insoddisfazione cronica, dunque, rifugge da tutto ciò che è regolazione esterna calcolo pianificazione previdenza. La mia ansia conservatrice invece se ne nutre, perché ha bisogno di fare i conti con le cose concrete. L’una è mobile per definizione; l’altra è stabile. L’una rabbrividisce di fronte alla prospettiva di un cartellino da timbrare per tutta la vita; l’altra ne reclama la necessità, sempre più spesso insoddisfabile.
Schizofrenia.

Ottobre 2004. Un venerdì, ora di punta.
Stamattina uscivo di casa per recarmi in ufficio, un po’ prima del solito per via delle sciopero dell’Azienda Trasporti Municipali, e una puzza micidiale di gas e spazzatura mi saturava l’olfatto. E non è che percorri 100 metri e passa. No. E’ una puzza che pervade tutta la città, e non te ne liberi. Poi sali sui mezzi, e a questa puzza grande si uniscono le singole puzze più piccole dei vari individui che compongono la massa dei lavoratori che vanno in ufficio che ti si accalca addosso, ti avvolge, ti seppellisce, ma cazzo morire che ti parli. E oggi piove, gli odori si fanno quasi corrosivi, ma poi ti abitui, ci si abitua a tutto, e pensi Cazzo, le mie scarpe nuove… E ringrazi il cielo di non aver sacrificato anche la maglia fresca di bucato per questo anonimo, fetido venerdì ultimo giorno lavorativo della settimana, ma di aver optato per finire la maglia che già indossi da tre giorni, ’ché poi viene il weekend per abluzioni e bucati. E cominci così la tua giornata, il tuo schifoso venerdì, che prospetta, come dicevo, l’uscita, lo sciopero, la pioggia, la puzza grande e le puzze piccole, e sarà uguale ad ogni altro venerdì, e… e questo è solo l’inizio. Sarà un bel venerdì di merda. Come ogni altro venerdì.

Non è sempre stato così. Sono solo tre mesi e quattro giorni che le mie prestazioni lavorative hanno una collocazione geografica e oraria stabile.
Dopo tre anni di “vacanza” professionale dalla dismissione della divisa studentesca. Quattro mesi fa, quando ancora brancolavo nel buio della più totale indeterminatezza socio-economica, mi capitò di dover rinnovare il mio documento d’identità, e di restare basita di fronte alla secca –e un po’ indelicata, aggiungo- domanda dell’impiegata comunale: “Professione?”.
Avevo appena terminata l’ultima sessione di lavoro come baby-sitter. Quattordici giorni in colonia ad Alassio con sei detestabili bambini della Brianza bene. 820 euro netti, ossia in nero. Ed una sola certezza: questo, lo giuro, non lo faccio più.
“Professione?”…
Sì, ecco, ho fatto l’imbianchina, la commessa, la cameriera, la scenografa per tristi festicciole infantili, la curatrice di mostre, la redattrice, la burattinaia, la colf, l’insegnante di attività ri-creative per disabili, la tosatrice di barboncini… fino alla baby-sitter. E per un motivo o per l’altro –vuoi, spesso, per il (mal)trattamento economico, vuoi per l’abbattimento di ogni mia possibile soglia di sopportazione- nessuna delle mie professioni temporanee ha mai trovato il necessario seguito per esser confermata.
“Professione?”… L’impiegata comunale non ha pietà …
“Libera Professionista…”.
“libera professionista?”.
“Certo, Libera Professionista!”, brutta strega.
Va un po’ su tutto, Libera Professionista. Anche che un domani mi dovessi ritrovare a far marchette offrendo “massaggi completi –no perditempo” sul giornale, Libera Professionista ci va sempre bene, no?

Ma ho divagato un poco. Questa era la storia della mia carta di identità. Ed è proprio tutta un’altra storia, perché oggi non vivo più nella più totale indeterminatezza socio-economica. Come dicevo, sono tre mesi e quattro giorni che le mie prestazioni lavorative hanno una collocazione geografica e oraria stabile. Ed una stabile remunerazione. Un vero record. Ogni mattina mi reco in ufficio. Segretaria in uno studio contabile. Milano. Non so nulla di contabilità. Non so distinguere una ricevuta da una fattura. Ma tant’è, rispondo al telefono, invio fax, sorrido ai clienti. E in questo sono proprio brava, ho già ricevuto molti riconoscimenti. Entro alle nove in punto. Ed esco fra le 19,00 e le 20,30 (salvo qualche straordinario straordinario). E prendo niente. Perché sono in stage. Per ora. Quindi, niente. Però almeno so cosa prendo. La cosa più fastidiosa è l’ignoranza.

Lo sapevate? Statisticamente pare che una donna in sede lavorativa percepisca, a parità di qualifica e mansione, mediamente il 10% in meno di stipendio rispetto ad un uomo.
Quant’è il 10% di zero euro netti mensili?

Fino a qualche anno fa, quando ancora ero dura e pura, non avrei mai immaginato di finire dentro le quattro mura di un qual si voglia ufficio. “Piuttosto a nettare i cessi” dicevo orgogliosa, mentre mi appassionavo allo studio delle correnti primitiviste nelle avanguardie artistiche del ‘900, e intimamente credevo che no, io non sarei finita nella grigia schiera degli impiegati, io ero troppo speciale per essere sprecata così. Ingenua. C’è tanta crisi in giro. Ed oggi rifiutare un posto, anche come stagista, anche gratis, anche in un ufficio, è un crimine verso quelle moltitudini di disoccupati che manifestano per il loro sacrosanto diritto al lavoro. Ero proprio viziata allora. Ero proprio viziata a pensare che il lavoro fosse eventualmente un seccante dovere. La punizione che Dio riservò ad Adamo dopo il peccato originale. Mica ad Eva. A lei prospettò soltanto una dolorosa fertilità… Ma questa è ancora un’altra storia.

I primi tempi sono i più duri. Ti alzi ogni mattina con la sensazione di dover trascorrere due ore sui mezzi pubblici per andare a buttare nel cesso la quasi totalità della tua giornata. Rispondi al telefono. Invii fax. Fissi appuntamenti. Solleciti i clienti all’invio della documentazione necessaria per la compilazione dei moduli F24. Ascolti dai colleghi le novità sull’edizione in corso de “La Talpa”, e ti rendi conto di essere sempre un po’ a corto di argomenti, se nemmeno sai troppo bene che cos’è un modulo F24. E certi giorni ti dici: Cercavo un bel lavoro, un lavoro che mi gratificasse, perché, Santiddio, non volevo entrare a far parte di quella fauna di alienati che spengono il cervello per nove ore al giorno, pausa pranzo al self service con ticket inclusa e week-end al lago. L’ho trovato questo lavoro? Ti dici. Beh, certo con qualche compromesso, certo non è proprio quello che sognavo, ma in realtà ricordo nitidamente d’aver sognato in vita mia solo di fare la principessa e, alla luce più realistica dell’acquisita adultità, mi sembra un pochino improponibile. Poi hai voluto fare la pittrice, e poi la scrittrice. Certo eri brava, ma, ti dici, hai mai trovato qualcuno che, oltre ad apprezzarti, fosse anche disponibile a finanziarti? E quando anche il ripiego dell’insegnamento ha finito per sembrarti un miraggio, hai cominciato a valutare sconsolata il tuo “ inquadramento professionale”:

Laureata in *** con 110/110, specializzazione in “fenomenologia delle arti contemporanee”. In possesso di basi e lacune informatiche equamente distribuite. Inglese scolastico. Italiano ottimo. Raffinato senso estetico. (Che so scrivere, o realizzare bellissimi oggetti in cartapesta può interessare…?). Obiettivi: la Conoscenza .

e hai concluso col pensare che, ecco, seppur con qualche compromesso, certo, ma per la misera spendibilità dei miei talenti… infondo non è così malaccio il posto che ho trovato. Coi tempi che corrono, è importante mettere un piede nel posto sicuro! Vabbe’, che c’entra se ancora non ti pagano? Ci sono buone probabilità di assunzione dopo questi primi sei mesi… Eppoi l’ambiente è carino e colorato, per essere un ufficio. I colleghi, pure, non sono malaccio per essere degli impiegati, il lavoro di segreteria ha il suo lato emozionante, puoi anche fumare in ufficio… Non hai tempo per nient’altro? Benvenuta sulla Terra! Insomma Titti, hai quasi trent’anni e nessun cencioso risultato in attivo…non puoi permetterti di sputare nel piatto dove (forse) mangi(erai), zio Alberto s’è prodigato tanto per raccomandarti al Dottor Besana… Pensa a chi non trova lavoro. Già. Come quando la mamma ti faceva ingurgitare l’odiosa “fettina” fino all’ultimo boccone suscitandoti i primi sensi di colpa con i bambini che muoiono di fame. Già. E infondo che potevo chiedere di più?

Ecco, certi giorni senti le due metà del tuo spirito, quella schifosamente aristocratica e quella umile e proletaria, che fanno a cazzotti per la supremazia del territorio.

Ma in giorni come questo maleodorante venerdì odio tutto. ‘Fanculo al politicamente corretto. Bando alle nuances per anime belle. Il lavoro che faccio è proprio un lavoro di merda. Lasciamolo ai frustrati con velleità impiegatizie. Fui creata per destini migliori! Oggi vince la parte aristocratica. Avevo ragione da bambina: io devo fare la principessa!

Quindi No, non è quello che voglio, certi giorni ti è chiaro.
Pensi che un giorno te ne andrai da questo schifo che sei troppo giovane per rinunciare a rincorrere i sogni in questa fetida città e che comunque non si è mai troppo vecchi per farlo che hai talenti da vendere che La Talpa non la vedrai mai nemmeno sotto tortura per avere qualcosa di cui conversare coi colleghi che non ti basta quella tiepida broda di certezze a cui ti senti obbligata a mirare.
Pensi che piuttosto che questo è meglio la morte.
E poi pensi che non puoi fare un cazzo con 734 euro e 72 cents, che è una buona idea arrotondare in pizzeria il sabato sera e certo che se fra qualche mese cominciassero a pagarmi anche in ufficio…
E pensi che ci penserai domani.


Un lunedì. Ottobre 2005. Ora di punta.
Ore 8:30. Metro’ linea 3, stazione Rogoredo. Dalla fessura dei miei occhi assonnati che evitano altre fessure di occhi assonnati vedo solo una porzione di spalla, coperta da un Loden verde, e una chioma a ricci e meches biondo platino spiaccicata contro un Sole 24Ore plissettato nel quotidiano groviglio anatomico dell’ora di punta. E intanto ripenso all’unico sguardo sereno incrociato stamani: quello del cane della signora Migliavacca intento a defecare nell’aiuola condominiale.
Il graffito metropolitano LUCIFERO, VECCHIA TROIA campeggia ammiccante all’uscita della scala mobile.
Che sia di buon auspicio?

Il posto di lavoro… L’hai voluto, non l’hai voluto, ora che ce l’hai te lo tieni ben stretto. Diviene presto lo scrigno della tua esistenza. Il luogo dove vivi gran parte della tua giornata di veglia (si, la chiamano veglia…), dove sviluppi passioni, dove covi rancori, dove instauri contatti e nuove amicizie, spesso organizzate orizzontalmente sulla base di una solidale contrapposizione gerarchica (i sottoposti uniti contro i superiori), a meno che tu non abbia la stoffa dirigenziale, e allora le amicizie sono quelle utilitarie e verticali (i tuoi sottoposti ambiscono alla tua amicizia, e tu ambisci all’amicizia dei tuoi superiori). La vita “fuori” si assottiglia sempre di più. Le “avanguardie storiche” le hai riposte in soffitta insieme al bel volume Electa, e Dio ti scampi dalla tentazione di ritirarle fuori. Sei stanco, ogni giorno di più. Perché il tempo avanza, avanza sempre, cazzo, e tu hai solo la forza di chiedere evasione e intrattenimento. Ed evasione ed intrattenimento ti vengono offerte in laute quantità e modalità. L’Esselunga è la tua Sorbona, adesso. Lì trascorri alcune preziose ore del tuo tempo libero, quando c’è, e ti tieni aggiornato sulle nuove tendenze del packaging contemporaneo. Al limbo dorato delle ferie rimandi ogni impegno con te stesso. E normalmente non lo rispetti.
Inizialmente sentivi inquietudine. Ora solo noia.
Perchè ti abitui a sedare quel malessere di ogni appuntamento mancato con l’accensione di un nuovo mutuo, di un nuovo canale, di un nuovo cellulare, di un nuovo sogno di lidi esotici, magari quel pacchetto vacanza last-minute e all-inclusive per i carabi, ma ferragosto è ancora lontano.
E tutto torna. Turna. Turisma.

Sagge, sagge parole, Don Giovanni.

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