la notte che hanno dato fuoco al carro di Santa Rosalia

Uno pensa che certe cose siano limitate a quelle scene ciclostilate dei filmacci di serie C, uno esce, giorni di digiuno emotivo per studiare pagine e pagine di date del Medioevo e che succede? Lungo le curve che carezzano i monti della Sicilia, lì dove gli aerei ti allisciano il ciuffo, una di quelle scene che neanche Stephen King usa più.

Nello specchietto vedo che un’auto mi sta incollata alla targa, con gli abbaglianti che mi masticano le cornee. Accosto per farlo passare, fuori il vento sega le foglie che aspettano di ridare all’albero ogni preziosa goccia di clorofilla. Dopo due curve è lui ad accostare, mi fa passare e riprende il suo mefistofelico divertimento, prosegue la sua tortura psicologica per un’eterna mezz’ora.

Accosto di nuovo, la scena si ripete. Nell’inferno della ripetizione l’adrenalina ormai mi ha intossicato il sistema linfatico. Accendo il cellulare. Accosto per la terza volta e stavolta spengo il quadro. Compongo il 112, mi risponde la voce baffuta di un carabiniere. Alle mie spalle il pazzo è ancora lì, s’è fermato pure lui, attaccato alla mia targa e alza la radio al massimo, tutto il campionario di canzoni napoletane.

Dopo sette interminabili minuti arrivano due volanti, scendono quattro agenti, uno col mitra e tre con la pistola spianata. Fanno scendere il pazzo dalla macchina. Lo portano in caserma. Il maresciallo e i suoi baffi comprensivi elogiano il mio agire, sono stato bravo a mantenere la calma, la notte insonne che m’aspetta non mi consola. Era ubriaco e strafatto, aspettava che io scendevo dalla macchina per dar sfogo ai suoi dissapori con la vita e col disamore che ci avvelena questi anni.

E la stessa notte qualcuno ha dato fuoco pure al carro della Santuzza. Di sicuro un disperato deluso che aveva pregato con fervore Santa Rosalia per trovare il posto fisso e un po’ di serenità. E questi non sono illusionismi.
Un’altra notte palermitana scoppia al sole come le chiocciole ai bordi delle strade nelle pagine di Vittorini.

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