Poeti legati dal filo dell’inquietudine

venerdì 25/11/2005

Poeti legati al filo dell’inquietudine

Dubbio, limite, attesa, perdita sono i temi che percorrono il libro dello studioso domenicano Jean-Pierre Jossua, «La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto», sulle tracce di poeti e scrittori che gli consentono di tentare una sorta di teologia letteraria. Tra questi, Miguel de Unamuno, Katherine Mansfield, Philippe Jaccottet e Cristina Campo alla quale è dedicato anche un libro di Margherita Pieracci Harwell tessuto di echi, lettere, memorie

ANTONELLA ANEDDA

Mostrare la ricerca di assoluto in poeti e scrittori prevalentemente agnostici fino a formulare l’ipotesi di una «teologia letteraria»: è questa la sfida che Jean Pierre Jossua, studioso domenicano di famiglia ebraica, aveva già annunciato nella monumentale Pour une histoire religieuse de l’expérience litteraire e ora ribadisce nel libro La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto, recentemente pubblicato da Diabasis per la cura di Antonio Spadaro e la traduzione di Maria Zanichelli. L’ammissione di inquietudine permette libertà: la forza di interrogare libri e autori nella maggior parte dei casi non credenti, senza mai cedere alla tentazione di assimilarli o tanto meno di convertirli. Jossua riflette ma non intellettualizza. La sua concezione di cultura risponde all’esigenza di coltivare se stessi in quanto esseri umani, la sua predilezione va a una fede non pacificata, ma anzi alimentata dai dubbi, la sua diffidenza verso la categoria del «sacro» lo porta a non amare quegli autori come l’ultimo Claudel che sottomettono l’esperienza creatrice a un’ideologia religiosa. Davvero religiosa è invece, ai suoi occhi, ogni esperienza in cui la scrittura (la poesia piuttosto che la prosa) si pone come ostensione del finito, come esposizione – secondo la definizione di Paul Celan – e non come imposizione.

Dialogo tra due mondi distanti

Dubbio, limite, attesa, perdita sono allora i temi che percorrono l’intero libro attraverso le figure di Miguel de Unamuno, Katherine Mansfield, Peter Handke, Cristina Campo, Margherita Guidacci, Maria Luisa Spaziani e Philippe Jaccottet. Autori diversissimi tra loro ma uniti da una stessa inquietudine, da una tensione che tuttavia prescinde nella maggior parte dei casi dal tradizionale linguaggio della fede. Consapevole dei rischi che per un cristiano comportano le parole di una letteratura profana, Jossua articola il proprio pensiero con rigore ma senza mai perdere di vista la terra delle cose. Il suo obiettivo è provare a ridefinire il rapporto tra credenti e non credenti, cercando di far parlare due mondi distanti, diversi, ma potenzialmente capaci di ascolto reciproco. Per questo smantella i luoghi comuni sia della critica letteraria che della teologia, alla ricerca invece di quei luoghi in comune, soprattutto nella poesia, dove l’altezza sia data dalla semplicità e la religiosità da una realtà profana «ma come illuminata dall’interno». Il titolo di uno dei capitoli: «sacra conversazione tra poeti» commenta perfettamente quello che Jossua intende dire, sia attraverso una citazione di Bonnefoy che attraverso il linguaggio dell’iconologia: si può parlare di sacro perché esiste la conversazione, perché anche attraverso il silenzio – come nel dialogo muto tra le mani in Lorenzo Lotto o nel paesaggio in Giovanni Bellini – esiste una realtà comune in cui presenze diverse comunicano a dispetto del tempo in uno spazio creato dal loro stesso esserci, guardarsi, riconoscersi. Così La vita di Don Chisciotte di Miguel de Unamuno è lo specchio di un’interiorità commossa, mobile, comune, di una fede che è prima di tutto fiducia, «facoltà di ammirare e di fidarsi», di riconoscere nel volto dell’altro lo spazio da percorrere per rintracciare la propria verità più profonda.

L’amore per le cose mortali

Ciò che interessa Joussua, come sottolinea Antonio Spadaro nella introduzione al libro, è proprio «l’irraggiungibilità dell’infinito attraverso il dispiegarsi del finito.» Sono infatti i limiti, i confini, le barriere che con le loro incerte possibilità di varchi, l’intermittenza delle luci, lo struggimento delle attese rendono la realtà non un ostacolo ma una promessa. In Don Chisciotte, del resto modello, per ammissione di Dostoevskij, del Principe Myskin protagonista dell’Idiota, Jossua, vede la gratuità di chi ama senza calcolo, la generosità e la follia di chi, per usare le parole di Unamuno, «non spegne il lume per risparmiare il lucignolo» e si spinge là dove non vede, non comprende, obbedendo alla parte più autentica, anche se meno comoda, di se stesso.

Jossua non esita invece a mostrare il suo distacco da una «religione emotiva, estetica, venata da una sorta di sensualità soprannaturale». Ama e propone attraverso Baudelaire e Bonnefoy «l’amore per le cose mortali», vedendo frammenti di verità nel congedo, nello smarrimento, nell’inquietudine appunto che segna il nostro essere finiti, nel nostro essere sempre per ora solo sul ciglio di una porta. Una posizione coraggiosa che vieta non solo ogni sentimentalismo, ma qualsiasi tentativo di sacralizzare, ieraticizzare, allontanare la vita, fosse pure in nome della bellezza. È questo tipo di abbassamento poetico e religioso che Jossua individua nella poesia (e nella fede) dell’ultima Cristina Campo. Se infatti apprezza alcune liriche giovanili meno compiute ma più forti, si ritrae invece da poesie come Missa romana, a suo parere tanto esplicitamente cattoliche da indebolire sia la religiosità sia la forza poetica dei testi.

Ridondanza e raffinatezza, esaltazione per la liturgia e la bellezza formale, predilezione per un Dio persecutore e apocalittico fanno dell’ultima Campo l’esempio da non seguire di un cristianesimo che insiste sull’astensione e la proibizione, di un’ansia di perfezione che può diventare amarezza, di una difesa della tradizione che s’irrigidisce in polemica, dell’ossessione per un’assenza che diventa distruzione. Con rimpianto, Jossua nota come citare la mistica e San Giovanni della Croce non impedisca all’ultima Campo di allontanarsi da quella materia sonora che è invece la realtà, l’umanità della poesia. L’autrice che apprezza è la lettrice consapevole del pericolo della bellezza come rischio, come «spada a doppio taglio», la scrittrice appassionata che scrive a Williams Carlos Williams per sottoporgli le sue traduzioni, la studiosa radicata nell’attenzione e vicina al pensiero di Simone Weil, tradotta e condivisa con il filosofo veneziano Andrea Emo. È l’immagine che affiora dal volume curato da Margherita Pieracci Harwell dal titolo: Cristina Campo e i suoi amici (Edizioni Studium, 2005). In questo libro fatto di echi e lettere, di memorie e dialoghi tessuti con uguale intensità tra vivi e morti forse si può rintracciare la parte più autentica e inquieta dell’opera di Cristina Campo, sicuramente quella più libera da condizionamenti ma anche più drammaticamente tesa a restituire nella propria opera, soprattutto critica, il respiro dell’opera altrui. Descrivendo il suo primo incontro con Cristina Campo, Margherita Pieracci Harwell mette in luce, da lettrice, «l’urgenza di sapere come a un altro essere umano sia o sia stato possibile… in senso spirituale, vivere». Una domanda che si rispecchia nella frase di uno degli «amici» (e maestri), non necessariamente viventi della Campo, quell’Hugo von Hofmannsthal che insieme ad altri era destinato a comporre, per l’appunto, «un libro degli amici». Se infatti il senso della poesia è lettura del mondo ma anche del destino, quello dell’amicizia è conoscenza di sé nell’altro. Alla radice di entrambe, come nota Pieracci Harwell, «è il mistero che appartiene al sacro» quel mondo altro che per la Campo poteva essere suggerito solo da un linguaggio «alto» che, secondo la testimonianza della studiosa, Cristina Campo usava anche per parlare con giornalai, camerieri di caffè, tassisti e «che loro intendevano perfettamente, perché era alto alla maniera di quello petrarchesco…».

A questa esigenza si collega la domanda sul vivere «in senso spirituale» che attraversa tutto il volume, non solo come tema fondamentale ma come traduzione di traduzioni, possibilità per una lettrice, ma soprattutto per un’amica, di serbare, attraverso i ricordi, i brandelli di frasi, le citazioni condivise e amate, i volti e i luoghi, quella realtà spettrale che è la vita di una persona cara.

Nonostante le affinità tra Jossua e la Campo siano tangibili anche stilisticamente (frasi come «incontrare un altro è trovare la porta di se stessi» potrebbero essere state pronunciate da entrambi) quello che resta estraneo allo studioso è la volontà della Campo di mettere la propria opera e la propria religiosità sotto «il segno quasi esclusivo del destino». Un disagio che rende severo il suo giudizio (religioso e critico) su quella «conversione» che per la Harwell è invece esito naturale di un cammino che dalla frequentazione dei poeti porta a quella dei santi.

Più vicine alla concezione di Jossua sono invece altre due autrici italiane protagoniste con la Campo del capitolo intitolato, dai versi di Gerard de Nerval «I sospiri della santa e le grida della fata»: Margherita Guidacci e Maria Luisa Spaziani, rispettivamente tese verso «un assoluto di saggezza» e «di poesia» e apprezzate per la loro capacità di «collocare la poesia dalla parte dell’attenzione al quotidiano». Ancora più esemplari sono la vita e l’opera di Katherine Mansfield alla quale è dedicato uno dei capitoli centrali del libro. Nei Diari della scrittrice spezzati dal dubbio e dalla difficoltà, sempre in bilico tra disperazione e fiducia, Jossua rintraccia quella scrittura capace di attraversare la perdita e di accogliere il dolore, di una persona non «credente» ma comunque tesa «a non essere inferiore al proprio io più profondo». Etica del lavoro, ricerca di una verità senza enfasi, morte continuamente vissuta attraverso la malattia e riassorbita nella vita solo alla luce di brevi tregue di contemplazione e di amore. Come il tanto amato Cechov, anche l’opera di Katherine Mansfield parte dal riconoscimento della realtà «dolceamara» dell’esistere: una ironia quieta, senza fiele, nata dal non chiudere gli occhi davanti all’altrui e soprattutto al proprio male, la propria colpa, la propria limitatezza e che si trasforma in compassione per la sofferenza delle creature. A questa poetica dell’errore e dell’errare si connette l’autore che insieme a Yves Bonnefoy e a Gustave Roud resta uno dei più amati, forse il prediletto da Jossua: Philippe Jaccottet, che sigilla il capitolo finale del libro e alla cui opera lo studioso aveva dedicato il volume Figures présentes, figures absentes. Pour lire Philippe Jaccottet (Paris, 2002) e uno dei saggi del libro La passione dell’infinito nella letteratura (2005) a cura di Riccardo Emmolo e Antonio Sichera. Jaccottet è per Jossua l’interprete di un’autentica «poetica dell’Inafferrabile», di un’inquietudine paradigmatica che parte dal dubbio e si radica solo nella luce della propria fragilità e della propria ignoranza.

Nella debolezza la nostra verità

La lettura di Jaccottet procede attraverso una serie di citazioni tratte sia dalle liriche (per le traduzioni italiana, cfr. Il barbagianni e l’ignorante titolo dell’antologia curata e tradotta da Fabio Pusterla, Milano,1999, Alla luce d’inverno, Milano, 1997, Arie, Milano, 2000) che da numerosi testi in prosa come La Semaison , Eléments d’un songe, Une transaction secrète. Poeta agnostico, attentissimo a non dire ma anche a non alludere, rispettoso dell’enigma, ma anche dell’esattezza, cauto verso tutta la terminologia del sacro ma deciso a seguirne le tracce, i cenni, e i segni sulla terra, Jaccottet riesce a registrare le intermittenze, i lucori, le ombre e le assenze che valicano i luoghi. Lontano da ogni arroganza, «nutrito di ombra», l’io di questa poesia è laterale, addossato, fragile, «disattento a se stesso» secondo la lezione ancora una volta di Simone Weil, nome che del resto attraversa tutti i carnets della Semaison, per essere attento al mondo. Così «chiesa» è un muro sbrecciato o una casa invasa dall’edera e abbandonata, «eterna» è la polvere di un gregge che torna a casa la sera, «illimitato» un paesaggio dove sembra cancellarsi il confine tra il mondo dei vivi e il mondo dei morti.

La stessa poesia (come in una lirica a cesura delle prose del primo taccuino della Semaison) ritrova il ritmo dei Salmi per farlo rintoccare su immagini di pioggia, nebbia, ombre, abbassa e non alza il suo tono davanti all’inatteso: «Io parlo nutrito d’ombra\ e ruminando magre pasture di tenebre\ povero, debole, addossato alle rovine della pioggia\ mi stringo a ciò di cui non posso dubitare,\ il dubbio…» L’infinito è allora la finitezza di questa voce e di questo sguardo, la debolezza l’unico riconoscimento della nostra verità, il canto una possibilità del silenzio.

Verso spazi senza potere né vittoria

Se c’e’ un logos divino, se di questo discorso la terra trattiene qualche traccia imprecisa e semicancellata, forse la poesia è, nella sua insoddisfazione, nella sua incompletezza, nella sua stessa marginalità, uno dei pochi linguaggi in grado di ascoltare e faticosamente decifrare una lingua più vasta, più profonda, ancora lontana e straniera. Certo, la fede può separare, ma il mondo creato può diventare per tutti, un varco, una possibile apertura e comprensione: «… solo intende il cuore\ che non cerca potere, né vittoria», recitano altri versi di Jaccottet. Il cuore che intende è capace di accogliere, di raccogliere cenni dispersi che forse potranno parlare ad altri, sorprendendoli, se non trasformandoli.

Chi ascolta, ed è questo che preme a Jossua nella sua duplice veste di credente e innamorato della poesia, riesce a tendere l’orecchio verso uno spazio dove non c’è posto né per il potere, né per la vittoria. Chi legge trova, non la poesia con la maiuscola, ma le poesie, queste «piccole lanterne nelle quali arde il riflesso di un’altra luce».

JEAN-PIERRE JOSSUA
Nato da una famiglia di origine ebraica Jean-Pierre Jossua entrò nell’ordine domenicano a ventidue anni. Da trentacinque anni analizza da teologo la letteratura moderna e in particolare poeti agnostici come Nerval, Reverdy, Jaccottet, Bonnefoy. Rettore dell’università domenicana Le Saulchoir, tiene attualmente corsi di estetica al «Centro Sevres». Tra i suoi numerosi volumi, i quattro della monumentale Pour une histoire religieuse de l’expérience littéraire (Parigi,1985-98), inoltre La littérature et l’inquiétude de l’absolu (Parigi, 2001, appena tradotto da Diabasis con il titolo La letteratura e l’inquietudine dell’assoluto), e il libro dedicato a Philippe Jaccottet, dal titolo Figures présentes, figures absentes. Pour lire Philippe Jaccottet (Parigi, 2002). Inoltre, sono da ricordare i cinque volumi del Diario teologico (1976-2001) e l’autobiografia Une vie (Parigi, 2001). Una parte importante del lavoro di Jossua – il cui filo comune è la ricerca delle analogie tra i vincoli che incontrano tanto i poeti quanto i teologi nel nominare il mistero e l’esperienza spirituale – è anche quella dedicata allo studio del vocabolario della transcendenza.

CRISTINA CAMPO
Il suo vero nome era Vittoria Guerrini, nacque a Bologna nel 1923 da una famiglia al tempo stesso agiata e colta. Una affezione cardiaca le impedì di frequentare la scuola, ma ebbe una buona istruzione privata e studiò l’inglese e il tedesco sui testi dei poeti, che cominciò a tradurre già tra il 1943 e il `44. Figura schiva e umbratile, fu al centro di numerose relazioni con alcuni tra i protagonisti dell’ambiente culturale fiorentino: fondamentale fu l’incontro con Leone Traverso, che la introdusse allo studio di uno degli autori da lei preferiti, Hugo von Hofmannsthal; mentre è all’amicizia con Gianfranco Draghi che dovette la scoperta di Simone Weil. In vita Cristina Campo – che morì nel 1977 – pubblicò in vita solo due libri: Fiaba e mistero (1962) e Il flauto e il tappeto (1962). Quasi tutta la sua opera venne curata, postuma, dall’amica Margherita Pieracci Harwell. Tra i suoi titoli, Lettere a un amico lontano, Scheiwiller, 1989, Gli Imperdonabili, 1987, La tigre assenza, 1991, Lettere a Mita, 1999, tutti pubblicati da Adelphi, come pure lo studio che le ha dedicato Cristina De Stefano con il titolo Belinda e il mostro, 2002


Ottobre 2005

Collana Il castello di Atlante
Formato 13×21
Pagine 152
Prezzo di copertina: € 12,00
ISBN 88 8103 241 4
Ed. Diabasis

Jean-Pierre Jossua è un padre domenicano che ha partecipato al Concilio e alle riflessioni che l’hanno preceduto e accompagnato, teorico di una teologia della letteratura (oltre che come leggere criticamente un testo in modo teologicamente significativo). Perché questo avvenga Jossua ipotizza la nascita di una teologia letteraria che sappia essere mediatrice, rigorosa, personale ed essenziale e, insieme, di una "scrittura teologica", non necessariamente religiosa, che sia ispirata ad una poetica del trascendere.
Questa proposta teorica si sviluppa lungo un affascinante percorso di cinque casi concreti di "teologia letteraria", cinque autori diversi per provenienza geografica e scelta del genere letterario: Miguel de Unamuno, Catherine Mansfield, Peter Handke, Philippe Jaccottet e le poetesse Cristina Campo, Margherita Guidacci e Maria Luisa Spaziani.
Advertisements

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...