Silvia Geraci:

Sottoscrivo la poetica dello scolapasta.

bella sintesi tonino, efficace
io devo ancora mettere l’acqua sul fuoco, ma intanto aggiungo alla preparazione del tuo pasto di scrittura, un ingrediente per farla brillare.
Per un pasto, non grigio, ma bianco. Semplice pasta con l’olio.

Dici delle olive, anch’io le ho raccolte qualche giorno fa e mentre tenevo stretto un ramo, quasi tiepido sotto il sole come carne, il mio corpo aderente al tronco, e poi davanti all’olio che iniziava a uscire dal rubinetto, denso, verde, profumato, una carezza della terra, pensavo appunto, che quello era il punto..

come nel saggio sulla cosa, das Ding, di Heidegger:
la cosa non è lo strumento, l’oggetto utilizzabile, ma il crocevia tra terra e cielo, lo squarcio dell’apertura Il buon Martin col suo gusto delle cose antiche che sanno di classico, faceva l’esempio della brocca.
La brocca è "cosa" perchè è accoglienza di vino, il vasaio l’ha modellata intonro a quel vuoto centrale, che è lo spazio dell’offerta, del dono cui il vino è destinato, quando sarà versato per qualcuno o per un dio.
"La scienza trasforma la cosa-brocca in qualcosa di nullo, in quanto non ammette che a dare la misura siano le cose. Ci costringe ad abbandonare la brocca colma di vino e a sostituirla con uno spazio cavo in cui si espande un liquido"

Al frantoio di Scopello, tra un vecchio siddiato e intabarrato di lana vecchia e spessa, il volto millenario, e le macchine che trituravano e comprimevano le olive, l’olio erano le mani di mio padre, tutte le sfumature del suo passo, era la casa da cui l’olio viene e a cui va, era la misura del mio essere fatta di carne e sangue, finita, dipendente, obbediente alla materia e al tempo, corpo che abita uno spazio, mano che raccoglie il rosario delle olive, che sgrana la treccia degli ulivi, mano che versa il filo d’olio nella zuppa, che si nutre per parlare grazie all’olio, nell’olio che porta in sè, per parlare poi anche dell’olio stesso, di questo fuori che lo fa vivere.
Nutrimento pensato. Riconoscere un’esteriorità: l’oliva non è per-me, ha un’opacità di mondo che resta segreta, anche se quel che colgo io, dell’oliva, è solo o il fatto che è bella, o che mi aiuta a vivere. Mi viene in mente mia nonna che rende grazie prima di mangiare, o i cimiteri di orsi dei primi uomini fatti per espiare la colpa.
Che è poi la colpa di essere fatti di corpo, mentre vedendole pensiamo le cose, e le sappiamo fuori, lì, potenzialmente oggetto custodito, o potenzialmente aggressori. Insomma esterni.

"L’ulivo nutrice di bambini", diceva Sofocle nell’Edipo a Colono.

La poetica dello scolapasta la direi anche poetica del frantoio.
Come si usano gli oggetti, appunto.
Filtrare il reale, lasciare la pasta al fondo dello scolapasta, e fissare nelle parole quella poca cosa che viene da lontano, mentre si versa l’olio di questo pasto bianco (l’ho letto, il libro, Demetrio, e medito da un po’ di scrivere quello che ne penso)

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