Aquilone vs. Scolapasta

Ho capito che ero cresciuto quando per la prima volta sono salito su una scala per raccogliere le olive, lì col sole che filtrava nell’intrico dell’ulivo ho visto e capito. Capito che esistono fondamentalmente due visioni dello scrivere e in esse uno può perdersi e solo perdendosi ritrovarsi. Schematicamente possiamo riferirci a due oggetti totemici che incarnano queste dicotomiche visioni di letteratura e di vita.

La prima è l’aquilone, simbolo di una letteratura che ti scaglia lontano, in alto nei cieli di metafore e mondi di parvenze fallaci. E’ la visione imperante soprattutto nella prima fase, quella di chi s’accosta alla letteratura per allontanarsi dalla vita. La lettura e, di conseguenza, una scrittura che appanni la visione che uno ha del mondo, un facile nascondiglio, cadiamo tutti nella tana del bianconiglio per dimenticare che con l’euro è diventato pure difficile acquistare un mocio vileda con quella leggerezza che caratterizzava i folli anni Ottanta.

Ma questa è una fase che deve durare poco, il tempo necessario per la scomessa che il lettore deve fare con sé stesso come Dio con il Tentatore quando si trattava di provare la fede del buon Giobbe. In questa scommessa dobbiamo metterci in gioco, scegliere letture che aprano nuovi modi di fruire il reale, è la letteratura che possiamo chiamare dello Scolapasta, una letteratura che funge da filtro per il reale.

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