la legge del taglione (1^ parte)

Stavamo assieme da sempre, sin dove arrivavo ad addentare ricordi lucidi, noi stavamo già assieme. Lui si prendeva cura di noi, si svegliava presto, ci guardava per vedere se avevamo dormito bene e ci metteva tutti in bocca.

Lui aveva già una famiglia dai denti gialli, li riconosciamo subito quelli naturalmente gialli perché le sfumature della placchette sono la parte più difficile da azzeccare. Ci avevano lucidato per bene e poi ci avevano donato a lui, doveva essere una cosa momentanea, al massimo due settimane, il tempo di rinsaldare le gengive. E invece c’eravamo tenuti compagnia per sei anni. Capita sempre così, soprattutto coi padri di famiglia, per loro è tutto rinviabile, possono indossare la stessa giacca di velluto sino a quando le costine scompaiono. Lo stesso maglione ha il tempo di ritornare di moda almeno altre due volte e gli occhiali in stile sovietico li tengono da parte perché non si sa mai. Con noi era diverso, facevamo ci prendeva dolcemente, ci carezzava con la lingua uno per uno, si approfittava ogni giorno di noi e dopo che s’era saziato ci riponeva, ci trattava come le calze della domenica, con la stessa voglia di riporci il prima possibile.

Però dai tempi d’Omero ad ora non è mutato nulla: uno si accorge di quanto teneva ad una cosa, ad una persona o a parti di persone sino a quando non li perde per sempre. Le cose perdute hanno il fascino del noto mai obliato, abitudini vecchie di generazioni si stendono sui fili dei ricordi e noi eravamo lì, in buona compagnia, insieme alla coppa Rimet, al piccolo mugnaio innamorato di Clementina che mettevano nelle pubblicità del Mulino Bianco negli anni Ottanta. Eravamo finite lì, il nostro aguzzino era felice, doveva festeggiare la laurea della figlia, una tipa coi denti piccoli e macchiati dalla mancanza di calcio.

Quella non era una donna: era un panzer, peggio d’una sabbiatrice industriale. Per lei riassettare la casa significava disfarsi di vecchi ricordi e di tutti gli oggetti che secondo lei avevano perso la loro usabilità, da strumenti erano decaduti in ninnoli e da ninnoli a cianfrusaglie buoni per la nettezza urbana.
Di sicuro ci fu un complotto, ce ne stavamo lì, l’aguzzino di sbieco sul divano, appagato da mezzo chilo di oro saiwa che ci aveva fatto mordere con fare voglioso per stuzzicare la sua libido e i suoi succhi gastrointestinali. Dopo s’era fatto vincere dal torpore che Gerry Scotti riesce a infondere in tutta la stanza quando ci fa giocare a Passaparola e noi stavamo buone, coperte alla belle meglio per celare al mondo le nostre rotondità tinte di un rosa carne quasi perfetto.

La donna-panzer ci prese insieme ad una vecchia copia di Famiglia Cristiana che ormai faceva parte dell’arredamento da quasi tre anni, finimmo a mordere il naso del Papa e il culone cellulitico di una suora, c’era un implicito contrappasso.
Finimmo lì, nel sacco nero degli scarti quotidiani, ci spinsero bene in fondo e poi strozzarono il sacco.


continua
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