Bagheria mori’ d’improvviso (4)

quattro

Gli incubi mi hanno tenuto sveglio, hanno masticato pure quelle poche ore che sono riuscito a restare a letto. Ripensavo a Padre Barbisio, il gesuita che mi ha cresciuto. Mi aveva conquistato con i santini e con le storie a cui li accoppiava. Mi piaceva quella di San Tarcisio Martire, il ragazzo che si fa uccidere per trasportare l’eucaristia, una storia bella, vibra dell’amore che si raggruma sino all’estremo sacrificio, sino a incarnarsi in qualcosa di reale.

Volevo fare la stessa cosa per la mia città, per rivederla affiorare, piano piano, senza fretta.

Nino ieri sera l’hanno gonfiato di botte, ha sperimentato quanto costa non piegare la testa.

Era uno di quei pomeriggi che pure le mosche si lasciano cullare dall’aria che soffia lenta al centro della stanza, i cani fanno finta di sognare e corrono nel sonno. Io sono lì, seduto sulla poltrona a cantare qualche aria di Mozart. La musica si propaga, gonfia le tende. E aspetto solo che le fette di vitello si scongelino sopra il lavello. Se mi concentro riesco pure a sentire il ghiaccio che si scioglie e gocciola sull’acciaio. Goccia dopo goccia, insieme al sangue che ritorna liquido nei solchi di quell’ammasso di nobili proteine. Un colapasta capovolto tiene lontane le mosche che cercano un po’ di refrigerio nell’odore del sangue.

Ecco ciò che mi hanno lasciato questi sessant’anni: un mondo di ricordi da pettinare nella solitudine del pomeriggio, quando tutti dormono e pure il camioncino dei surgelati è lontano. Sono stanco. Immensamente stanco, una vecchiaia da inavvicinabile bucapalloni non me la concederanno. È finito pure il latte, devo andare al supermercato, uno dei pochi che hanno lasciato in piedi. Ci hanno provato gli ipermercati a mettere radici a Bagheria e il racket ha atteso con pazienza di ragno, quando hanno finito di avvitare le ultime lampadine hanno chiesto il pizzo e hanno ricevuto un no secco. La stessa sera dell’inaugurazione li hanno lasciati divorare dalle fiamme. Anche stavolta nessuno ha parlato.

Giro tra gli scaffali e lascio perdere tutte le cose che mi piacciono. Il medico all’ultima visita mi ha tolto pure i dolciumi, mi sono beccato il diabete senile e io l’ho preso a cannolate. Quello stesso pomeriggio sono andato sino a Piana degli Albanesi e sulla sponda del lago, con i modellini di aeroplano che mi volteggiavano sulla chierica, ne ho addentati quattro, di quelli grossi.

Il latte lo mettono in basso, dove relegano le uniche cose davvero utili, il resto ti riempie la vista coi colori bislacchi delle confezioni di ipercaloriche meraviglie, falsi bisogni che ci inoculano sin da bambini con le pubblicità tra i cartoni animati.

Con tre cartoni di latte penzolanti nel sacchetto di polimeri sono andato all’edicola di Giuseppe, ho preso il doppio cd di Battiato che c’era allegato al Corriere della Sera. Ci gioco ancora con la vita, chiedetelo in giro, prima che questo corpo ceda del tutto farò qualcosa per la piccola Bagheria, pure che devo prendere a ciabattate il sindaco e tutta la giunta comunale. E farò lo stesso con quelli che hanno incrinato le costole di Nino.

Era andato al cinema con un amico. Posteggiano davanti ad un fruttivendolo, l’orologio digitale appiccicato al cruscotto della R4 segna le otto e mezza.

Si avvicina il fruttivendolo e chiede se è possibile spostare la macchina, lo chiede con voce gentile, in italiano stentato. Nino esce l’orologio dalla tasca, lo confronta con quello sul cruscotto e chiede l’ora di chiusura dell’esercizio. Il verduraio lo guarda strano, si liscia il baffo all’Abatantuono vecchia maniera e risponde che il “Paradiso della Cucuzza” chiude alle otto. Nino sillogizza che già il verduraio è chiuso.

Il proprietario del Paradiso della Cucuzza stavolta dice che se non vuole un colpo di roncola sul parabrezza è meglio che sposta il macinino.

Non è che Nino voleva fare l’avvocato delle cause perse, quel ragazzo credeva ancora alla forza di un dialogo lucido e, soprattutto, voleva solo evitare di togliere la catenazza con cui ha già impiccato il volante alla pedaliera. Per tutta l’operazione sarebbe squagliato via il primo tempo del film. Il verduraio ripete furente, gli occhi come piccoli tizzoni, la faccia di braciere su cui si rosola un’incazzatura crescente, che tracima nel primo cazzotto che Nino si becca in pancia.

Quel posto è tacitamente riservato ai clienti a cui impaccare lattughe resuscitate e zucchine ricurve di marcio. Nino non desiste, si alza, si toglie gli occhiali e fa la domanda più inutile: ma perché?

Arrivano tutti gli energumeni che campano così, a fare i guardaspalle ai negozianti, agli stessi a cui chiedono un contributo per la comune serenità.

I gorilla tengono fermo Nino e il verduraio continua a pestarlo. Passa una volante e il poliziotto chiede spiegazioni, si è già creata una piccola folla attorno al ring delimitato dalla cesta delle melanzane. Se non c’è una denuncia il poliziotto non può agire. Nino si allontana, scuro in volto, si tiene lo stomaco e piange via la rabbia che gli brucia sul labbro spaccato. L’amico è scappato via al primo cazzotto, aveva già capito tutto.

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