Bagheria mori’ d’improvviso (3)

– Ma perché mi sta dicendo tutte queste cose? Perché proprio a me?

Il professore rimase zitto per un buon quarto d’ora, pure la pipa si spense. Quando parlò aveva lo sconforto a fargli compagnia. Già, perché aveva deciso di cercare Nino e Gigi? Perché proprio loro? Con quale diritto poteva chiedere un simile sacrificio a due giovani vite?

Lui aveva avuto una vita lunga, era arrivato a vedere il cambio del secolo. Quel doppio zero che si immaginava così lontano quando sfogliava il suo sussidiario, si vedeva vecchio, magari con un auto spaziale come quella degli eroi di intrepido. E Nino invece era contento perché in tv passavano i film che aveva visto al cinema con Gisella, mano a mano nel buio, con molti fotogrammi perduti in un bacio leggero tra un popcorn e l’altro.

***

Tre

Era solo questione di prospettiva, questo lo capivo bene. Bagheria vista dall’alto non ha più nessuno sviluppo architettonico, la forma di chitarra che partiva dai tre portoni e finiva nella villa dei mostri che affascinò pure Goethe s’era perduta nei piani regolatori che approvavano di notte. Chi cercava di limitare i danni spariva nel campo di concentramento che si celava nella Industria Chiodi e Reti. L’aveva chiamato così Nino Giuffrè che cantava come un usignolo: campo di sterminio. Lo fanno cantare perché la mafia si sta evolvendo. Lo sta facendo di nuovo.

Ne ho conosciute già due metamorfosi. Mi rivedo piccolo, arrivò a malapena alla maniglia del portone di una villa di periferia. Sono con mia madre. Sul portone c’è un battente a forma di leone. Mi faceva una paura… E mia madre era lì, da Don Santo. Mio padre era in Marina, veniva ogni sei mesi e ci aveva affidati al suo padrino di battesimo, uno di quei galantuomini all’antica. Vivevamo ancora nella casa del Corso. Quando ancora i Bagheresi si conoscevano tutti, capaci di ricostruire le genealogie di tutti quelli che bevevano un caffé al bar Aurora. Come gli Ebrei.

Se non l’ha scritta Mosè, la Bibbia di sicuro l’ha scritta un siciliano. Tutti quei Davide figlio di Giosafatte, figlio di Zebedeo. Fanno ancora così le vecchie nonne quando le loro nipoti si azzardano a presentarle il nuovo ragazzo. Si giurano amore eterno a colpi di sms e non resistono alla prima cena in famiglia. Perché se non sei cresciuto qui non lo capisci la grandissima importanza che ha per una famiglia ricostruire il tuo albero genealogico. La domanda è spiazzante: a chi appartieni?

Pure io mi sono dovuto sorbire tutta sta trafila, mia suocera arrivò a parlarmi di antenati di cui mio nonno aveva dimenticato nomi e facce. E le luccicarono gli occhi quando capì che ero bagherese da otto generazioni, il minimo per essere considerato uno di loro.

Perché di bagheresi ne sono rimasti davvero poco. La borgata è diventata paese, il paese è diventato comune e il comune città. E nelle facce dei sessantamila abitanti è difficile ritrovare quei lineamenti e quella parlata che ci rendevano unici. Una nenia leggera, le vocali dilatate, la u onnipresente e quel senso di superiorità nei confronti dei palermitani. Enzo Sellerio diceva che c’era un motivo palese. Bastava riflettere sul fatto che i bagheresi autoctoni erano i servitori dei signorotti del Barocco. I palermitani si facevano la villa, la decoravano con le follie di tufo che hanno dato vita alle leggende sulla villa dei mostri e si facevano poi vedere in mutandoni dai bagheresi. Quando hai visto il Principe di Palagonia seminudo, magari col batacchio scosciato non puoi non sentirti superiore.

Ora Bagheria era un groviglio di promesse mancate, una matassa di strade che conducono in mezzo al nulla, coi tondini di ferro che arrugginiscono al sole. Vedi quei fossili di calcestruzzo e pensi che magari nei pilastri c’è lo zio del tuo compagno di banco, cancellato dalla vita e dal mondo perché aveva sgarrato con la figlia di Don Ciccio e poi non aveva voluto riparare. Torti e riparazioni, si va avanti così.

Questo Nino ancora non lo sa. Suo padre non gliel’ha mai spiegato perché non si passeggia più nel Corso. Perché lui non aveva manco un anno quando ogni giorno ammazzavano almeno due persone quando la mafia cambiò. E cambiò davvero. Si sporcò l’anima con i dollari che arrivavano con lo smercio di droga. Joe Petrosino aveva intuito giusto prima di finire su una targa ricordo mangiata dal verderame in Piazza Marina.

Il leone sul portone ruggì e venne Don Santo in persona, alto sino al cielo, con un cappello in testa che si levò per salutare mia madre. C’era un prepotente che doveva per soverchieria bucarci il tetto per metterci la sua canna fumaria. Mia madre e mia nonna gli chiesero gentilmente di evitare. Niente, quello ci bucò il tetto e quando pioveva la nonna doveva mettere un tegamino dove cadevano fastidiosissime gocce. Facevano un rumore infernale. Ti sentivi la testa picchiettare da quello stillicidio continuo. Ci pensò Don Santo a raddrizzare il torto. Non so come, ma nemmeno due giorni dopo che eravamo andati a squietare il leone sul portone, la canna fumaria non c’era più e avevamo un tetto impeciato con asfalto di primissima qualità.

Funzionava così. Tutto filava dritto, nessuno si ammazzava più per il segno del limite spostato notte tempo nel proprio podere. Tutti si salutavano, gli uomini lavoravano e le donne non dovevano temere nessun pericolo quando i loro figli si attardavano a giocare per la strada.

Lo Stato assente era stato egregiamente rimpiazzato. Chi non voleva adeguarsi semplicemente spariva. Ma poi arrivarono gli anni Ottanta e il vuoto lasciato dalla morte dei vecchi capimafia annullò il clima di tregua armata. Si incominciò a vedere il sangue macchiare i marciapiedi. E mia nonna faceva sempre la stessa cosa: chiudeva le persiane e alzava il volume della televisione. E se i miei figli non tornavano a casa prima del crepuscolo prendevano tante di quelle sculacciate da non potersi sedere per tre giorni. Ho visto gente decapitata prima di pranzo, assassini che si inginocchiavano nel sagrato della Madrice e aspettavano la loro vittima. Sparavano un colpo solo. Dritto nel petto.

E poi tutto finì. Solo che la gente non camminava più sino all’alba, le case ora venivano chiuse con grate alle finestre perché incominciarono i furti. Ho visto un marocchino per la prima volta a trent’anni. Prima mai. E ora c’è un intero quartiere che pare un pugno di kasbe, durante i loro festeggiamenti ammazzano un vitello in mezzo alla strada e le grida della povera bestia le senti entrarti in testa.

Non rimpiango i vecchi tempi. Non posso farlo dopo che si sa quanto costavano quella pace e quella serenità di facciata. Troppe ossa sbiancate al sole, senza pace.

E la città vista in volo pare essersi contratta e poi esplosa, intere betoniere hanno riversato calcestruzzo dove c’erano campi di limoni e prati di gelsomino. Di notte gettavano le fondamenta e la mattina dopo c’erano già decine di carpentieri a tirar su pilastri. In due settimane una nuova palazzina.

E ci donarono pure lo svincolo autostradale più brutto di Italia, con le macchine che vengono da Palermo che cozzano inevitabilmente con quelle che a Palermo vogliono andare. Code chilometriche, bestemmie che fanno impallidire chiunque e i vigili che si sono rifugiati al Comando dopo che hanno bruciato ben tre volanti. Nessuno dice nulla, nessuno vede nulla. Tutti ciechi e sordomuti qui.

Ma le cose non cambiano scegliendo percorsi alternativi. Se voglio evitare l’autostrada, la Statale 113 mi porta a Santa Flavia e poi a Casteldaccia e lì c’è la stessa aria marcia. L’immutabilità è avvilente. I ragazzi cercano di resistere ma si ingrigiscono dentro e fuori. Come succederà anche a Nino. Ho sbagliato. Ho sbagliato anche solo a pensare di poter fare qualcosa. Che potrebbe fare la cultura contro una calibro nove? Dovrebbe fermare la mano che ha già impugnato l’arma? Non ci credo. Non ci credo più.

Non ci credo dal ’92. Sono tredici anni che ho perso ogni speranza. Perché non si può far saltare un’intera autostrada per cancellare chi voleva fare davvero qualcosa. Solo perché Falcone l’amava irrimediabilmente questa terra. Hanno fatto esplodere un pezzo di autostrada, il Giudice tornava in volo da Roma, mette piede a terra, decide di guidare e si vede la strada sparire, l’asfalto polverizzato. Una catastrofe che presto hanno avvolto nei lenzuoli. Le loro idee cammineranno sulle nostre gambe, l’abbiamo gridato. L’abbiamo scritto sulle lenzuola. Le lenzuola. Sempre le lenzuola. Che prima stendevamo per far vedere che la nostra sposa era arrivata illibata. Sangue di verginità perdute, speranze perdute. Sempre sulle lenzuola. Che sbiancate dal sole assomigliano a vecchi sudari. Sindoni di civiltà perdute. Lenzuola e lì, dove il Giudice perse la sua battaglia hanno messo un doppio obelisco. Una minchia di pietra che si incula il cielo.

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2 thoughts on “Bagheria mori’ d’improvviso (3)

  1. due cose.c'è un racconto molto bello di Mozzi, in Questo è il giardino, che parla di un giudice (credo che sia il racconto conclusivo).seconda.se le mie orecchie non mi hanno tradito ho sentito che Bagheria soffre di una strana forma di allergia in cui tutti piangono quando tira vento.se è vero, mi sembra che questa cosa debba entrare in qualche modo.demetrio

  2. PErfetto. L'allergia è qualcosa che viene dal mare. Dicono che forse c'entrano le alghe. quando soffia il vento sanguinano nasi e lacrimano occhi. Pensavo di farcela entrare quanto prima.Grazie

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