Bagheria mori’ d’improvviso (2)

due

– Sei bella stasera, come una poesia di Paul Celan. Prima che lo sconforto se lo portasse via. Lo sai perché iniziò a scrivere? Per sopravvivere. Per dire al mondo che era ancora vivo e capace d’amare. – Nino s’era innamorato davvero. Certe cose si sentono. Dentro, più in fondo. È come quando a un banchetto mangi troppo e riesci a capire quale sarà la tartina o la cucchiaiata di cous-cous che ti condurrà all’indigestione.

Quella dell’amore come indigestione era una delle tante teorie sballate del neolaureato. Ma Gisella lo amava anche per questo, perché il mondo non le sembrava più così mediocre da quel venerdì di fine ottobre che l’aveva incontrato alla Feltrinelli di via Maqueda. Se l’avesse saputo, il professore avrebbe avuto un’altra stella d’orgoglio da appuntarsi in petto, Nino aveva trovato l’amore in libreria, dove lui stesso l’aveva mandato a cercarlo.

Nino se lo ricordava bene, il professore non aveva voluto insegnargli come si faceva un nodo scorsoio e lui, che già aveva difficoltà ad annodar cravatte, aveva desistito dal suo intento. Il professore però l’aveva spedito a comprare le poesie di Celan e lui l’aveva ascoltato.

E s’era laureato proprio con una tesi su Celan e, quando fu il momento di decidere che sentiero imboccare, scelse di tentare il dottorato di ricerca proprio grazie alla sua bella tesi. In quel venerdì d’ottobre doveva comprare due libri per il dottorato, i libri non erano arrivati ma trovò qualcosa di meglio: Gisella.

Quindi, con un’altra delle sue famose deduzioni sbilenche, Nino era giunto alla conclusione che Gisella gliel’aveva fatta conoscere il Professore. E si mise pure in testa che doveva andarlo a ringraziare.

Ci andò una mattina di settembre, con la barbetta rifilata a dovere e il ciuffo imbrigliato dal gel. Il professore lo accolse con un abbraccio.

L’appartamento del Prof. era colorato come un tramonto, tutti i toni caldi del mare al crepuscolo, quando la stella gialla si va a bagnare i filamenti di idrogeno a pelo d’acqua.

In quella casa Nino aveva passato tanti pomeriggi, intento a condire le sue filippiche con il sottofondo del pensiero e della pipa del professore.

– Nino, stavolta che cos’è? Che cos’è che ti avvampa il cuore? Se resterà anche una sola cosa di questo mio transito terrestre, vorrei che fosse avvolto dalla stessa luce che finalmente hai pure tu. – Ho trovato quello che cercavo da una vita. E ora tutto ce l’ha un senso. Tutte le notti a faccia a faccia col nulla, il sapore delle parole antiche che nessuno compone più, suona bene questa vita nuova, suona giusta. Solo che qui c’è qualcosa che attenta sempre alla nostra felicità, cercano di squagliarci i sogni nel loro acido di malinconia.

– Lo so. Sono quarant’anni che voglio mandare tutto all’aria e andare a scaldarmi le ossa in una spiaggia. Come fanno quelli che ce l’hanno il coraggio di cambiare davvero. Ma tutto quello che mi lega qui mi sembra sempre così precario, penso sempre che devo esserci. Devo esserci quando nascono i miei nipoti. Devo essere in fondo all’aula comunale quando cercano di dire che la mafia non esiste.

– Lo dicono ancora! È agghiacciante: arrestano un boss e qui fanno la fiaccolata per rilasciarlo. Perché era solo "un povero cristo", "uno che lavorava e faceva lavorare". E ora cercano il capo dei capi proprio sotto la strada che porta al liceo. C’è una certa ironia: chissà quante volte ho camminato sulla testa del Boss. E forse quell’anarchica della mia cagnolona gli ha pure cacato sulla pelata. Ma da dove viene tutta questa delusione? Cos’è che ci ha avvelenato il sangue e i fogli di tutti i nostri futuri calendari? I progetti si seccano presto. Per quanto puoi combattere come l’hidalgo di Cervantes? Di volare con la testa e col cuore nessuno ne ha più voglia. Lo sento: capiterà pure a me se non faccio qualcosa.

Il prof ascoltava e annuiva. Annuiva pure la sua pipa che faceva nuvolette che si spegnevano presto, come le promesse di un bambino che si è appena mangiato tutti i pan di stelle.

– Io non ci credo che tutti sono marci. Non è possibile. Nessuno può volere segarsi via le ali e dire addio al mondo e ai sogni. Qual è l’origine di tutto? Lei non può non saperlo. Ha speso tutta la vita per cercare di capire.

– Prima dimmi una cosa: hai mai provato l’abbandono?

Nino ci pensò su e poi disse un sì netto.

– E allora sai che è la sensazione peggiore che qualcuno possa sperimentare. Può condurre alla pazzia. Soprattutto perché chi abbandona lo fa sempre in modo subdolo. Non ti lascia intuire nulla, dall’oggi al domani ti ritrovi il letto vuoto e troppo grande. Dai amore e ricevi una coltellata da chi proprio non t’aspettavi e, ancora peggio, sei pronto a porgere ancora una volta il petto. Perché non puoi crederci, non vuoi crederci che chi ti ha detto tutte quelle belle parole che vibravano di forza e verità, spargeva nell’aria della notte solo minchiate orbe che t’hanno obnubilato l’autostima.

– Analisi perfetta…

– Già, l’ho provata mille e mille volte. Una piccola morte che ti taglia via, ti scaglia lontano dal tuo sorriso più bello. Ti toglie la speranza. E quando ti muore la speranza non puoi fare altro che aspettare. Al buio.

– E questo che c’entra con quello che sta accadendo a Bagheria? Perché lo sa che è vero: qualcosa sta accelerando il processo, la cancrena non si arresta…

– C’entra, eccome se c’entra. Bagheria, la Sicilia, i siciliani si sono sentiti abbandonati. Da sempre, dallo Stato, dai vari politici che hanno fatto incetta di voti e ci hanno lasciato soli. Sempre di più. Compriamo l’acqua per cucinare pure un tegamino di pasta. Ci mancano i servizi minimi. E il lavoro è un’utopia. E ora la precarietà a cui hanno consegnato il vostro futuro farà il resto. Il “posto” diventerà il vostro sogno proibito. Andrete avanti, per inerzia. Sentendovi sempre più abbandonati e inizierete a fare cose stupide. Guarda: ora sono gli emulatori dei lanciatori di sassi dal cavalcavia. Lanciano perché pensano che è l’unico modo per ricordare al mondo e al telegiornale che esiste pure l’isola triangolare. Che non deve esserci solo quando servono tutti e sessantuno i nostri seggi, o quando a qualcuno viene la fregola della crema al pistacchio.

– Ci hanno abbandonato tutti. Gli americani ci avevano detto che saremmo diventati una delle stelle della loro bandiera. Hanno preferito l’Alaska. E ho detto tutto. Una landa di ghiaccio perché qui c’erano troppi soldi in ballo. Le analisi si perdono, perché tra le coppole non si può mai muoversi senza temere di ricevere una schioppettata in piena faccia. O saltare in aria con tutta un’autostrada. Chi ha provato a lottare è andato a concimare la terra.

– Già, un giorno scriverò la mia "Antologia di Spoon River". Farò parlare loro, le anime dei morti, di quelli delusi e di quelli incazzati. Sono, siamo sempre di più…

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One thought on “Bagheria mori’ d’improvviso (2)

  1. ma come parli di mafia?vuoi forse diventare un autore scomodo?o vuoi farci morire di attesa per sapere come va a finire 'sta storia….?buona ispirazione e buon tutto

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