Bagheria morì d’improvviso

Di freak siciliani mi sono ingozzato per troppo tempo. Cucuzze e le sue derivazioni sono state solo un esercizio di stile. Ecco, l’amico Demetrio s’augurava che prima o poi mi dessi una smossa. Che trovassi finalmente la forza di scrivere qualcosa di nuovo e di bello. Non lo so se questa cosa che vi lascio prima dell’ultima micro-vacanza può leggersi in quella direzione. So solo che era un anno che non mi sentivo così bene dopo aver lasciato libere le dita nella tastiera.
Buona lettura

….

Bagheria morì d’improvviso, una mattina di inverno. Morì in silenzio, così come aveva vissuto, stanca di essere nominata nei tg sempre con la stessa presentazione, fotografata sempre di profilo, coi vecchietti sullo sfondo a giocare a carte.

Morì che tutti eravamo distratti, accecati dall’amore o persi ad inseguir lucertole sui muretti di tufo. Non ci furono esplosioni, e nemmeno funghi atomici o piogge radioattive. La città si svuotò piano piano. A poco servirono le supposte di vita giovane che l’Università di Palermo gli propugnò installandosi in una delle ville seicentesche. Ancora meno fece un’intera generazione d’artisti quando decise di dipingere il centro storico con colori belli e vivi. La città si spense piano, come Orano con la peste che covava aspettando il momento giusto per ripresentarsi sulle code dei topi.

Ci provarono quelli della Sinistra Giovanile coi loro striscioni sgrammaticati, ma le loro parole non servirono a lenire la lenta agonia, non tutto era imputabile alla lotta alla pelata di Berlusconi. Pure i neri avevano poco da sventolare le croci celtiche e gli altri orpelli. Niente, tutte le proposte si arenavano e scoppiavano al sole, implodevano, si piegavano scimmiotando al contrario i girasoli: invece di seguire il moto della nostra stella gialla, i bagheresi si spingevano sempre più giù, sempre più al fondo, nel buio delle soffitte che dividevano coi sorci verdi che i nonni usavano per terrorizzare i nipoti.

Davanti a un bar del corso il garzone continuava a gettare manate di sale, per scacciare il lercio dai pavimenti lastricati di belle e inutili intenzioni. Non servivano i comizi, non serviva nulla. Nemmeno andarsene era una soluzione. E così, anno dopo anno, la città sembrava il set di un film di Romero. Ma almeno nella pellicola c’erano gli zombi, qui manco quelli, nessuno se la sentiva nemmeno di barcollare. Vivacchiavamo a stento. E la fine sembrò più vicina quando anch’io andai in pensione.

Per anni dalla mia cattedra avevo provato a smuovere le coscienze. Cercavo di svegliare i più giovani dal torpore che s’era già portato via pure i miei due figli. Tutti mi dicevano che ero pazzo, che la mia azione era l’ennesima lotta contro i mulini al vento. Che le mie parole erano più inutili dei legnetti del gelato, che almeno quelli servivano a togliere la merda dalle scarpe. I miei discorsi invece ammontichiavano deiezioni ideologiche in quei cervelli troppo giovani per avere già provato quell’impermeabilità alla speranza che costituisce il filamento di DNA che ci accomuna tutti: dal giornalaio al benzinaio, dal ladro al pescivendolo. Tutti abbiamo l’anima intossicata da un disamore tetro e coriaceo.

Ma almeno un manipolo dei miei studenti ce la farà, ne sono certo. Smuoverà questo stagno putrido prima dell’estrema unzione.

Perché non ci credo che tutte queste ore di bei discorsi non hanno trovato manco un grammo nei cuori giovani e teneri di tutta una generazione. Insegno da quando ancora erano permesse le scudisciate sui palmi. Da una vita o poco più.

E la mafia può farmi uno shampoo allo scroto coi suoi silenzi e le sue mezze parole.

O può pure cacciarsi una piantagione di zucchine su per il culo di Binnu e dei suoi scagnozzi. Che a sentire il TG 5, o, almeno, quello che resta del TG 5, tra un servizio canino e l’altro, Binnu è più duro di una zucca verde. Lo paragonano a Rambo, può stare fuori, al freddo, infischiandosene dei settant’anni di vita vagabonda. Se non fosse un mafioso, sarebbe un’icona per tutta una generazione. Meglio del Che. Binnu la Bestia Sanguinaria che qui gestisce pure la caduta delle foglie d’autunno. Che controlla pure la caducità delle nostre esistenze. Che andava sino a Monreale solo per vedere i cavalli correre e poi se ne tornava sotto il suo cielo trapunto di stelle a vivere sui nostri sogni e sulle nostre speranze.

Lo possiamo capire solo noi che cos’è la mafia, quegli spilungoni di Hollywood ve ne hanno data una rappresentazione melodrammatica e ci hanno poco da ridere sulla Sicilia e sul fatto che qui tutto è melodramma. Mica che facciamo una pagina d’opera per ogni questione. beh, quasi… qui i picciriddi o si chiantano la prima bua o fanno una reazione che se la sognano pure tutti gli incornati per San Firmino. Quelli che non piangono li tirano su con una logica elementare, dicendogli che la vita va fottuta prima che ti fotta lei. Che devono campare tutti, che, chi può, deve lucrare ma sino a un certo limite. Perché tutti devono mangiare.

Me lo ricordo ancora: dovevo denunciare la nascita di mio figlio, del mio primogenito. Ci vado la stessa giornata in cui mia moglie me l’ha donato dopo dieci ore di travaglio e trovo la scrivania vuota. E vuota è pure la sedia dell’usciere. Ripasso l’indomani e si ripresenta la stessa situazione. Perché qui che cosa sia un deja-vù manco abbiamo bisogno di spiegarglielo ai bambini: l’immobilità non produce manco una momentanea sospensione dell’incredulità, né tanto meno della coscienza. Si ripresenta ogni giorno uguale che non ti meravigli se una situazione la rivivi all’infinito.

Al terzo giorno capii pure io, anzi, me lo fecero capire: se non ci mettevo in mezzo al certificato almeno diecimila lire mio figlio non sarebbe mai stato registrato. E mi piegai. Perché qua mica che puoi decidere di pisciare controvento. Lo possono fare solo loro, solo sulla tomba tua e dei tuoi ideali.

Guccini potrebbe riscriverla "Dio è morto", tagliando via l’Altissimo e rimpiazzando il grande Assente con la Speranza. Solo che l’ultima strofa potrebbe pure lasciarla come vestigia di una vecchia scoreggia. Non ci sono segnali. Mi illudo di vederli ma i segnali di fumo sono solo le emissioni di azoto che rilasciano le ossa macinate e sbiancate dal sole. Ogni mattina esco di casa presto, prima che i miei concittadini organizzino già la vita di tutta la comunità nell’intervallo tra due caffé.

Esco e prendo una copia del Corriere, me lo leggo prima del pranzo. Prima che l’acqua della pasta sia giunta ad ebollizione. Lo leggo e lo sconforto lo vedo uguale in tutto il mondo, solo che qui lo sconforto è già rassegnazione, la rassegnazione è già angoscia, e l’angoscia è già morte.

L’altra mattina ho rivisto due miei vecchi alunni, in rapida successione. Nino stava passeggiando con la sua cagnolona, l’ho riconosciuto subito, è l’unico che qui cammina con la paletta e il sacchettino per gli escrementi del quattrozampe. E poco dopo ho visto Gigi, sempre più confuso, in bilico tra i dolori del mondo e la storica mancanza di pilu femminile che gli toglie il sonno e la serenità.

Nino era sereno, un po’ più stempiato, con meno pancia del solito. Forse ha trovato la donna giusta, quella che non ha mai smesso di cercare nemmeno quando voleva che gli insegnassi come fare il nodo scorsoio per dire addio al mondo e alla vita. Se dovessi indicare un campione di quel melodramma che caratterizza i siciliani, non avrei dubbi. Nino è peggio di Amleto quando inscena la sua pazzia. Solo che Nino a Bagheria ha poco da squagliare in dilemmi, nessuno gli cala più manco la testa e lo lasciano filosofeggiare sulla sua opera di attualizzazione della filosofia platonica. Già, quel ragazzo ci ha abbastanza sale in zucca e sa che i paroloni volano presto, i miti platonici invece possono arrivare alla gente e aderire meglio alle teste di ciaca dei nostri concittadini.

Ma la luce che gli ho visto negli occhi non derivava dalla laurea in filosofia che s’è beccato a dicembre. Quella è la serenità che ti dà solo un amore vissuto bene, senza intossicarsi nelle discussioni che ora vanno di moda. Senza fare i test dei giornalacci femminini per capirci. Un ragazzo, una ragazza e la voglia di stare bene assieme. Gliel’ho sempre detto ai miei picciotti che nella vita conta solo quello che la testa brillante di Mozart ci ha insegnato con la bella musica del suo Flauto Magico: ogni Papageno deve cercare la sua Papagena, la sua metà femminile che lo completa e lo appaga e allora sì che l’amore, quello vero, l’unica cosa al mondo che si merita davvero la maiuscola, ci renderà davvero liberi.

Gigi invece è buio, ma quella è solo la scoccia che offre al mondo. Mi ha detto pure che vuole piantare tutto e andare a coltivare caffé in una Comune. Io lo so che lo muove un semplice sillogismo: Gigi non trova una che gliela dà – Nella comune tutte la danno a tutti – Gigi deve andare in una Comune. Povero picciotto, nella sua semplicità mi ci rivedo prima che mi cadessero i capelli, prima che i pochi bulbi piliferi superstiti s’incanutissero.

Ecco: Gigi e Nino sono un buon punto di partenza. Li devo contattare e risvegliarli.Però dovevo agire con discrezione, senza attirare troppe curiosità. Qua le donne stanno sempre semi-nascoste dalle persiane, ore e ore, nei balconi, a gustarsi le vite degli altri. E poi parlano con chi di dovere. E pure che la mia età mi fa essere più tracotante non posso mettere nei guai quei due ragazzi. Devo agire leggio leggio, come una flatulenza nella notte.

Stamattina mi sono svegliato rinvigorito, la luce che filtrava dalle vertebre della serranda mi ha leccato via ogni timore. La speranza mi è rifiorita negli occhi, l’ho visto pure mentre mi rasavo, sorridevo di un sorriso bello e pieno. Di nuovo.

Sapevo bene quello che c’era da fare, sono stato un professore per così tanti anni che conosco le abitudini dei giovani. Non ci vuole poi molto, da che mondo e mondo, a quell’età, e non solo a quella, l’attrazione fisica muove il cuore e i piedi.

Con Nino agivo a colpo sicuro, quel sorriso non era da avventurette destinate a sbiadire presto, s’era zitato di certo con qualche brava ragazza.

Mi piazzai nella parallela alla sua strada e aspettai che cavasse fuori dal box la sua Renault 4, la macchina meno discreta del globo: una vettura verde pisello più rumorosa di una mandria di bufali d’acqua.

La mia Cinquecento poteva stare attaccata alla sua targa senza problemi. E lo feci: lo seguii, curva dopo curva, sino a Trabia. Qui si fermò in una bancarella di libri e si mise a toccare tutte le copertine dei volumi a due euro. Il mio cuore di docente di letteratura ebbe un sussulto, avevo fecondato un giovane lettore con la fiamma viva del piacere della lettura. Un fuoco inestinguibile.

Nino prese un Vittorini e due Pavese. Non poteva essere un caso. Avevo martellato i miei alunni per tutti i miei trentacinque anni di carriera sempre con “Conversazione in Sicilia” e le poesie e il diario di Cesare Pavese.

Se li fece mettere in una busta e si rimise al volante. La macchina sussultò più volte prima di accendersi.

L’ho seguito per una settimana, lasciandogli però tutta la privacy possibile e ne sono certo: so pure dove sta la sua ragazza, una ragazza bella come una promessa mantenuta. E bravo Nino!

Con Gigi fu ancora più facile, quelli che non hanno ancora il cuore arroventato dalle frecce intinte d’amore devono occupare il tempo con surrogati. Di solito i tipi come Gigi fanno giochi di ruolo o volontariato. Conoscendo il gusto per l’eccesso del mio vecchio alunno, Gigi magari fa entrambe le cose.

Di certo non farò mai un sei all’enalotto ma i miei studenti non hanno segreti per me. Gigi aiuta i bambini al doposcuola organizzato dai Gesuiti e con quelli più svegli organizza tornei di giochi di ruolo.

Io devo solo gettare l’esca, sta a loro decidere se accettare o no. Li lascerò liberi, pure di sbagliare. Pure di tirare lo sciacquone sulla loro ultima possibilità.

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5 thoughts on “Bagheria morì d’improvviso

  1. beh.. non è che se uno trova la ragazza, smette di fare volontariato… o di giocare di ruolo..magari smette di fare entrambi, per mancanza di tempo….aspetto con ansia il seguito..

  2. l'ispirazione ripeto era libera: diciamo che sei il prototipo dell'ultimo eroe romantico. Deduco che l'operazione abbia il tuo assenso e allora la continuo e la continuerò al ritorno dell'ultima vacanzina-ina-ina

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