il primo giorno di scuola

Al primo giorno di scuola mi ci portò mio padre, quando ancora era maresciallo dei vigili urbani. Per non attirare critiche e note di demerito nel suo stato di servizio si fece mettere di turno alla mia scuola, per cinque anni di fila arrivavo a scuola nella Uno dei vigili.
Me lo ricordo, non volevo lasciare né la mano né il cappello bianco del mio papà, pure che mia madre mi aveva rimpinzato lo zainetto di Masters perché aveva letto che per mitigare il senso d’abbandono basta anche un solo giocattolo amato. E siccome è sempre meglio abbondare che mancare, ci mise tutta la mia collezione.

Io ero riluttante, giorno dopo giorno, all’asilo, la maestra arpia mi toglieva He Man e Skeletor e li buttava sopra il suo armadietto. Lo faceva perché lei aveva altri libri a guidare le sue azioni. Forse i suoi sacri testi le dicevano che i bambini devono subito abituarsi alla cattiveria del mondo. So solo che non ci volevo andare manco ammazzato all’asilo. Meno che mai volevo passare in prima.
E pure avevo studiato tanto per l’esame di primina, avevo superato un dettato su una barchetta di carta che sfuggiva a un vento maligno. Un dettato pieno di parole come becchettio, rollio, sciabordio…
Però il primo giorno andò bene, giocai con Tea e Antonio coi puzzle per cerebrolesi, quelli a dieci pezzoni macroscopici.

E mio padre, che m’aveva promesso sul suo distintivo che sarebbe tornato, mantenne la promessa. Mi riportò alla stazione dei vigili con la camionetta del nucleo infortunistica. E lì mi offrì un pezzo di pizza col prosciutto.

Dell’elementari mi ricordo un senso diffuso di serenità, almeno sino a quando non fecero la pesata pubblica degli infanti.
Sino alla terza elementare ero peso forma. Manco un grammo di grasso.
Poi pero’ mia sorella ingrassò, e io che ero il suo paggio fedele la seguii. Mi mandava pomeriggio dopo pomeriggio all’emporio della Signora Margherita a comprare gli Yonkers e i Fonzies. E poi ce li mangiavamo felici, davanti alla Tv.
Proprio come Bart e Lisa quando si calano Grattachecca e Fichetto.

All’ombra di mia sorella sono cresciuto in anni, saggezza e diametro del girovita. Sino a pesare 60 chili in quinta elementare.
Mi ricordo Michele, il malacarne che si vestiva ogni Carnevale sempre da Punk – bella forza: una maglietta sfardata e un jeans macchiato e una cicatrice storta fatta col rossetto della mamma! – che s’arrampica per sbirciare nella finestrella dove il medico mi pesa e mi misura la pancia e le cosce. E poi dice a tutti il mio peso. Volevo semplicemente sparire.

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