E’ morto Emilio Garroni il filosofo che amava le arti

di TULLIO DE MAURO

Emilio Garroni è morto ieri a Roma a 79 anni. La salma sarà esposta nella camera mortuaria dell’Ospedale S. Camillo-Forlanini domani dalle 9 alle 11. I funerali avranno luogo sempre domani alle ore 16 nella Facoltà di Filosofia, Villa Mirafiori, via Carlo Fea 2.

Una vita interamente dedicata agli studi e alla riflessione, oltre che agli affetti più intimi, agli alunni e alle rare amicizie preziose per chi ne fruiva. Questa è stata per Emilio Garroni il risultato di una scelta costruita e difesa attraverso i decenni.

Ci fu un tempo in cui la televisione italiana seppe essere colta e intelligente. I più vecchi lo ricordano e lo ha rammentato di recente Walter Veltroni. Emilio Garroni visse dall’interno quella stagione come brillante intervistatore e autore di trasmissioni su soggetti artistici. Il giovane e brillante uomo di televisione era anche critico artistico militante, autore di presentazioni e cataloghi d’arte, amico di Cesare Brandi e dei pittori più importanti degli anni Cinquanta, e autore anche di raffinati racconti.

Tutta questa esperienza avrebbe potuto portare Garroni su altre strade, servì alla sua mente di filosofo e pensatore come materia prima su cui esercitare la sua riflessione teorica. La crisi semantica delle arti fu il primo più sistematico frutto di questo lavorio. Garroni fino ad allora si era tenuto ai margini della vita accademica, il lavoro gli valse un incarico di Estetica all’università "La Sapienza" nello straordinario Istituto di Filosofia di Nardi, Antoni, Calogero e Spirito. Da allora Garroni lasciò che il suo cursus accademico si svolgesse quasi per suo conto, fu aggregato e poi ordinario alla Sapienza e si dedicò interamente all’insegnamento e allo studio, a parte qualche rara diversione letteraria come Dissonanzenquartett.

Non è facile dare conto rapidamente dei suoi molti contributi: di semiotica o, meglio, di critica della semiotica, in un colloquio serrato con Eco, Prieto e altri studiosi contemporanei; di linguistica teorica e filosofia del linguaggio, con attenzione critica agli apporti di Hjelmslev, Chomsky, Wittgenstein, oltre che di Saussure; di interpretazione del pensiero kantiano, segnatamente della Critica della facoltà di giudizio di cui è stato traduttore insieme a uno dei suoi allievi prediletti.

Tuttavia recensendo il suo ultimo volume Immagine linguaggio figura (Laterza, 2005), in cui col tono e i modi di una conversazione tra amici che si intendono l’autore ripercorre i punti più delicati del suo cammino filosofico e anche umano, mi è parso di potere proporre che vi sia stato un filo unitario in tutto ciò e che il filo sia la ricerca dei nessi che collegano tra loro i molti valori disparati che si raccolgono intorno alla parola "senso": ciò che percepiamo e gli organi con cui percepiamo, la direzione in cui ci muoviamo o vediamo muoversi le cose, il valore che attribuiamo a parole, immagini, opere, segni che incontriamo nel nostro vivere reale, pratico, intellettuale, fantastico e anche onirico. Quest’ultima specificazione non sorprende chi conosce gli approfondimenti critici di temi psicanalitici che Garroni ha svolto anche in collaborazione con Armando Ferrari. E’ un soggetto di riflessione osservare che, come del resto l’ultimo Kant, anche Emilio Garroni, apparentemente così degagé, abbia accentuato fortemente specie nelle ultime conversazioni cui ho accennato l’aspetto propriamente politico della sua ricerca sul senso e di senso. Anche questa è una eredità non facile per i suoi molti scolari e per quanti vorranno ripetere di lui, con antiche parole, "il miglior uomo tra quanti abbiamo conosciuto".

(Repubblica, 7 agosto 2005)

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