come c’insegnò il buon platone

Al mio funerale io non ci sarò. Voglio morire prima di te, voglio morire sulle note dell’ultima struggente canzone di Giuni Russo.

E’ una bella certezza, non esserci quando i tuoi occhi si chiuderanno. Tra ottanta o novant’anni, quando saremo stati così bene assieme da condividere pure l’ultimo respiro.

Il landarolo qualche tempo fa scrisse di un suo sogno allucinato. Fantasticava di simulare la sua morte per fare la conta di chi sarebbe stato davvero affranto dalla sua dipartita.

é una cosa a cui ho pensato spesso nella pseudo-depressione adolescenziale.

poi ho smesso, ho alzato gli occhi al cielo e l’ho visto bello, dello stesso azzurro degli occhi che non ho mai smesso di cercare.

Però quella di far la conta delle prefiche è una fantasia agghiacciante, mi ricorda quando il sordomuto che avevo in classe alle elementari e poi al liceo per i suoi 19 anni portò una torta che era imparentata con la luisona del bar Sport di Benni.

Si mise a leggere il biglietto con gli auguri e dava la torta solo a chi aveva contribuito al regalo. Io non avevo messo le cinquemila lire per quella costituzionale penuria derivata dalla mie incursioni alla Feltrinelli. E non volevo nemmeno la torta, ma lui, a priori, non me la diede perché non ero nella lista. Dico, è una sciocchezza, ma è una di quelle che ti segnano e che poi usi per dilatare riflessioni che ti portano sempre più lontano.

Chiedersi chi ci sarà al nostro funerale è la stessa cosa. Che faremo con quelli che non piangeranno? Non daremo l’orribile foto-ricordo che qui in Sicilia è ancora diffusa come le sfincitedde di san giuseppe? Chi ci sarà, vedrà.

Sarà solo una buccia, la mia, rivestita del cappotto di legno che riempie i vuoti delle sceneggiature di Tex e di Walker Texas Ranger.

Perché la filosofia m’è servita solo a una cosa.

Ad arrivare pronto alla morte.

Come c’insegnò il Buon Platone.

Che è solo una altro modo per dire che l’ho vissuta bene questa vita. Malgrado tutte le cazzate che ho messo da parte, per gli addii che ho dato e avuto, per i motivi cercati di notte sotto un portone con Lucio Dalla che canta ITACA. Se l’ho vissuta bene questa vita lo saprò solo allora. Non si sfugge alla baldracca falciatrice. E basta. Che prima di finire dentro una canzone di De Andrè c’è ancora tutta una vita.

La meraviglia si schiude come un gigantesco girasole, come il sorriso di una bambina che lava un chicco d’uva nel fondo di un bicchiere, certi sguardi non le puoi dipingere nemmeno con tutte le parole della Treccani. E non resta che abbandonarsi, felice. Verrà la morte, sì, verrà.

E sarà soltanto una nuova avventura.

Odisseo e Penelope si sono ritrovati in fondo al gorgo, lì, oltre le colonne d’ercole.

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