scrittura-caronte o scrittura-orfeo?

“Tonino,

mi chiedevo che cosa ti porta a scriverci queste finestre.

E a condividerle con noi.

Penso, ma forse sbaglio, ad una necessità di riassesto, di riflessione sui temi del dire.

Sembra quasi che tu ti stia chiedendo: cosa ho scritto in questi anni?

Hai come individuato una serie di linee guida, di temi orizzonte, e ci stai presentando una tua "autorappresentazione" antologica.

Molti di questi testi, ma questo tu lo sai, non aggiungono nulla di nuovo a quello che tu hai postato su bombacarta e su bombasicilia.

E’ proprio questo essere in un certo senso ‘figure retoriche’ della tua scrittura che le rende interessanti e pericolose.

Interessanti perché queste tue finestre precludono ad altro: forse hai trovato una nuova scrittura, una nuova storia, nuovi stimoli e come tali vuoi chiudere con il passato. Oppure, e qui sta il pericolo, ne senti una struggente nostalgia di quando scrivevi così, ed allora il problema è più grave. Sei caduto nell’empasse di credere di aver già detto tutto e di non poter far altro che ripetere te stesso.

Credo che questo debba essere il modo con cui queste finestre debbano essere lette.

Come un auspicio, che aprendo BombaCarta o BombaSicilia un giorno troviamo qualcosa di tuo veramente nuovo e bello.

con amicizia

demetrio”

Demetrio Paolin, il meritevole vicedirettore di BombaSicilia, è uno Scrittore. E come ogni buon scrittore è innanzi tutto un acutissimo lettore. Uno dei più acuti che abbia mai donato i suoi occhi e il suo tempo alle mie parole.

Scrive e trivella.

Già, a che servono queste finestre che si spalancano una dopo l’altra?

A far arieggiare i ricordi?

A traghettare me e le mie parole nel futuro che mi sto costruendo? La scrittura-caronte? O la scrittura-orfeo che non deve mai girarsi indietro?

Forse per dimostrare a me stesso che molto, forse troppo, di quello che ho già scritto lo sottoscrivo ancora oggi?

Non lo so. E’ come se stessi per formattare il computer. Devo decidere cosa portarmi nella nuova macchina da scrivere digitale.

O, semplicemente, d’estate, dopo un anno bello e pieno, mi andava di scrivere qualcosa di leggero leggero. Come un bacio dato al risveglio.

Come quando conosci tanto una casa che non sia quella in cui ti hanno svezzato, tanto da non sbattere più le ginocchia nel comodino neanche al buio. Così bene da sapere dove riappendere la paletta dopo che hai fritto le melanzane.

Come quando i cani smettono di abbaiare perché ormai ti riconoscono e, perché no, vogliono un pò di bene pure a te.

Gli anni di queste didascalie – perché queste sono, didascalie per foto-memorie – li ho vissuti. E li ho vissuti bene. Ora questi anni sono irrimediabilmente passati.

E la scrittura li rinfresca, gli rinfresca l’anima, li fa volare di nuovo.

Joao Guimaraes Rosa scrive che "Le storie non si limitano a staccarsi dal narratore, lo formano anche: narrare è Resistere". Appunto: tra resistere e lasciarsi affondare, ho scelto questa forma di resistenza.

Perché se in ogni viuzza c’è una lapide di un morto ammazzato, qualcosa ti devi inventare.

Se porti i tuoi progetti in una borsa di pelle ai presidi dei due licei e ti ritrovi la porta sbattuta in faccia, qualcosa la puoi ancora fare. Pure che il sindaco ti dice che, paradossalmente, sarebbe più facile se tu fossi uno scansafatiche che sfumacchia le sue giornate al bar. Perché almeno soffriresti meno.

Che per uno con le tue potenzialità sarebbe meglio partire. Perché “cu nesci, arrinesci”. Chi esce, riesce…

Prima di sentirmi intrappolato in una canzone di Ligabue, qualcosa va fatta.

Anche scrivere.

Almeno per chi ci crede davvero che vivere significa prendersi cura dei propri sogni e delle proprie speranze.

Prima che la laurea secchi al sole, prima che anch’io concluda le mie frasi dicendo che non c’è più niente da fare. Perchè nemmeno i colori della Repubblica Full Color, giunta anche qui nell’isola triangolare, riescono a spazzare via la patina di grigio che si vede salire da Palermo e dai suoi dedali di segreti.

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