di politica e di altre idiozie meravigliose

Ripensandoci, un nome per qualche tempo la mia combriccola l’ha avuto. Avevamo pure i tesserini che Ciccio aveva fatto smanettando con Photoshop ai tempi che avere un PC era un segno di distinzione.

Eravamo il Gruppo Rivoluzionario 26/7 II°. Io avevo fatto fare pure un timbrino per siglare i documenti che battevo con la mia olivetti lettera 22 dopo ogni riunione.

Ci mancava solo una sede.

E poi l’illuminazione, mia madre non ha mai creduto ai bot e agli altri fondi d’investimento. Per lei l’unico modo in cui trasformare i soldi faticosamente messi da parte è il mattone. Così arrivava a un gruzzoletto e comprava una casa. Più che altro catapecchie. Però una catapecchia era meglio che niente. Così il 19 marzo del 1998 io e i miei amici abbiamo messo un pò d’ordine in una delle mie bettole e ci siamo fatti la nostra "casa sull’albero". Piano piano ci portammo la luce, una porta, qualche poster, due bandiere col Che e pure una piccola libreria rivoluzionaria.

Ciccio e la sua chitarra all’inizio di ogni riunione suonavano Hasta Siempre. Cantavamo a squarciagola progettando di sabotare i motorini dei Pruni o il ritiro spirituale organizzato dall’oratorio (da lì ho preso la materia pulsante per la mia mela bucata…). Ci divertivamo, io studiavo e di corsa andavo nella tana.

Poi tutto pian piano venne dimenticato. Sino a che una triste domenica Lucio s’arrampicò sul divanetto di legno e staccò via le bandiere di Che Guevara per ridarle a Ciccio. Quello era il requiem del nostro gruppo. Poi tutto il resto fu una logica conseguenza, iniziammo a fumarci i sogni. E io che cercavo di salvare gli altri capii quanto ero stato bacchettone.

Quando venni a sapere della prima canna di Lucio cercai di salvarlo, andai a cercarlo dove s’era nascosto. M’incazzai come un caimano quando venni a sapere che mi usava come scusa e scudo: per sua madre io ero una garanzia. Garanzia che svanì quando i genitori di Gaetano, tornando d’anticipo un sabato pomeriggio, mi trovarono fumato sul loro divano di pelle. Era Gaetano che m’aveva dato il fumo e ora passavo io per il demonio.

Poi il resto è quello che accade a tutti, ritrovarsi in case di cui non sai manco chi è il proprietario o che minchia ci fai lì. Bere e vomitare per poi ricominciare a bere e vomitare.

Forse così butti fuori l’angoscia che cala come mannaia sull’adolescenza che è agli sgoccioli. Perché, sin quando si tratta di abituarsi alla voce bassa e al rasoio da usare sempre più spesso, siamo tutti bravi. E’ dopo che viene il difficile, quando devi metterti davanti allo specchio e dimostrare al mondo che non sei solo buono a sciupare shampoo. Che tutte le promesse che hai fatto le sai mantenere. Che sei pronto a rimetterti sempre in discussione per ribadire quello che di buono hai messo al centro del tuo mondo.

I Greci facevano la stessa cosa andando a beccarsi il loro feedback catartico dopo una tragedia. Che ne so, vedevano Edipo accecarsi dinnanzi alla scoperta dell’incesto e si sentivano svacantati. Tornavano a casa con un sentimento nuovo, scossi e però fiduciosi di un possibile rasserenamento. Come quando cammini in un sentiero di montagna, continui a salire sino a quando baci le nuvole. Come faceva Super Mario in uno dei suoi mondi. E lì, con la testa leggera e il cuore ancorato a una sola luccicante certezza le promesse le vedi, le senti, le tocchi.

E le baci.

Le baci sino a quando con le labbra rosse rosse e piene di speranza ridiscendi a valle, con le gambe ancora più muscolose, più salde, buone per marciare senza paura verso quel futuro che ti costruisci nel migliore dei modi possibili.

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