d’arancine-bomba e altri demoni

Sono venuti tutti gli amici a squadernarmi i pensieri.

Fisicamente siamo sempre più lontani, come l’aquilone dalla sua coda di spago. E proprio l’aquilone che qualcuno lanciò sulle pagine di Conversazione in Sicilia mi fa ripensare a quell’estate del 1998 che iniziò con la decisione di dimagrire.

Passare da 100 e passa chili a 82 fu come volare. Le mie chiappe rinsecchite le misi sulla sella del Typhoon e col buon Gaetano facevamo su e giù da Palermo, con qualsiasi tempo, sempre in due e senza la scodella in testa.

L’ormone ci sbrodolava su e giù lungo il sistema sanguigno, eravamo un grumo di speranze.

Mi piace pensare che lo siamo ancora. Avevo pure gli occhiali, il mio primo paio: quadrato, nero, orribile.

Spesso paragonano una teoria a un paio d’occhiali, il mondo è sempre quello, cambia solo il filtro attraverso il quale lo vedi e lo bevi.

Quegli occhiali poi sono stati rimpiazzati da modelli sempre più leggeri, sino al nuovo occhialino leggero leggero come un bacio dato al risveglio.

I miei amici… Eravamo una comitiva di quattro disperati, con Lucio che già sfumacchiava e io che combattevo i chili di troppo e le mie battaglie fatti di ideali coriacei e senza tempo. Ideali che sapevano di buono e stantio come il pane casalingo che pian piano si indurisce all’aria.

Con Gaetano si babbiava spesso e volentieri, facendo su e giù da un rivenditore di patatine e l’altro. Se c’era fame di arancine e di chilometri si viaggiava sino a Palermo e scambiavamo la faccia della Montessori con due arancine bomba, almeno 400 grammi di riso e altrettante calorie che poi significavano inevitabilmente un giorno di digiuno per scontare il peccatazzo di gola.

Ci piaceva stare insieme, sognare impossibili storie d’amore e di tette, terrorizzati di non essere abbastanza belli da nudi, poi c’era l’eredità degli anni 50 in cui tutti volevamo vivere…

Già, gli anni di Fonzie e dei teddy boys, coi jeans pro-orchite e il gel che poi nevica sulle scapole. Non avevamo un nome, nessuna sigla. Non che ci mancasse fantasia, quella ne avevamo pure troppa. Avevamo dato noi i nomi ai nostri nemici e poi quei nomi s’erano appiccicati nella memoria di tutti: da una parte i Pruni, dall’altra la Banda Monnezza. In mezzo noi, che eravamo buoni a criticare e a movimentare la vita placida dell’oratorio.

Andavamo spesso da Ricordi o da Mineos, ci hanno tirato su i Pizza Sub della signora Mineos (col genitivo sassone ormai appiccicato come una condanna). 2500 lire per un paninazzo fatto con la pasta di pizza piegata in due e rimpolpata di mozzarella, wustellazzi e altre ipercaloriche meraviglie. Sopra ci mettevamo birra e cocacola.

Poi andavamo al Johnatan Club, io guardavo gli altri giocare a stecche o fare quel gioco in cui poi ti spuntava la donnina nuda, calcolando quanti gettoni ci volevano per vedere la pelliccetta pubica, conveniva andare a comprare un’intera annata di Playboy e ammazzarsi di seghe. Cosa che effettivamente il Carciofo fece, secondo quanto ci diceva lui stesso, vantandosi di aver passato un’intera giornata a mollo della Jacuzzi per vedere qual era il limite fisico del suo pisello.

Poi arrivarono le femmine e qualcuno perse la testa. Soprattutto Ciccio che aveva dalla sua gli occhi azzurri e quella bastardaggine che alle puelle piace da impazzire. Sapeva pure suonare alla chitarra le canzoni degli Articolo 31 e aveva tutta una filosofia di vita che aveva succhiato da Rambo e da quel telefilm di minchia che era Classe di Ferro.

A quanto ne so, Ciccio ha impallinato la cicogna e ora vive felice in una casa che pare ferma ai sogni floreali degli anni 60. Una specie di comune dove ti sballi pure mentre fai bollire il latte. Latte che Ciccio prepara alla moglie e al bimbo in arrivo.

Che malinconia, quasi tutti hanno capito che era arrivato il momento di mettere da parte i sogni per grattugiarci sopra un pò di arrivismo. Gaetano vive nella Zummomobile rossa e lavora alle poste, Lucio fa quei corsi che servono per credere di fare qualcosa di buono per un prossimo raggiante futuro, il Carciofo s’è aperto una boutique con i soldi che la mamma teneva tra la pellicetta pubica e i cespugliazzi ascellari che non mancava di farci vedere ogni volta che andavamo a prendere il figlio. Gli altri sono spariti, hanno scelto di continuare per qualche altro anno a scacciare la noia con qualche canna o bevendo qualche altro ettolitro di vino.

Io me ne sono andato prima, li guardo, ripenso a quelle belle serate in cui ci sembrava di essere invincibili, cazzeggiando alla Rotonda o tornando a casa sempre un pò più tardi. Come se il mal di testa da sbornia fosse un segno di maturità e non una piccola e pulsante tortura.

Alla fine dell’estate puntualmente andavamo a farci il convegno dell’oratorio, ma anche lì anno dopo anno eravamo sempre meno. E masticavamo sempre più spesso la frase che lampeggia alla fine dell’adolescenza: "ti ricordi?".

Sembra che tutto quello che abbiamo fatto, l’abbiamo portato a termine solo per poi poterne riparlarne oggi.

Come che riuscire a fregare qualche Pruno, o battere a stecche qualcuno della Banda Pattume fosse stata una stella di latta da appuntarsi quando uno sogna di riavere i sogni che aveva a 7 anni.

Però mi fermo, ripenso a come mi piaceva fare curva dopo curva la stessa strada coi miei amici, con loro e i loro vizi, le loro paure. Quelle che avevo pure io. La chimera dell’impegno politico, le canne fumate guardando il cielo, le missioni punitive, le buffonate per attirare l’attenzione delle ragazze a cui spuntavano piano piano le tette, i concerti di rutti e di scoregge, le gare a chi beveva e mangiava di più.

Con loro sono diventato la persona che sono oggi. Anche grazie a loro ho trovato il coraggio che almeno una volta m’è servito per non perdere il senso di meraviglia che ha dato inizio al mondo e alla filosofia. E oggi non mi spaventa addentare quella grande avventura che si chiama futuro. Che poi lo capisci solo dopo che il futuro te lo fai tu, giorno dopo giorno. E che manco la macchina di Doc serve poi a capire che razza di uomo diventerai. Basta poco per cambiare tutto. Era questo il succo della trilogia di "Ritorno al Futuro": il futuro dipende da una miriade di scelte, sono quelle che ci rendono quelli che siamo. E io ho scelto, ho scelto di sperare.

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