Una giornata alla Stefano Benni

Oggi giornata da spedire presto nella memoria a lungo termine, lì sotto l’albero meditavo con le foglie che cascavano sulle pagine di "Achille piè veloce". Un salto anche alla feltrinelli e lì era arrivato l’ultimo libro di Benni, Margherita dolcevita. ne copio l’incipit dal sito della Feltrinelli.

Dulcis in fundo: incoccio un vechcio amico alla stazione e mi parla pure di Achille piè veloce e della capacità immaginifica di benni. E naturalmente contemporaneamente usciamo dallo zaino due copie dello stesso identico libro…

Capitolo 1, La sparizione delle stelle

Sono andata a letto e le stelle non c’erano più. Ho pulito per bene il vetro della finestra, ma niente da fare. Erano sparite. Era sparita Sirio e Venere e Carmilla e Altazor. E anche Mab e Zelda e Bacbuc e Dandelion e la costellazione del Tacchino e la Croce di Lennon.
Non ditemi che alcune di queste stelle non esistono. Sono i nomi che gli ho dato io. Infatti rivendico il diritto di ognuno, specialmente delle fanciulle fantasiose come me, a chiamare le cose non soltanto con il nome del vocabolario, ma anche quello del vocabolaltro, cioè con un nome inventato e scelto. In fondo tutti lo fanno. I miei genitori mi hanno chiamato Margherita, ma io amo essere chiamata Maga o Maghetta. I miei compagni di scuola, ironizzando sul fatto che non sono proprio snella, a volte mi chiamano Megarita; mio nonno, che è un po’ arteriosclerotico, mi chiama Margheritina, ma a volte anche Mariella, Marisella oppure Venusta, che era sua sorella. Ma soprattutto, quando sono allegra mi chiama Margherita Dolcevita.
Il vigile davanti al quale sfrecciavo in bicicletta mi chiamava Vaipianomargh. Le insegnanti mi chiamano Silenziolaggiù. Il mio primo amore, praticamente anche l’ultimo, mi chiamava Minnie. Viveva con gli zii e aveva una visione disneyana della vita. A quei tempi portavamo tutti e due l’apparecchio per i denti e ci davamo dei baci metallici che sembravano i duelli dell’Iliade. Eppure li rimpiango. Anche a quattordici anni e sei mesi si può rimpiangere. È presto, dite? E se muori a quindici?
Stavo parlando delle stelle. La cosa strana è che il cielo era limpido, poco fa, quando ho accompagnato fuori Pisolo, il mio cane, nella sua tournée di sessanta minipisce.
Quindi non potevano essere le nuvole a nasconderle. Infatti ho aperto la finestra e ho visto che, proprio dove un’ora fa c’erano il prato e gli alberi, avevano piantato un cartellone enorme, tipo schermo di cinema, quaran-cinquanta metri, e sopra c’era scritto:

LAVORI IN CORSO

Era quello schermo immenso a coprire le stelle. Cosa sta succedendo? mi sono chiesta.
Ho allungato il capino fuori come una tartaruga a primavera, e ho visto vari tipi di camion. Scaricavano lastroni di vetro, tubi e blocchi di cemento, e anche lavandini e piastrelle. Allora ho capito.
Da tempo sapevamo che qualcuno aveva comprato il terreno vicino al nostro per costruirci una casa.
Ero eccitatissima, avrei voluto svegliare mamma o il nonno o i miei fratelli, ma era tardi e così ho fischiato per chiamare Pisolo e lui è venuto.
Pisolo è il mio cancatalogo, perché più che un incrocio è veramente un catalogo di tutte le razze canine e animali e forse vegetali apparse sulla Terra […] 

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