L’unica che non doveva mancare

Ho scritto abbastanza sulla mia Sicilia, ho abbozzato la mia visione del mondo. E ora? Pure io col blocco dell’aspirante scrittore dietro cui si nasconde lo scoppiettante ego scriptorio di Marco Candida? Assolutamente no.

Qui il problema è più a monte, per semplificare mi azzardo a dire che coincide con l’ultimo numero di Dylan Dog che ho acquistato e soprattutto con il motivo per cui ho deciso che quello era proprio L’ULTIMO NUMERO DI DYLAN DOG che acquistavo. Riservo il maiuscolo solo alle decisioni che sento più definitive delle altre. Per intenderci, non penserei mai in maiuscolo l’idea circa la dieta che dovrebbe spedirmi nel limbo del ventre piatto cogli addominali quadrettati o, peggio ancora, l’idea di smettere per sempre di fumare. Smetto sempre più spesso, questo sì. Dal 19 febbraio non fumo. Me lo ricordo così bene perché era la stessa sera che sono andato al Massimo a seguire la Boheme appollaiato su uno di quei trespoli dei palchetti laterali.

La sera prima mi avevano portato al cinema per quella cazzatissima di "Mi presenti i tuoi" con Robert De Niro alla frutta e Ben Stiller sempre più patetico. Eravamo tutti fuori a sfumacchiare tra un tempo e l’altro, io mi godevo quella bella marlboro (light) sulla soglia, lì con tutti gli altri. O almeno, pensavo che ci fossero tutti. Mancava l’unica che non doveva mancare, l’unica della comitiva che non fuma pur vivendo in una casa dove fumano pure le tende e i divani.

E allora ho guardato quel mozzicone che mi rosolava le dita e ho detto che era arrivato il momento buono per dire addio ai sogni nicotinici e a tutti i cliché delle piccole assassine bianche e arancioni.

L’aumento dei fumetti Bonelli — l’idea in maiuscolo che mi aveva riportato a pettinare quel ricordo targato febbraio — è stato galoppante, dieci centesimi alla volta, siamo arrivati a più di tre euro e 50 per un fascicolo della collezione book, e allora, dato che il mio portafoglio piange e io con lui, ho fatto due conti e ho salutato Dylan e Groucho e tutte le donne con le tette al vento che campeggiano sull’ultima vignetta. Quanto era bella la faccia di Alessandro Volta sulle diecimila lire che bastavano per un’intera serata!

Ho smesso quindi al numero 92 della collezione book, più di un anno fa.

E lo stesso con la parola scritta: ho scritto sino a dicembre, poi, semplicemente e irrimediabilmente, ho messo solo le note a margine di cose già dette.

Riepiloghiamo: il mistero dello scrivere è una trivella. Ti sega le mani e i sogni la voglia di usare un medium assolutamente bianco e vedere che piano piano quel bianco lo riempi. E’ appagante, soprattutto se poi qualcuno dice che quello che gli è capitato di leggere gli è piaciuto. E’ un balsamo.

Io a i tempi che più panza mi teneva compagnia, masticavo una solitudine che riempivo coi libri. Tutti letti a pancia sotto con le scapole che maledicevano Stephen King e le sue centinaia e centinaia di pagine.

Poi la svolta, pure io mi sono messo a scrivere. Prima tentavo affiliandomi a storie già narrate, rivitalizzazioni di stereotipi che avevano una certa consistenza. Poi quel vuoto lo riempivo sempre più spesso con pezzi di quel mondo che mi viveva attorno. Quello che facciamo tutti: inspiriamo il mondo e lo espiriamo sotto un’altra forma. Sia essa uno striscione contro il governo, una canzone ragionante che scacci via i ruminanti dal mondo, un sms che inchioda una donna alla speranza che stavolta sia la volta buona.

Scrivere. Malgrado tutto. O proprio grazie a questo tutto. Per concludere, come fa il curato di campagna di Bernabos, "che importa? Tutto è grazia". Per OBBEDIRE a un istinto vitale.

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