il silenzio delle Sirene

Ho capito che era arrivato il momento di scacciare l’apatia che si andava accumulando sui libri fotocopiati dell’Università. L’ho capito, per quel che mi è dato di sapere, la sera che *** s’è laureato. Qui, nell’isola triangolare, il futuro ti secca i sogni. Lo fa ad ogni passo che l’avvicina al punto che occupi tu sul continuum spazio temporale che faceva tanto bene ai film degli anni 80.

C’era un picciriddo ancora imbacuccato nelle sue vesti monocolore e tutti lì che lo guardavamo cercando di associare almeno un tratto somatico al padre, quello stesso padre destinato a marcire nelle patrie galere sino al fatidico pentimento.

La sorella di *** non aveva seguito la strada di legalità che suo padre le aveva tracciato, aveva detto addio a quella vita fatta di quotidiani gesti per un po’ di quel pepe che solo l’instabilità può darti.

Suo padre prima l’aveva scacciata, poi l’aveva riabbracciata e ora tutti toccavano quel picciriddu come se fosse contaminato da qualche sostanza radioattiva. Pure io lo guardavo storto cogli occhiali che mi prudevano sul naso a forza di guardargli fisso il ciuffo di capelli. Pensavo al mio futuro e subito paragonavo il mio e quello dell’infante, se per me era difficile, per quelle quattro ossa con la fontanella ancora aperta tutta la strada era ancora più in salita. Avevo voglia di gridare per rabbia e per rancore. Rabbia immotivata, che doveva dirmi ***?

Magari, mentre lo aiutavo a venire a capo della tesi, tra una sigaretta e l’altra mi diceva: "sai, mia sorella ha mollato il marito per mettersi con uno dei pizzinari di Provenzano. E la tua ragazza come sta?"

Come minimo, svenivo e lì per lì, gli sputavo addosso tutta un’impepata di recriminazioni sull’istinto alla legalità che dobbiamo infilare in ogni nostro gesto per cercare almeno di tamponare quell’aria già intossicata di clientelarismo e ipocrisia che lo Stato fantasma delle coppole ci ha lasciato in eredità. E tutti quei bei discorsi che facevamo su quando e come girare la Sicilia su un sidecar per toccarne con mano le sue bellezze e le sue potenzialità, io a filosofare e lui a ritagliarsi il suo spazio di marketing. Tutto in fumo. Peggio di quelle canne che ci fumavamo quando eravamo troppo stupidi per alzare la testa e vedere il cielo. Che devo fare? Con uno del mucchio che spara a zero sui chili che ci hanno appesantito il profilo, parla proprio lui che se n’è presi almeno tredici e tutti sulla panza…

Sono l’unico che si è portato dietro la fidanzata: l’unico che si accorge che il tempo passa impietoso? L’unico che ha il coraggio di girare pagina? Forse, più semplicemente, l’unico che non voleva essere così ziccuso da andare in solitaria per sparagnare qualche euro, o peggio, l’unico che non voleva masticarsi un’altra notte in cui l’amicizia sarebbe galleggiata tra un centinaio di frasi iniziate col fatidico "ti ricordi?". L’egregio sostituto del "t’immagini" che colora i sogni dei bambini e degli innamorati.

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