la mela bucata (4 e 1/2)

  Ci sentivamo come i topazzi che passano le giornate a intingere le code pelose nell’acqua tirchia e fitusa del fiume Oreto. L’attesa era finalmente finita. C’erano due strade, entrambe rischiose. O giocarsi la vita sul cornicione o superare l’ostacolo addentrandoci nel dedalo di viuzze che si snodava sotto la pancia dell’edificio. Nessuno di noi si sentiva di sfidare la legge di gravità, solo Batman e l’uomo ragno si muovevano lievi lievi sui tetti delle rispettive città. Noi preferivamo strisciare. Lo facevamo da una vita.

Sotto il pavimento della cucina c’era una botola che portava dritta in cantina, decidemmo di servircene, dalla cantina poi avremmo risalito il falso pilastro in cui correvano i tubi della fognatura. Non eravamo in America, non c’erano le condutture dell’aria condizionata.

A quell’ora Francesco Paolo aveva già consumato, almeno ci speravamo. Altrimenti ci finiva come nel vecchio proverbio che le nostre madri ci avevano spillato in testa: spesso chi va per fottere ci resta fottuto.

Rivolgemmo un’ultima occhiata a Sant’Ignazio e alla sua ostia gigante e ci calammo nel budello dove si schiantavano tutte le nostre speranze.

Io guidavo il gruppo e coccolavo i miei sogni d’amore. Da sempre mi dondolavo l’idea di regalare l’ingombrante verginità a una ragazza con gli occhi turchini, stavo per farcela. Bruciavo di passione, mi spingevo in quel buio, sempre più dentro al culo del peccato. Se ci avessero scoperto ci avrebbero rinchiuso nella cripta dei cappuccini a Palermo, insieme alla bambina mummificata e alla sua bambola. Sembravamo i Beati Paoli, avvolti nei sacchi meri dell’immondizia per evitare di macchiarci ed impuzzarci i vestiti. Ciccio aveva gli occhi fosforescenti a forza di stare incollato alla playstation, lo usavo come copilota, bastava tenere le braccia alzate e carezzare il tubo della fogna all’incontrario, sino a ciascun cesso. Saremmo sbucati dritti dritti nel cesso delle ragazze. Scavalcando così le telecamere e le bobine di filo spinato strappa-coglioni che Padre Barbone aveva messo in giro per i corridoi.

Continuavamo a salire, uno sull’altro, il falso pilastro era bello largo, di sicuro i vecchi proprietari lo usavano per nasconderci periodicamente qualche parente che aveva delle grane con gli sbirri. Ero stato io a scoprire quel passaggio segreto, cercavo un posto dove ammucciare i giornaletti porno e m’ero imbattuto nella nostra salvezza.

I tubi avevano dei rampini che li tenevano attaccati al muro, li usammo come una scala a pioli e continuammo la nostra salita. Passo dopo passo s’avvicinava la nostra meta.

– Ciccio, passami il mazzuolo. Se ho fatto bene i conti siamo sotto i cessi delle picciridde. Basta sganguliare questo falso telaio e passiamo dalla merda alla fica.

(continua…)

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4 thoughts on “la mela bucata (4 e 1/2)

  1. Ah Tonì, te prego dicce come và a finì sta storia. Oh ma quanto t'à tiri?? Oh, ma quà si zega o no?? Tonì facci sapè pecchè io ci sto a perdè il sonno la notte…

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