metafora, memoria, mistero

L’amore era qualcosa di completamente diverso. Non era roba per gente adulta, e tanto meno per i suoi genitori. Star seduti la sera presso la finestra aperta e sentirsi soli, diversi dai grandi, incompresi ad ogni risata e ad ogni sguardo ironico, non potere spiegare ad anima viva quello che si sente di essere, e struggersi di trovar qualcuno che capisca… questo è l’amore! Ma per questo bisogna essere giovani e soli. (p. 38, edizioni Einaudi Tascabili)

***

… quel certo ricordo plastico di una persona amata, non soltanto della memoria ma fisico, che parla a tutti i sensi, così che non si può fare nulla senza sentirsi al fianco l’altra persona silente e invisibile. (p. 7, edizioni Einaudi Tascabili)

Robert Musil, I turbamenti del giovane Törless.


Gli impegni della laurea specialistica mi tengono lontano dalla tastiera, aggiungeteci pure la necessaria disintossicazione derivata dall’aver danzato su quest’alfabeto di plastica sino alla notte prima della consegna della tesi. Già, ho preso pure io il titoletto e manco me ne sono accorto. Perché ci sono cose ben più importanti. Sino a quando, esame dopo esame, devi riempire le righe del libretto universitario vedi come obiettivo finale il momento in cui, incravattato, stringerai la mano del Presidente della commissione che ti dichiarerà dottore. Poi ci arrivi e, davvero, neanche te ne accorgi. Rapido e indolore, in quindici minuti ho dovuto comprimere tutti i libri che avevo letto su Paul Celan. Ce l’ho messa tutta, mi sono toccato il naso per trecentosettantasei volte e ci ho infilato la cecità selettiva, le baggianate di George Steiner (è necessario, come sempre, il parricidio dei nostri grandi maestri per spiccare il volo) e un vagone di speranza.

Una bella esperienza, la poesia è per Paul Celan tendenzialmente un messaggio che va in cerca di un Altro, a quell’altro tende il fare poetico. Io il mio Altro l’ho trovato. Così, per caso, tra gli scaffali della Feltrinelli di via Maqueda. Ero lì, in mezzo ai testi di filosofia, contento nel vedere che quella gran testa brillante di Diego Fusaro (il padre di http://www.filosofico.net) aveva curato ben due libri della serie filosofica della Bompiani. Ero lì, beato, nel paradiso di carta, a pochi metri dalla gigantografia di Bukowski che sbevazza con la puttanona. C’era la mia valigia di pelle a tenermi compagnia e mi sento chiamare. Era la fidanzata di mio cugino, il mitico Piero che i dicotomici lettori conoscono bene. Non era sola. Accanto a lei c’era il mio futuro.
 
Fu un incontro di bella letteratura, io stringevo in mano Philiph Roth e lei l’Aleph di Borges.
Dopo una lunga, lunghissima meditazione durata si e no meno della dissolvenza in nero che mettono tra una scena e l’altra, avevamo già reciprocamente deciso. Mi piace pensare che qualcuno l’aveva già scritta quella scena, semplicemente perché era tutto perfetto. Da sempre mi gingillavo nell’idea che avrei incontrato la donna della mia vita in una libreria, magari esageravo coi dettagli, io con la barba e con la giacca di velluto – perché tutti i macchiafogli da grandi devono perpetuare i cliché – lei avrebbe avuto gli occhi azzurri, gli occhiali e una naturale eleganza. Doveva sapersi muovere tra i libri con disinvoltura, accarezzando le pagine e le copertine, evitando la pila dei titoli acchiappagonzi del tipo "tecniche di masturbazione tra batman e robin" o tutta la narrativa con la vaginite. Sarebbe stata una donna da einaudi o adelphi, tutt’al più da classici. Nella fantasia, la Donna (sfumata nell’indistinta metafisica delle idee maiuscole) avrebbe magari afferrato lo stesso libro che avevo in testa e nel cuore io.
Io, barbuto e disattento, le avrei chiesto scusa per l’involontario sovrapporsi delle nostre mani nell’atto sensualissimo di afferrare lo stesso identico volume, arroccato ben al di là dei best-seller.
Lei avrebbe sorriso, io avrei ricambiato il sorriso e avremmo fatto e rifatto l’amore sotto lo sguardo di Bukowski.

La memoria si confonde, realtà e fantasia accavallano le gambe. E io, semplicemente, mi ritrovo.
 

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