mi metto di traverso come un caddozzo di sasizza

Mi sa che mi sono perso l’acume dicotomico, forse ne ho abusato per troppe pagine. Prima o poi doveva pur capitare, mica che c’è una fontana perenne che ti fa scivolare le dita sulla tastiera veloci come il vento che soffia sui sogni miei e di Forrest Gump.

Eppure di cose da raccontare ne sono successe a tignitè (oramai qui pullula di siciliani quindi non limito più l’uso della lingua-madre),  tutte in manco un mese.
Come se si fosse manifestata una di quelle fistole che si incastrano nel Grande Orologio degli Eventi. Ne avrò imbroccata di certo una e, semplicemente, mi sono accorto che c’era un mondo intero zuppo di storie. Tante, magari troppe. E allora ho preso l’affettaparagrafi che mi porto tra cuore e cranio e ho fatto il primo sopralluogo. Ero in un caffè letterario, sorseggiavo vinaccio scadente che ti spacciano a tre euro a bicchiere, e lì, coi gargarismi di uva fermentata, arriva lei. E spazza via ogni tentennamento. M’ero ripromesso di stare solo io a carezzare Paul Celan e la sua vita-poesia. Stolto l’uomo che non ritorna sui suoi passi. Ed ecco che  nel frattempo mi sono pure laureato. Lì, sotto il faccione di Marx che mi svolazzava sulla capa e sui pensieri.
 
E poi ecco che, uno dopo l’altro, gli Amici sono tornati, sono bastati un paio d’anni per dare uno scossone alla vita. C’è già chi lavora, chi davvero non fa che sciupare schampoo e chi non ha ancora perso la voglia di pettinarsi per bene i sogni. Chi fa volare glia aeroplanini e si commuove quando ti racconta il momento esatto in cui li vedi sollevarsi lì, al di là dei pensieri, al di là di chi il treno l’ha preso e con la stessa voglia addosso all’incontrario per tornare almeno qui che si mangia bene. C’era una sfilza di emozioni, lì, tra pizzette e caddozzi di sasizza che facevano tanto festa dell’unità. Gli amici, quelli veri li puoi contare sulle falangi di un dito. E forse già sono assai.

Certi mondi, è vero, cambiano ma chi cambia veramente è la percezione che tu hai del mondo. Vi sarà capitato di sicuro, il tempo si ferma e tu ti trovi lì, ritagliato dal contesto, come se stessi rivedendoti in tempo reale la moviola di quello che ancora devi dire e lo vuoi gridare a tutti che stavolta non avrai paura di poter sbagliare ancora, perchè c’è lei, lei che ti ha portato un meridiano e  ti ha sussurrato all’orecchio che la soglia di chi si ama è destinata piano piano a logorarsi, piano piano. La borsa di pelle che cigolava sulla spalla ad ogni passo ora è in fondo all’armadio e là aspetta il week end per farsi un giro. Come se bastasse una proclamazione per capirci qualcosa di più della vita. Però lo sento, qualcosa è cambiato sul serio. Sarà che rivederli tutti lì, schierati con meno capelli e più panza (nel mucchio mi ci metto pure io) a cantare le canzoni dei cartoni, parlando dei simpson, commuovendosi per i viaggi fatti senza sapere che, appena dietro la curva, c’era la vita pronta a grattuggiarci per bene. Giorno dopo giorno, trillo di sveglia dopo trillo di sveglia.

Qualche vita fa che scrivevo che mi sarebbe piaciuto solo arrivare a vedere i due seguiti di Matrix e leggere l’ultimo volume della Torre Nera, la megasaga di Stephen King. Mi ritrovo ora ad avere il dvd di Matrix Reloaded ancora da spacchettare e le ultime pallossisime pagine della Torre Nera con l’unica certezza addosso: le 1200 pagine del volume mi slogheranno un polso se non smetto di leggere a letto. Con l’unico dubbio a tenermi compagnia: quale mai sarà la giusta posizione per leggere a letto? Mi metto a pancia sotto e dopo venti pagine le scapole tendono ad accopparsi verso l’esterno; riprovo di lato e il polso si stocca in fuori, riprovo seduto e il freddo polare che cala di notte mi intima di mandare a quel paese Stephen King e le sue note di chiusura in cui specifica che lui ha fatto un bell’esempio di meta-fiction mettendosi tra i personaggi della sua grande opera.
Poso il volumazzo vedo sul comodino i film del Prof che ancora devo subire un imprecisato sabato mattina (Provateci voi a vedervi Gertrud di Dryer in versione originale sottotitolata con Ghezzi che pure ci spupazza les pelotas con l’incomunicabilità strisciante che ci vive addosso. Quattro anni e venti chili in meno fa, Carlo venne da me il pomeriggio prima dell’esame del diploma. Nel mio piccolo, gli vomitai nella memoria a breve termine abbastanza nozioni per superare degnamente il confronto con la commissione d’esame guidata dalla versione sbiadita di Michael Douglas in Un giorno d’ordinaria follia. Ieri sera l’ho aiutato ad "ottimizzare" la tesi di laurea. Ce l’abbiamo fatta, ci siamo laureati prima di tutti gli altri. e pensare che proprio noi nel 1996 capitammo accanto, i due estremi. Io che ancora cercavo di completare la raccolta delle sorpresine degli ovetti kinder e lui che già si faceva la barba. E tutti gli altri, lì, con quella melanconia che può stare solo negli occhi di quelli che hanno appena svoltato l’angolo dell’adolescenza. Lì, a spazzolare ricordi, manco avessimo duecent’anni l’uno.
Ah, quelli sì che erano tempi…

Basterebbe fermarsi un solo momento, o forse ne basterebbe pure mezzo. Magari calibrato su quell’istante in cui capisci che stai per baciare lei e la vita che potete costruire assieme. Una faccia che mai e poi mai potrai rifare, manco studiando all’Actor’s Studio. Una faccia unica, inimitabile. Quel momento di meraviglia lo conoscerà solo lei. 
 
Davvero vorresti tornare indietro? A masticare ricordi e broccoli sulla collina dei sogni sciupati? Vorresti tornare con la faccia liscia, le ascelle sudaticce per l’impennata ormonale? Vorresti di nuovo le dita a salsicciotto incapaci di slacciare pure il più elementare dei reggiseni?

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