lo sciupasciampo (1/4)

 S’era alzato presto con la sua faccia da babbione che lo aspettava già sullo specchio del bagno. Stette lì a rimirare quel sorriso senza pretese. Mica voleva capirci poi tanto della vita che gli altri si affannavano a trangugiare con carte di credito e cenette in quei ristoranti coi menù incomprensibili e dosi che più piccole erano e più le dovevi pagare. Lui stava lì, ad aspettare la sua occasione, quella buona, quella che prima o poi arriva per tutti.

L’OCCASIONE: nella sua testa stava scritta tutta in maiuscolo con caratteri quadrati e lucidi come i sogni di pioggia che l’avevano portato lì, a contemplare tutta la faccenda da un punto di vista che non aveva mai addentato.

Era a petto nudo, con la barba che lenta ricresceva dopo l’ennesima rasatura imposta dal suo capoufficio. La zazzera in testa stava sbilanciata da mezzo lato, intonata a tutta la sua vita.

Non poteva dare torto a chi gli aveva affibbiato quel soprannome che lo precedeva, solo all’anagrafe era Paolo Cirano, per tutti era ormai solo lo Sciupasciampo. In quella zucca non aveva mai avuto pensieri con cui rasoiare i possibili rivali e questo nessuno glielo aveva mai perdonato, doveva almeno provare ad essere uno squalo, non importava il contesto. Tra i banchi di scuola o da dietro una scrivania doveva tagliuzzare gli altri con la pinna dell’arrivismo opportunista. — Che vadano tutti a farsi un clistere di invidia, io me ne sto bel bello qui, e aspetto che arrivi il treno, quello giusto, a portarmi al di là di questo grigiore che ti entra nelle ossa.

Se lo ripeteva come un mantra, tutte le mattine. Quel treno se lo immaginava sempre con più particolari, sferragliante, lucido, bello e veloce. I suoi sogni-locomotive cozzavano contro le parole di quelli che una volta aveva chiamato amici. Lui ci fischiettava sopra "Vorrei" di Guccini.

Gli bastava.

Era finito lì dopo che la sua famiglia aveva condiviso la sorte del Titanic e lui, invece di finire come Leonardo Di Caprio, aveva mandato tutti al diavolo e aveva deciso che, se naufragio doveva essere, lo voleva solo suo.

Sua madre s’era messa in testa che suo marito la tradiva: sono quelle cose che le donne fanno di continuo. Quando tutto va bene non ce la fanno, devono trovare un pretesto, e più è banale più ci ricamano su un melodramma da tirare avanti per qualche settimana. Dalle minuzzaglie ai massimi sistemi, tutto va bene per dare la corda a una donna che s’è messa in testa che vuole impedirti di vederti in tranquillità la partita del Palermo che hai appena comprato su Sky.

Il signor Cirano poteva tranquillamente fare come Cicciu u Meccu e lasciarsi scivolare addosso la vita, le sue paturnie e interi buttigghiuna di vinazzo di casa, ma giusto giusto quella sera s’era pettinato la parte femminile che proprio la consorte gli aveva intimato di tirar fuori per aderire meglio alla vita. Si disse tra sé e sé che avrebbe combattuto senza esclusione di colpi la fimmina che gli impediva di vedere le belle cosce di Toni fare gli sfregi a quegli strapagati aricchiuni del Milan. Sua moglie doveva essere punita con un sadico contrappasso o, almeno, così meditava Vincenzo Cirano che alla sua parte femminile poteva pure fare la permanente ma masculo era e masculo restava, lontano, troppo lontano dalla lucidità di una testolina di donna che vuole arrivare alle grosse. E così, prima volarono i piatti che la nonna Cicciuzza aveva regalato in occasione del venticinquesimo, seguiti in ordine sparso dall’esercito di lozioni anticaduta che Vincenzo usava per coccolare gli ultimi peluzzi che timidi e indifesi gli svettavano sulla capoccia. Poi la tragedia: il doppio autografo di Galep e Bonelli che s’era incristallato dal lontano 1962 finì a terra in pezzi. Suo padre poteva passare su tutto, magari avrebbe pure pagato per vedere fare la stessa fine alla foto del matrimonio che stava sopra la testiera del letto. In quel rettangolo in bianco e nero, il sadico fotografo gli aveva immortalato per sempre l’inizio della sua ingiusta e prematura calvizie.

Intoccabile era l’attrazione incondizionata che VIncenzo aveva per il ranger in salsa italica che da 50 e rotti anni smaronava le palle ai suoi migliaia di lettori. Tutti s’aspettavano che, albo dopo albo, Tex mandasse in gattabuia o al camposanto i suoi nemici. VIncenzo usava la morale di Tex pure nella vita, magari shakerandola con la filosofia di granito che beveva da quei telefilmetti inguardabili di Walker Texas Ranger. Alle 8 di sera Ficarazzi finiva per essere una delle province del Texas, e, invece delle ciabattone, sul cotto della cucina risuonavano gli stivalazzi da rodeo che aveva ordinato su Postalmarket abbinandoli al suo cappellazzo da "cauboi". Lo Sciupasciampo assistette impotente al disastro, vide gli occhi del padre diventare due culi di sigaro e uscì di casa portandosi via solo i suoi libri. Ora era lì, a guardare la lenta ricrescita della barba. Pensava solo a lei e ai suoi begli occhi turchini.

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