l’autore onnipotente

Ci ho provato pure io a rivoluzionare lo stile e le idiosincrasie dicotomiche, prima mi metteva strizza solo l’idea di far parlare i personaggiucoli che tiravo dentro il foglio bianco nel mio piacevole hobby scriptorio.


MI terrorizzavano le virgolette. Perché capita che le parole non filtrate annullano le distanze. Sino a quando c’è l’autore che si dondola nelle sue sequenze descrittive regalategli dal suo punto di vista onnisciente uno accarezza l’onnipotenza.


Si sente quasi come Jim Carrey in una settimana da Dio.
Ecco, se avete presente il film c’è una scena in cui Bruce-Jim si impossessa del suo nemico anchor-man e lo fa blaterare come blaterava L’Ace Ventura dei tempi d’oro.
MI sento così quando provo a far parlare i personaggiucoli.
IO da anni provo a scrivere come Platone dialoghi densi in cui tutto avviene nel logos e attraverso esso. Comprese le scene esilaranti in cui il Buon Vecchio Socrate se la prende coi Sofisti e le loro acrobazie logico-sintattiche.


Una notte me la sono pure sognata tutta la scena: ‘na specie di processo all’Autore.
Tutti i miei avatar di carta e parole che se la prendevano con me.  E poi, naturalmente, l’ho spiaccicata sul foglio.
 
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Da ULISSE, LUMACHE E CIOCCOLATINI | XI capitolo- Il processo:


Chi sei?- chiede Ulisse -Chi sei?- insiste ma l’uomo non risponde, continua a succhiare quel pezzo di carne e lo guarda, fisso.
– Sono l’Inquisitore. Il tuo inquisitore. Sei condannato e ora scriverò sul tuo corpo la condanna e non ci saranno richieste di clemenza. Sono solo l’ultimo degli inquisitori ma sono potente. Non riuscirai mai a corrompermi. Entri il primo testimone-.
La porta da dove Ulisse è entrato si spalanca, entra Stefano Re con la caldarella di cemento legata al collo che tiene sotto il braccio. Si va a sedere in un’altra sedia che è appena apparsa.
-Giura di dire tutta le falsità che può per incriminare questo recidivo?- Chiede l’Inquisitore.
-Lo giuro – Stefano sogghigna, al collo ha una catenina d’oro con un piccolo ciondolo a forma di delfino. La stessa collana che Ulisse aveva regalato a Lisa e lei gli aveva rispedito al mittente cacciandola dentro una busta che poi gli aveva spedito per posta prioritaria.
-Signor Re, riconosce il ragazzo che porta i ceppi ai piedi?-
– Sì. Lo riconosco, signor Giudice-
– Può dire alla giuria di che colpa s’è macchiato questo ragazzo?-
– Mi ha creato lui… in un certo senso, questo ragazzo è mio padre e mia madre. Mi ha regalato la vita ma lo ha fatto solo per togliersi di dosso tutto quello che non riusciva a reggere da solo. Tutto è iniziato sei anni fa. S’è messo davanti alla macchina da scrivere, s’è raddrizzato gli occhiali, ha infilato un foglio troppo bianco nel rullo e s’è messo a martellare sui tasti di quell’alfabeto di plastica e metallo. Era una storia simpatica, io ero solo un ragazzo che si stava affacciando alla vita, tagliando solo a quindici anni il cordone ombelicale. Era gasato, scriveva pagina dopo pagina e mi regalava un passato, un brutto passato, se posso aggiungere –
– Si limiti ai fatti, Signor Re, sono solo io qui che posso giudicare. Mi spieghi meglio che intende dire con “mi ha regalato un brutto passato”-
-Ero grasso, signor Giudice, ero grasso e mi obbligò a mangiare quintali di insalata e litri di yogurt alla fragola per scacciare la pancia che mi sollevava le camicie. E la dieta fu solo l’inizio.  M’aveva creato completamente miope, non vedevo neanche i passaggi delle equazioni che la professoressa svolgeva alla lavagna. E sedevo in seconda fila. Poi, finalmente, si decise di mettermi sul naso un paio d’occhiali e solo molto tempo dopo sostituì quei fondi di bottiglia con le lenti a contatto. La prima delle mie disgraziate avventure l’aveva intitolata “De amicitia et adulescentia”. Ma dico, chi si credeva? La reincarnazione di Cicerone? E io lì, impotente, senza poter scegliere niente con la mia testa. Potevo solo aspettare un’altra frase da vivere. Con le ragazze, non le dico, signor Giudice. Tutte complessate e con problemi peggio dell’Uomo Ragno. E nemmeno questo gli bastava. Sentiva proprio il bisogno di trasformare ogni cavolata che gli capitava in un nuovo capitolo. Mi chiamò Stefano Re, dico, un po’ di fantasia! Lui aveva passato tutta l’adolescenza spiaccicato sul letto a leggersi tutti i libri di Stephen King e aveva sentito il dovere di chiamarmi con la banalissima traduzione italiana del nome del suo autore preferito. Stephen King e Stefano Re, niente d’eccezionale. Per i miei amici, o meglio, per gli amici che mi mise accanto lui, non si sforzò nemmeno. Cambiava solo un po’ il cognome o faceva qualche giochetto stupido con le parole. Dopo il De amicitia si dedicò alla sua versione della Divina Commedia. L’aveva iniziata in endecasillabi ma poi stufato s’era messo a riscrivere in prosa e manco s’accorgeva che non m’aveva mai fatto dire una parola. Si limitava a raccontare fatti e riempire frasi d’aggettivi, sempre gli stessi che giocava a sfumare con un dannato dizionario dei sinonimi. Un’angoscia, ero pieno d’aggettivi e muto come un pezzo di gesso. Poi finalmente l’epifania, si era messo a leggere Dylan Dog e lui che si cacava pure d’andare a pisciare da solo, decise di superare quella paura abusando di libri e videocassette horror. Già c’era stato Stephen King, ora s’era preso di petto Romero e i suoi zombi. La sua versione della Divina commedia era l’unica cosa decente che aveva scritto. Niente problemi esistenziali, l’aveva intitolata l’Infinita commedia-


– Mi racconti la trama, signor Re e non ometta particolari. Tutto peserà al momento della condanna-


-Camminavo tranquillo verso il mio liceo e arrivavo con due o tre minuti di ritardo, trovavo davanti la porta due giganteschi scarafaggi. Tremavo un po’ quando arriva il mio prof. d’italiano a salvarmi. Ha in mano una versione fantascientifica di una mont blanc col pennino modificato che spara laser d’inchiostro. Laurentius, il professore, diventava la mia guida e io lo seguivo nelle varie classi. Ogni classe era occupata da dannati macchiati di varie colpe. Dopo aver visitato le classi della disperazione, passavo al limbo degli arrivisti, dove trovavo i miei amici secchioni…signor giudice, questo l’avevo dimenticato: non solo panzone e miope, pure secchione mi aveva fatto! … e i miei amici secchioni, dicevo, stavano seduti con il braccio piantato nel banco e la mano perennemente alzata per rispondere a qualsiasi cavolata. Poi passavo all’aula della felicità, dove la prof di filosofia, fasciata in uno smagliante vestitino che gli lasciava le zizze in trasparenza, mi dava il segreto della felicità. Mentre stavo per apprendere finalmente il segreto mi svegliavo all’ospedale con i miei amici a piangere come fontane. Avevo avuto un incidente col typhoon ed ero in coma da nove giorni. Capisce, signor giudice, pure in coma!-


-Stava parlando d’una epifania avuta leggendo Dylan Dog e visionando i film di Romero, a che si riferiva? –


– Giusto, signor giudice, ma mi capisca. Non ho mai avuto occasione di sfogarmi per tutto quello che mi ha fatto passare quel macchiafogli. E meno male che l’ha fatto imbavagliare! Chissà quale scuse avrebbe vomitato dinnanzi a lei per ottenere una pena più dolce. Dopo l’infinita commedia deve essersi fatto la prima ingroppata e di riflesso me la sono fatta pure io. Solo che questa non me l’ha fatta vivere sul foglio. Era solo una consapevolezza nuova che mi ha messo negli occhi. Con Romero e Dylan Dog in testa si mise davanti al pc, la macchina da scrivere era ormai obsoleta, e si mise a scrivere “Il liceo dei morti viventi”, che poi diventò “Dicotomici Furori”. Finalmente parlavo, avevo venti chili di ciccia in meno e i capelli lunghi che mi coprivano le orecchie a sventola. La trama era interessante ma quanti colpi di scena, signor giudice! Per poco non ci rimettevo il culo e il padulo! Era dicembre e lei sa bene che di quei tempi l’okkupazione è sempre in agguato. Il preside Galatus si era messo in testa di evitarla, ad ogni costo. Aveva evocato il diavolo e gli era apparso il demone Ciollone che in cambio dell’anima gli aveva promesso un liceo perfetto con alunni in divisa e senza tendenze anarchiche in testa. Lui aveva accettato e in un secondo era apparsa una strana marea bluastra che s’era infilata nelle varie aule. Come risultato gli studenti erano diventati zombi, zombi con ottimi risultati scolastici. E perfino dieci in condotta. Dall’oltretomba Ciollone aveva risvegliato i grandi pensatori del passato e gli zombi assistevano alle lezioni di Kant, di Cartesio, di Euclide, di Platone e prendevano appunti precisi e ordinati. S’erano salvati dal maleficio solo i miei amici e il prof Laurentius. Il macchiafogli scrive panzane, sicuro, però erano panzane con una certa logica. Non spiega mai nel romanzo perché Laurentius è immune al maleficio ma per me e i miei amici partorisce un’ideuzza niente male. Galatus aveva chiesto un liceo perfetto con studenti modello: io e i miei amici secchioni lo eravamo già, gli altri superstiti, i sodomizer boys, erano un caso irrecuperabile. Non sarebbero mai stati studenti modello manco se Satanasso in persona veniva a punzecchiarli con il suo forcone. E il romanzo procedeva con attacchi di zombi, lutti nella resistenza e grandi prove di lealtà. Finiva naturalmente bene per la resistenza dopo che l’azione si era spostato in un inferno egiziano. Il titolo veniva proprio dall’ultimo capitolo, un open ending, che m’affidava la responsabilità di tutto il liceo. Io scrivo, signor giudice, proprio come il mio ignobile creatore, e dalla mia scrittura dipendeva la mia sopravvivenza. Quello che scrivevo accadeva, ma solo le cose credibili, non potevo far resuscitare i miei amici scrivendo, potevo solo attendere il trillo della sesta ora e tutto sarebbe finalmente finito. Restavo sulla spiaggia con Stefania e Carlo, gli altri due sopravvissuti e non ci restava che attendere. Attendere o lasciarsi naufragare nell’oblio. Questo dubbio era al centro di tutti i dicotomici furori, proprio come in quel film, le ali della libertà: o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire. Mi ha sempre fatto vivere sul filo dei contrari, mai mezze misure, mi ha condannato a essere lacerato tra estremi, non ha mai capito la ricchezza delle sfumature. Quando finalmente le ha capite mi ha lasciato morire, quando finalmente potevo vivere avventure più mature mi ha fatto affogare con questa caldarella che mi porto addosso. Fregandosene di ogni logica temporale mi ha fatto vivere quell’incubo in “nuovo buco”, un delirio senza né capo né coda. Signor giudice, è mio padre quello lì, incatenato. È con dolore che sono venuto qui a fare quello che doveva essere fatto. Perché io non sono capace di farmi giustizia con le mie mani, lui mi ha fatto così. Potevo vendicarmi lasciandolo sbranare da quello squalo ma non ci sono riuscito e ho dovuto salvarlo… è mio padre, non potevo ucciderlo! Voglio solo giustizia-


-Cosa chiede a questa corte?-


-Voglio vivere. Non posso morire con questa caldarella di cemento al collo. Voglio vivere la mia vita senza dover tremare ogni volta che lui si mette a scrivere. Chiedo solo un nuovo racconto e un nuovo amore. Andrò a vivere con la mia compagna e non tornerò mai più. Mai-


Ulisse ha ascoltato lo sfogo di Stefano, non aveva mai capito quanto può soffrire un personaggio. Ha le mani legate e in bocca un quadrato di scotch gli impedisce di parlare, si mette a sbraitare mugolando come un pazzo.


– Ha qualcosa da dire, imputato? E perché non parla? Come? Lei che tante volte ha lasciato in silenzio questo suo personaggio non ama forse assistere inerte allo svolgersi degli eventi? Vorrebbe magari essere slegato? Vero? Lei che ha deciso i movimenti di ognuno dei suoi personaggi, lei che è stato per loro solo un perfido burattinaio vuole essere libero? Capisce la sofferenza di Stefano? La capisce? Io penso che lei sia abile. Lei è viscido e ha molte risorse sotto quella montagna di capelli. Lei deve essere messo nella condizione di non nuocere più a nessuno. E c’è solo un modo: le verranno amputate le mani e i piedi e la lingua, le verranno strappate le palpebre e verrà seppellito nella tomba sopra la collina, solo la sua testa rimarrà fuori e i gabbiani si divertiranno a divorarla con piccole beccate. Le strapperanno brandelli di faccia e con quelli nutriranno i loro piccoli. La sentenza è definitiva. E dato che lei non ha niente da aggiungere, il caso è chiuso-
La porta si spalanca di nuovo, entrano gli altri personaggi dei suoi racconti. I ragazzi della Resistenza di Dicotomici Furori avanzano portando sulle spalle la cassa di pino che puzza di broccoli. Hanno tutti gli stessi occhi rossi del Giudice. Guida il corteo Stefano, il suo Stefano. Il Giudice sparisce e sullo scranno d’ebano resta solo il suo cappuccio di tela nera. Avanzano verso Ulisse e nella loro marcia funebre travolgono il cartello delle facce. Poi si fermano e i loro occhi di carbonella s’indirizzano verso Stefano. Aspettano un ordine dal loro capo. Stefano è in piedi, davanti a Ulisse. Si diverte a vederlo incaprettato, ride e accarezza il piccolo delfino che porta al collo. Ulisse agita la testa, vorrebbe parlare.


– Cos’altro vorresti aggiungere, papà? Che magari ti dispiace? Che neanche immaginavi quanta sofferenza ci hai regalato raccontando le tue storielle? Sono solo parole, non servirebbe a niente. Ma voglio sentire come invochi pietà. Non abbiamo mai avuto occasione per dialogare, noi due. Hai sempre guidato tu il gioco. Ma voglio sentire cosa ti inventerai stavolta, la fantasia non ti è mai mancata. Levategli il bavaglio dalla bocca, ragazzi-
Si avvicinano a Ulisse Stefania e Carlo, Carlo gli da un cazzotto nello stomaco e Stefania gli pianta le unghia laccate nel naso, poi gli solletica il mento e con uno strappo deciso gli toglie il cerotto dalla bocca. Ulisse trattiene un ululato e vede mezza barba restare incollata al cerotto. Respira a fatica. Guarda Stefania, la guarda con affetto. Poi si rivolge a Stefano.


-Non ho niente da dire. Sarebbero solo parole. Hai ragione, mi dispiace. Mi dispiace avervi piegato le spalle con i miei problemi. Voglio solo dirvi grazie, mi avete aiutato a superare momenti orribili. Stefano, siamo cresciuti assieme. Non ho nemmeno avuto il tempo di ringraziarti. Il tuo cuore di carta lo sa, lo sa bene quanto ti voglio bene.-


– Mi vuoi bene? Bel modo di dimostrarmelo! Mi hai lasciato solo a combattere con gli zombi, stavo bene con Stefania e me l’hai portata via. Hai scelto tu che dovevo diventare un medico, nemmeno me l’hai chiesto e poi quell’incubo di nuovo buco. Tu mi hai fatto impazzire … –


-Se mi uccidi voi morirete con me, non lo capisci? Voi siete solo parole, parole sulla carta. Vivete solo se qualcuno vi legge, nessuno vi leggerà mai se io muoio. Le vostre vite sarebbero destinate a sbiadire, finireste di sicuro nella pattumiera. Mia sorella Simona farebbe piazza pulita di tutto quello che ho scritto. E le storie che ancora non ho stampato resterebbero nell’hard disk sino a quando qualcuno non formatterà. Vuoi suicidarti? Voi tutti volete morire, bene. Non perdiamo tempo, chiudimi in quella cassa. Fallo ora.-


– Stai bluffando. È nel tuo stile. Stavolta non puoi scrivere un finale diverso, papuccio. E se è vera la storiellina che ci hai appena raccontato, non cambierà nulla. Chi non è nato non può morire…Ragazzi cacciatelo nella cassa e portiamolo nella collina. I gabbiani del Giudice saranno affamati-


Ulisse non ha più niente da dire, niente può tirarlo fuori da quel pasticcio, morirà con tutte le sue creature.

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One thought on “l’autore onnipotente

  1. … ma prima o poi Ulisse andrà a fare visita a Tonino, no??? Non è giusto che un alter ego se la prenda solo con un altro alter ego….. ed al vero tricotomico autore quando tocca???Bye

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