cultura spazzasofferenze e le certezze dei sette anni

Non piu’ una cultura che consoli nelle sofferenze ma una cultura che protegga dalle sofferenze, che le combatta e le elimini


     Per un pezzo sara’ difficile dire se qualcuno o qualcosa abbia vinto in questa guerra. Ma certo e’ tanto che ha perduto, e che si vede come abbia perduto. I morti, se li contiamo, sono piu’ di bambini che di soldati, le macerie sono di citta’ che avevano venticinque secoli di vita; di case e biblioteche, di monumenti, di cattedrali, di tutte le forme per le quali e’ passato il progresso civile dell’uomo; e i campi su cui si e’ sparso piu’ sangue si chiamano Mauthausen, Maidanek, Buchenwald, Dakau.
    Di chi e’ la sconfitta più grave in tutto questo che è accaduto? Vi era bene qualcosa che, attraverso i secoli, ci aveva insegnato a considerare sacra l’esistenza dei bambini. Anche di ogni conquista civile dell’uomo ci aveva insegnato che era sacra; lo stesso pane; lo stesso del lavoro. E se ora milioni di bambini sono stati uccisi, se tanto che era sacro e’ stato lo stesso colpito e distrutto, la sconfitta e’ anzitutto di questa “cosa” che c’insegnava la in violabilita’ loro. Non e’ anzitutto di questa “cosa” che c’insegnava l’inviolabilita’ loro?
    Questa “cosa”, voglio subito dirlo, non e’ altro che la cultura: lei che e’ stata pensiero greco, ellenismo, romanesimo, cristianesimo latino, cristianesimo medievale, umanesimo, riforma, illuminismo, liberalismo, […]”
( editoriale comparso sul primo numero del Politecnico, 29 settembre 1945)



A volte il silenzio cala e ricala come l’osso impugnato dallo scimmione del 2001 di Kubrick. E’ l’unica risposta possibile.
Neanche il tempo di scrostare la patina grigiometallizzata di qualche giorno fa che si ricomincia.
Non ci sono alternative, si deve continuare a scrivere.
Magari solo per sentirsi dire che sono le solite banalita’ ciclostilate. L’unica vera globalizzazione e’ quella operata dal terrorismo. Agisce dovunque e non si ferma davanti a nulla.
Uccidono bambini, donne che non c’entrano un’emerita minchia con tutti i giochi di potere che qualcun altro decide per noi. Verrebbe davvero da salire al cielo e chiedere a Dio o a chi per Lui se e’ permesso che le cose stiano davvero cosi’.


Quand’ero piccolo, avro’ avuto 7 o 8 anni volevo bruciare le tappe, spicciarmi a conquistare la mia eta’ a due cifre. Riempire almeno tutte le dita della mano. Credevo che sarebbe bastato sventagliare tutte e dieci le dita, far contemplare a tutti i GRANDI la mie eta’ nelle mie unghia incrostate di terra per riuscire almeno a tenere il telecomando.
Ne sono morti a decine di bambini in quella scuola, la stessa scuola che doveva insegnargli in primis a vivere bene in societa’. Una societa’ che imbottisce una palestra di esplosivo, una societa’ che si scanna per conquistare petrodollari da rinvestire in altre guerre.


Sono stato fortunato, il significato di pedofilo me l’hanno spiegato a 13 anni quando gia’ in faccia spuntavo lieve lieve il primo “pilu caninu”, quello che poi sarebbe diventato il barbone riccio e ispido che ora mi porto dietro.


Sono stato fortunato: sono ancora qui a riempirmi l’amore e il cranio col sorriso del mio cuginetto di quattr’anni che mi chiede quanti anni ho. Me lo chiede aggiungendo che lui il prossimo anno riempira’ pure l’ultimo dito della mano. Gli rispondo che io ho quattro mani e due dita gia’ piene. Poi mi scrocca un ovetto kinder e mi obbliga all’ennesima visione di Harry Potter con lui che mi anticipa tutte le battute del maghetto.


Mi siedo li’, mia zia sullo sfondo taglia la pancia a un pesce per la cena.
Sto li’, con gli occhi incollati ai 28 pollici di quella scatola che se faccio zapping mi aggiorna sul bollettino dei morti. In Iraq sono morti gia’ mille soldati. Mi gratto la barba, ritorno su Harry Potter e la sua partita di quidditch tra le nuvole. Avrei voglia di chiederla a lui una soluzione.
Ma ritorno sulla poltrona col cuscino a fiori blu e i miei dubbi li lascio impigliati alla scopa di saggina del maghetto.


“… Vidi venire su dalla valle un aquilone, e lo seguii con gli occhi passare sopra a me nell’alta luce, mi chiesi perche’, dopotutto, il mondo non fosse sempre, come a sette anni, Mille e una notte. Udivo le zampogne, le campane da capre e voci per la gradinata di tetti e per la valle, e fu molte volte che me lo chiesi mentre in quell’aria guardavo l’aquilone. Questo si chiama drago volante in Sicilia, ed e’ in qualche modo Cina o Persia per il cielo siciliano, zaffiro, opale e geometria, e io non potevo non chiedermi, guardandolo, perche’ davvero la fede dei sette anni non esistesse sempre per l’uomo.
    O forse sarebbe pericolosa? Uno, a sette anni, ha miracoli in tutte le cose, e dalla nudita’ loro, dalla donna, ha la certezze di esse, come suppongo che lei, costola nostra, l’ha da noi. La morte c’e’, ma non toglie nulla alla certezza, non reca mai offesa, allora, al mondo Mille e una notte dell’uomo. Ragazzo, uno non chiede che carta e vento, ha solo bisogno di lanciare un aquilone. Esce e lo lancia; ed e’ grido che si alza da lui, e il ragazzo lo porta per le sfere con filo lungo che non si vede, e cosi’ la sua fede consuma, celebra la certezza. Ma dopo che farebbe con la certezza? Dopo uno conosce le offese recate al mondo, l’empieta’, e la servitu’, l’ingiustizia tra gli uomini, e la profanazione della vita terrena contro il genere umano e contro il mondo. Che farebbe allora se avesse pur sempre certezza?”
da “Conversazione in Sicilia”

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2 thoughts on “cultura spazzasofferenze e le certezze dei sette anni

  1. Il mondo è come sempre invaso da coglioni armati e potenti. I terroristi ammazzano i bambini e gl'idioti votano nuovi terroristi giocando alla democrazia. E gl'idioti, mio caro, siamo proprio noi……

  2. Ps, ma secondo il programma di Linguistica pubblicato su internet, dovremmo arrivare a pagina 95 del Manuale Fondamenti….. Perché le dispense continuano…???????? POsso non leggere il seguito???? No???? Cazzo!!!!!Bye

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