Una solitudine a due

JULIE: Ti fidi di me?
DANTON: Che ne so? Sappiamo poco l’uno dell’altro. Abbiamo la pelle spessa, ci tendiamo le mani ma e’ fatica sprecata, non facciamo che strofinarci a vicenda la scorza ruvida – siamo molto soli.
JULIE: Tu mi conosci, Danton.
DANTON: Si’, per quel che si dice conoscere. Tu hai gli occhi scuri e i capelli ricciuti e una carnagione delicata e mi dici sempre: caro Georges. Ma qui, qui (le indica la fronte e gli occhi), che cosa c’e’ qui dietro? Via, abbiamo sensi grossolani. Conoscerci? Dovremmo spaccarci il cranio e strapparci a vicenda i pensieri dalle fibre del cervello.
Georg Buchner, LA MORTE DI DANTON, Atto primo – Scena prima.


Parlero’ dunque di un numero, il secondo se bisogna credere alla matematica.
Due. Inizia tutto da qui.
Due solitudini che si incontrano per crearne una terza.
Due, come le gioie dello scrivere: parlare da solo e parlare a una folla. [Pavese, il mestiere di vivere – 4.5.1946]
Due, come l’amore e il cranio che complottano nel loro infinito duello.
Due: corpo e mente. Da sempre oscilla il pendolo tra gli estremi.
Due sono gli occhi, due le narici, due le orecchie, due i reni, due i lobi dell’encefalo. Due i movimenti del cuore.
Due.



Maledetto numero! Per essere felici uno deve folleggiare in tre passi di danza, da monade deve passare alla fusione delle gonadi e solo cosi’ guadagnare la solida unita’ della 2^ persona plurale. Lo dicono tutti: la felicita’ la centri solo se due TU collidendo diventano un NOI.
Funziona.



Il giorno che ci hanno strizzato dall’iperuranio per scagliarci qui, a sputacchiare vita e cristalli di fiato tra i vicoli suburbani, Qualcuno doveva aver carezzato un ciuffo d’ortica. Sicuro. Perche’ altrimenti sarebbe inspiegabile.
Siamo soli: e qua uno poteva pure coricarsi sotto un sasso e aspettare la notte che non ha sorelle. Ma no, ci e’ data l’illusione della felicita’, solo che dobbiamo essere in 2.
E non funziona la proprietà distributiva o additiva: 1+1 non da’ come risultato 2. 1+1 deve dare solo e soltanto un altro 1, solo che piu’ pieno, piu’ solido e denso. Due solitudini devono scontrarsi per generarne una terza che poi dovra’ ripetere la medesima fatica di Sisifo per dare avvio a un altro cerchio che si mangera’ la coda, cosi’ sino alla fine del Mondo.



Altri 4 miliardi e mezzo di anni e la stella gialla che ci rosola le chiappe si spegnera’ e calera’ la notte perenne.
Calera’ sui giusti e sugli iniqui, anime belle e anime buie bruceranno insieme con quei geyser di idrogeno che schiumeranno nel cielo. Addenteremo quella tragica bellezza e poi semplicemente scivoleremo dietro il nostro sipario.



La bellezza che venne dal mare, li’, nascosta tra i seni di pesca di Afrodite.
Afrodite contro Atena, due dee: una nata dal fluire delle onde e l’altra dal cervello di Zeus dopo che Efesto non trovando le Aulin decise di risolvere il problema scoperchiando il cranio del padre degli dei.


Notte di incubi, con citta’ ripopolate da fantocci inebetiti.
Strozzando i ricordi ne restano due, solo due impigliati nelle orbite rovesciate.
Tutto torna.
Lombi infuocati e notti perdute e cariate.
Ci starebbe bene un nuovo personaggio qui, un deus ex machina scritto e pensato proprio per asciugare le pozzanghere di lacrime e sangue. Ma non e’ compito nostro. Facciamo l’unica cosa possibile: sbucciamo un altro giorno.

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