Eravamo morti e potevamo respirare

“Eravamo morti e potevamo respirare”.


Aveva trovato questo verso tra le poesie di Celan e l’aveva usato per smerigliare i suoi ricordi. Si gustava la piccola morte che segue l’appagamento – insieme, da uno ritornare due con il ponticello di carne che si spegne. Ci sgonfiamo, sudati, innamorati, ci siamo letti a vicenda, prigionieri di Monsieur Le Songe. – Era lì, sudato, perduto negli occhi di chi credeva di amare riamato e pensava a una sola cosa, al tavolo di sua madre. Sua madre aveva trasformato la tredicesima del 1987 in un tavolo per 18 persone. Suo padre l’aveva bollata come l’ultima delle tante follie della moglie, con quella tredicesima potevano fare un viaggio, comprare un nuovo televisore, ritappezzare i divani. No, sua madre l’aveva trasformato in legno di noce, un ripiano tanto grande che ci si poteva giocare a calcio. L’aveva fatto perché era questa la differenza tra sua madre e suo padre, suo padre si ancorava alla solidità degli investimenti a lungo termine fatti di acronimi duri e sicuri, sua madre invece voleva rimpinzare la casa di oggetti che trasudassero amore. E quel tavolo stillava amore per tutta la famiglia, dopo decenni di tavoli e tavolini per i bambini, finalmente l’intero clan poteva mangiare nello stesso desco. Tutti assieme, con le patate al cartoccio che giravano veloci e le forchette che finivano sempre a terra. E poi arrivava lei, la cassata gigante e i suoi canditi lucidi mitigavano tutte le incomprensioni che si erano accumulate durante l’anno. Quel tavolo era così grosso che al centro sua sorella ci aveva piazzato pure il presepe. Era un Natale bello pieno, come i piatti che passavano veloci di mano in mano. Sua madre era soddisfatta, perfino lo zio Enzo, magro come un’acciuga e alto come un giocatore di pallacanestro s’era sbottonato la cintura e il primo bottone dei pantaloni di lana rasata, era il segnale definitivo, tutti avevano gradito il cenone. La verifica ufficiale sarebbe arrivata verso gennaio, quando le zie avrebbero ritirato fuori le bilance e, dopo l’angosciosa pesatura, avrebbero iniziato a mangiare insalate e frutta per scacciare quei rotolini d’affetto che erano spuntati.



Erano passati dieci anni, La famiglia s’era sfasciata e il Natale era solo uno scambio di panettoni Motta e regalini tiepidi. Il tavolone era finito in soffitta, l’avevano rimontato lì per appoggiarci gli scatoloni pieni di passato. Era stato il nonno a trasmettere quell’assurdo attaccamento alle cose, dopo che sei sopravvissuto a due Guerre Mondiali vedi una vecchia giacca con occhi nuovi.


Era tornato una domenica mattina e l’aveva rivisto, due metri e mezzi di noce ricoperti da almeno cinque anni di polvere. Aveva messo gli scatoloni a terra e dopo aver svitato una ventina di viti l’aveva smontato in dimensioni accettabili per la sua Tipo. Aveva deciso di portarsi quel pezzo della sua vecchia vita nella sua nuova casa e poi l’aveva rimontato al centro del suo studio, ci stava bene su quel tavolo. Pensava che sopra quel legno avrebbe finalmente ultimato il suo romanzo, soprattutto dopo che la sua editor gli aveva intimato di darsi una smossa.


 


Lei dormiva ancora, lui s’era alzato dal letto, aveva cercato inutilmente per dieci minuti i boxer e poi aveva scelto di coprirsi con la vestaglia. Era andato da lui, dal suo tavolo e con la luce della luna che leccava la stanza s’era messo ad accarezzarlo. Ogni graffio gli ricordava qualcosa, c’era perfino la bruciatura di una sigaretta, di una delle sue prime sigarette che aveva scroccato a sua zia Franca.


– Eravamo morti e potevamo respirare. – quel verso sapeva di vita e di luna. Pensò a quando fuori pioveva e lasciava l’ombrello a casa per assaporare la stessa meraviglia del primo uomo che si trovò sotto la pioggia all’origine del mondo. Era sicuro che quel suo antenato alzò gli occhi al cielo e grugnì soddisfatto bevendo l’ennesimo regalo del Cielo. Forse ritornò felice nella sua grotta e sacrificò il cuore di una tigre dai denti a sciabola al Signore delle Nuvole… Mise da parte quelle divagazioni ancestrali e annusò l’odore denso del legno che lucidava ogni settimana con cerchi concentrici di panno e cera d’api, pensò alla morte, gli capitava spesso ogni volta che credeva di aver trovato la donna giusta. Forse era inevitabile. Tutto finisce, finiva anche la cassata gigante che sua madre ordinava nella migliore pasticceria di Palermo. Erano finite pure le abbuffate di Natale che aveva creduto eterne, pensò all’odore del legno: «una vita passata ad annusare le bugie delle violette di campo per poi finire in una cassa di legno a strozzare ricordi».


Aveva finito il suo romanzo.

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