p’un curnutu, un curnutu e mienzu

Ulisse, lumache e cioccolatini” (cfr. www.bombacarta.it/bombasicilia/ulissex/ulisse.htm) e’ il titolo della storia che mi porto dentro da tre anni. Piu’ o meno da quando frequento la ml di Bombacarta, questo caffe’ fatto di bit e gracidare di modem. Nella versione originale la storia era di una semplicita’ assoluta. Ruotava attorno al solito binomio: amore e morte. A 19 anni le barriere non esistono, sono tutte curve e in salita e l’unica cosa da fare e’ accelerare. L’ho fatto per 150 pagine. E dopo 150 pagine nessuna storia puo’ tornarsene nel supermercato delle idee senza lasciare traccia nell’amore e nel cranio del macchiafogli che l’ha vista crescere sillaba dopo sillaba.
Dopo tre anni il canovaccio iniziale (“cannavazzu” in siciliano, oltre alla pezza per pulire i pavimenti, pure un’offesa di un certo calibro) e’ mutato, com’e’ naturale nell’ordine di gesso che regola il mondo. Viviamo, leggiamo, amiamo e la nostra capacita’ di macchiare i fogli cresce e cambia con noi. All’inizio c’era il protagonista, Ulisse, che si metteva in testa di trovare il Risorto per cercare una risposta ai dubbi di ogni fottuto ventenne. C’era poi il vero motore della storia: Lisa, la 17enne che oltre ad amare Ulisse giocava pure ad accarezzare lamette. Camus mi aveva suggerito che “l’unico problema davvero filosofico e’ il suicidio”. Quindi a 19 anni avevo deciso di affrontare ben tre temi che riempiono la testa del mondo dai tempi di Adamo e del serpente. Nel frattempo la lettura dei Fratelli Karamazov mi aveva messo una pulce neuronica: il Risorto non deve parlare. Basta un suo bacio silente per dire tutto.


Quel romanzo esiste ancora e lo sento ancora piu’ mio, ci sono tutte le mie idiosincrasie che ormai conoscete meglio di me ma non so come andare avanti.
Voi avete letto almeno una dozzina di quei capitoli che ho opportunamente riciclato e riscritto come racconti autonomi (Il diario di Ulisse, Il sogno dei babbaluci, l’amore prima dell’e-mail, i guardiani del tempo, il venditore di scolapasta…).
Domenica scorsa ero a messa e ho avuto una scintilla mentre tenevo appoggiate le mani in una colonna del XV secolo in cerca di frescura. E’ successo durante l’omelia, avevo la colonna tra le mani e la testa sperduta nelle solite ragnatele di pensieri che tesso per non addormentarmi in chiesa. All’improvviso il prete e’ venuto avanti e commentando il Vangelo domenicale ha citato un modo di dire che mi insegue da una vita. Il prete doveva spiegare alla chiesa (noi cristiani siamo la chiesa. Il luogo nel quale ci riuniamo e’ la domus ecclesiae, la casa della chiesa) perche’ Gesu’ entra a Gerusalemme col volto impietrito (questa la giusta traduzione). Entra cosi’ perche’ sa gia’ che si avvicina il tempo della fine ed ecco tutta la riflessione sul discepolato. Il prete per spiegarsi meglio e’ riicorso al detto “p’un curnutu, un curnutu e mienzu”. Sarebbe a dire: per rispondere a un cornuto, ci vuole un cornuto e mezzo. Non c’entra nulla la fedelta’ coniugale, indica semplicemente che nelle asperita’ ci vuole una reazione contraria e amplificata. A un cornuto, si oppone un cornuto e mezzo.
Mio padre mi ripete sto detto da quand’ero piccolo. Sentirlo in bocca ad un prete (Professore tra l’altro alla Facolta’ Teologica) e riferito a Gesu’ è di un certo effetto.
Mi e’ venuta voglia semplicemente di riprendere il caro e vecchio “Ulisse, lumache e cioccolatini” e riscriverlo con tutta l’esperienza dei miei 22 palindromici anni (i prossimi saranno i 33, l’eta’ di Cristo: il cerchio si chiude).


Rileggendo quello che ho scritto, la qualita’ dell’introduzione e’ migliore di almeno un centinaio di passaggi narrativi dell’opera suddetta… Ma “Ulisse, lumache e cioccolatini” e’ diventato il mio posto delle fragole da macchiafogli. E’ stata la mia palestra, un’esperienza che mi ha obbligato a lavorare con una materia sfuggente come la parola. Schizzavano via le maledette sillabe. Le inseguivo tra uno spazio bianco e l’altro. Si schiantavano interi capitoli che cozzavano contro ogni logica. Per tornare a Steve King, “Ulisse, lumache etc” e’ un po’ la mia Torre Nera. Ha gia’ fagocitato tutto quello che avevo scritto e li’ cii sono gli embrioni di tutto quello che scrivero’, perfino alcuni capitoli della tesi sono gia’ la’ che aspettano di essere sbozzati per bene.

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