Perche’ scrivere? 1. per non perdermi

La piccola gemma splendente di Demetrio mi fa pensare che (forse) tutte le nostre risposte si assomiglino. Pure io ho iniziato per lo stesso motivo. Per non perdermi. Per non perdere la memoria degli eventi che, inanellati, fanno una vita. Eventi. Li chiamano kairoi i grandi greci. E il poeta-ape li succhia e li rida’ al mondo come poesia. Kairoi, Tyumos e Logos. Il logos imbriglia il tyumos, la forza vitale dei nostri kairoi e solo la parola scritta riesce a liberarli di nuovo e lanciarli nel cielo che fu degli aquiloni.


Io ho iniziato per non perdere la bella sensazione che mi dava uscire con gli amici nei miei 14 anni- quasi 15. Con mia madre che ancora mi ricordava di “svuotare la vescica prima di uscire”. Me la ricordo: sulla porta di casa, anno dopo anno, sempre meno alta della gigantessa che m’aveva fatto volare quando ero solo un pulcino. Sempre piu’ stanca e con i capelli piu’ bianchi. Sempre la’ sulla porta. Ad accompagnarmi porgendomi un altro maglione (“di sera la temperatura si abbassa e poi ti viene la sinusite”), ad aspettarmi alle 6 del mattino (Le ultime parole famose: una birra con gli amici e alle 2 sono a casa), a farmi compagnia mentre vomito e parlare dei viaggi di suo padre mentre bolle l’acqua con l’alloro che ha fatto per aggiustarmi lo stomaco.
Prima scrivevo a macchina perche’ me ne piaceva il suono. Ho riscritto l’elenco delle mie videocassette una trentina di volte per avere una buona scusa per continuare con quella mitragliata di metallo.
Poi la mano sul detonatore: la prima scampagnata fuori dal perimetro urbano. La pensavo giusto oggi.


I miei amici avevano gia’ modificato gli scooter, il mio aveva ancora le strozzature. Alla seconda curva mi avevano gia’ doppiato. Mi sorpassa pure il pluri-ripetente, (l’unico munito di una scassatissima peugot), gli suono e lui mi vede scomparire nel suo specchietto retrovisore. Mi ritrovano dopo tre ore. Le mie amiche (sempre poche donne…) hanno cucinato delle orribili tagliatelle e poi le hanno nascoste dentro un impasto mal lievitato. Ho pranzato con birra e marlboro che Paride ha fatto passare in cerchio, come vecchi indiani. E poi ho tentato la sorte con la piu’ bella della classe.
Dopo il tentativo di approccio avevo cinque dita di violenza che mi lampeggiavano sulla faccia (ancora liscia come il culo di un bambino). Quelle cinque dita lampeggianti li portavo in trionfo e ricevevo elogi (“l’importante e provarci e non arrendersi, mai. Bravo!“).
L’ultimo ricordo Paride che sfoggia la sua capacita’ di parlare ruttando. Declama una vecchia perla di saggezza inneggiante al “triangolino che ci esalta”. Tutti ridono e inizia la solita partita di calcetto. Rido pure io e mi piazzo tra due lattine che delimitano la porta. Mi metto la faccia da portiere e mentalmente affetto quel pomeriggio in paragrafi.

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