appunti per spaccare i denti a Baricco

Certe notti e certi giorni devi usarli per ricaricare le pile prima di nuovi e folli voli. Le giornate dobbiamo ammazzarle in qualche modo: c’è chi lo fa cantando vecchie canzoni intorno a un fuoco sulla spiaggia, chi cerca le risposte incastrato come sardine nel traffico delle autostrade e chi decide di continuare a leggere e a scrivere.
Io scelgo la terza opzione, annacquo i giorni che cadono dal calendario sulla vecchia ondina a strisce gialle. La piazzo nell’angolo più ventilato della veranda, abbasso le tende e sto lì con l’ultimo libro da leggere e con accanto vecchie e nuove pagine da riscrivere per l’ennesima volta.
Stavo lì, con la testa e la faccia rasata di fresco e ho lasciato che i neuroni lanciassero i loro aquiloni nel cielo di fine giugno. Ne è venuta fuori una riflessione su tre diversi tipi di approcci alla scrittura. Diamo le coordinate: l’ultimo libro di Steve King, Il film di Bergman “Come in uno specchio” e un capitolo del mio “Ulisse, lumache e cioccolatini”. Invertiamo l’ordine: Il mio capitolo l’ho scritto almeno un anno fa. Ero in un punto morto del racconto e ho usato il vecchio trucco dello scrittore che diventa egli stesso personaggio della sua opera. Il risultato dopo qualche limatina mi ha lasciato un buon sapore. Poi, proprio ieri, ho infilato la videocassetta di Come in uno specchio e mi ci sono ritrovato in pieno. La storia ruota attorno a 4 protagonisti: lo scrittore, il medico, il figlio e la figlia-sposa. La figlia-sposa ha una malattia incurabile che le ha appuntito l’udito e le permette di dialogare con le scintille che si sono incastrate in un’intercapedine della casa di villeggiatura. Il medico, l’attore Max Von Sidow, ama la moglie e soffre per il suo male. Lo scrittore è il padre della moglie del medico e del ragazzetto che ha problemi di latino. E’ ossessionato dal suo mestiere, deve scrivere anche della malattia della figlia. Vede in essa un ottimo spunto. Ha pure tentato il suicidio ma sul più bello il carburatore si è ingolfato. E’ tornato dal suo rifugio di pace e silenzio in Svizzera e si ritrova rapito dalla sua morbosa curiosità per il male della figlia, fa un pò questi ragionamento: mia figlia l’ho già perduta,  il male che le succhia via il cervello non la lascerà più vivere. Tanto vale non sciupare questi momenti e appuntarli per tirarne un romanzo dannatamente buono. Sua figlia legge il diario e lo dice al marito. Il medico, tiepido come può essere solo Max Von Sidow (lo è perfino nella scena finale della “Fontana della Vergine”, quando, Rambo ante-litteram, massacra gli assassini della sua bella e vanitosa figlia), aspetta un’uscita in barca per discuterne con il suocero, lo accusa, lo mette davanti alla sua vita vuota, gli chiede: “hai mai scritto una sola pagina con sincerità?”. Nel frattempo il piccolo Minus alle prese con il ripasso di latino si trova a 16 anni senza aver avuto mai un rapporto decente col padre e in più con la sorella tanto amata che parla con le anime dei morti che aspettano l’arrivo di Dio. Scrive pure lui, una dozzina di commedie e qualche operetta. Alla fine la sorella decide di lasciarsi internare  e finalmente lo scrittore parla con il figlio. Arriva la parola fine sulle pale dell’elicottero che scende come un pipistrello a prendere la figlia.


E poi c’è il terzo ingrediente: “La canzone di Susannah”, l’ultima fatica letteraria dello Sfornaromanzi del Maine. Stavolta King si è superato. Il libro è il penultimo volume della serie “La Torre Nera”, una saga che era partita 22 anni fa come un esercizio di stile tolkeniano e che è finita poi a fagocitare tutto l’universo di King. La torre è il centro di tutti i possibili universi. Nel nostro mondo è una rosa selvatica in un lotto abbandonato di New York. Tutti gli universi sono inanellati uno sull’altro e ci sono porte introvate che li collegano. Si flippa dai vari livelli sfruttando la “contezza”, delle dissolvenze nel continuum. Il mondo della Torre è il Medio mondo dove l’ultimo pistolero, Roland di Gilead, ha una sola missione: salvare la Torre e i Vettori che la tengono in piedi. I vettori erano sei, ne sono rimasti solo 2. Gli altri li hanno rosicchiati i Frangitori che usano un componente presente nel cervello dei gemelli per fare il lavoro sporco. Il pistolero ha reclutato il suo ka-tet in vari livelli del nostro Universo. Ha preso Jake, un bambino della New York degli inizi degli anni 80, Eddie Dean un tossico della fine degli anni 80 e Odetta Holmes, una ricca e bella donna di colore degli anni 70 e un bimbolo (una specie di orsetto lavatore capace di “parlare”). E’ la resa dei conti, il ka-tet di Roland deve far fuori la sua nemesi: il Re Rosso. Nel penultimo volume si crea un mega paradosso: stiamo leggendo un romanzo di King e dentro troviamo lo stesso King che accoglie i suoi personaggi. King ha una parte fondamentale in tutta la saga. Ma King muore, il minivan che nel nostro vero mondo gli ha solo sfasciato il bacino, nel mondo della Torre Nera l’ha preso in pieno.


I tre ingredienti che mi hanno acceso ‘sta riflessione hanno in comune la scrittura. Sono altrettante acute riflessioni sulle potenzialità e i pericoli del destino dei macchiafogli. Il personaggio di Bergman è condannato a rinnegare la sua essenza di padre per continuare a scrivere, King giunto al suo 50° romanzo può prendersi una boccata d’aria fresca e credersi il dio assoluto del suo mondo di carta e incubi. Io, dopo aver iniziato a scrivere dopo un’estiva indigestione di King nei miei 14 anni, posso fregiarmi di aver avuto le stesse idee di King con qualche anno di precedenza.
Sul rapporto vita e scrittura resta ancora troppo da dire. Ma come concludeva  quel grande narratore che è Forrest Gump: “And that’s all I have to say about that.”. (Momentaneamente) non ho altro da dire su questa faccenda. Finirei per ripetere precedenti riflessioni, devo trivellare un pò più in profondità. Baricco e le sue assurde conclusioni sui lettori e sui macchiafogli sono carta straccia. Dice che i lettori sono sconfitti dalla vita che preferiscono leggere che vivere per non scottarsi. Mentre i macchiafogli che scrivono del proprio sguardo sulla vita (o vivono accelerando gli eventi per poi scriverne) sono solo patetici che rischiano di farsi male. Devo rispondere a tono. E’ diventato il mio imperativo categorico. Lo affronterò incarnando l’acume della tonsura luccicante del Tommaso delle Quaestiones Disputatae. E il signor Baricco sputerà via i denti. Con o senza sangue.

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