Gesù aiutaci tu


La “passione” non faceva per lui. Era da anni che si portava dietro quella paura e non voleva rinnovarla, se la ricordava bene la prima volta, era a casa sdraiato sul divano con un tramezzino al prosciutto in mano e sua sorella sullo sfondo a schiacciare i bottoni del telecomando, i suoi genitori dovevano essere andati a trovare qualche zia artiglia-guanciotte e i due pargoli erano rimasti in casa, coccolati dalla baby sitter catodica.
Era bastata solo una scena, un solo minuto, 18 fotogrammi al secondo moltiplicati per 60 volte a mandarlo a tappeto. Una scena sconvolgente, terrorizzante. Il prosciutto gli era rimasto in bocca e lui subito si era trincerato dietro due cuscini. La mano del gigante si muoveva verso il bimbetto spagnolo e si prendeva il suo tributo di pane e vino. Quella notte, inevitabilmente, si era dovuto sorbire  durante il trasloco verso il lettonele lamentele paterne ma le sopportava stoicamente, meglio i borbottii di suo padre che essere artigliato da quell’uomo che penzolava in ogni stanza, era dovunque, perfino sopra il suo letto.
Ogni volta che in tv davano “Marcellino pane e vino” la paura tornava.
All’oratorio il gesuita alto continuava la tortura, era ancora peggio. A casa riusciva a sfuggire, sia che quell’uomo si portasse via Marcellino, sia che si divertisse a dialogare con un parroco armato di fucile che sparava dal campanile verso i baffi del sindaco. All’oratorio no, doveva restare lì, impalato a pulirsi gli occhiali ad ogni sputazzata che partiva dalla bocca sdentata del gesuita. E doveva restare immobile a vedere tutta la scena dei soldati che inchiodavano quell’uomo alla croce.
C’erano voluti anni di omelie per raccapezzarci e ora che aveva digerito il mistero e la bontà del Nazareno la sua ragazza voleva portarlo nel buio di una sala cinematografica a vedere 20 minuti di fustigazione in latino e aramaico. [abbozzo]

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