La stanza 101


La descrizione di un attimo. La ascolto mentre scrivo. Eh, già, la descrizione di un attimo è stata la prima cosa pensata nel rivedere te e tutta l’allegra combriccola col cervello ancora più trifolato, molta più barba, meno illusioni e più disamori nelle dita.
Ma quale attimo mi hai ricordato?
Troppi e tutti assieme. L’altra notte ti pensavo, capita spesso quando l’unica voce nella notte è quella dello scaldabagno. Ci sono notti che il letto a due piazze è troppo grande, anche per i ricordi. Il presente non esisteva. C’ero io e c’eri tu, ci bastava. E pensavo che magari potevo diventare Qualcuno e avere almeno tre cani e sei gatti e vedere crescere loro e noi su una spiaggia greca, sì una casa in Grecia, a respirare la stessa aria di Platone, di Socrate, di Omero… Vivevo di immagini e di tramonti starnutiti sulla terra solo per noi.
Sì, l’altra notte era troppo vuoto il letto. Mi perdo ancora a Palermo e voglio girare il mondo con l’infinito che mi mastica il futuro. Non leggo più tanti libri, ne leggo abbastanza per riempire un’altra riga del libretto universitario, mancano una manciata di materie e poi sarò pronto per la depressione da disoccupato. Bacerò un’altra donna e cercherò ancora i tuoi occhi, avrò abbastanza da dire?
Amo le canzoni dei Beatles solo se le cantano i Beatles, amo quella sfumatura di occhi solo nei tuoi occhi. E’ già notte, dalle vertebre della serranda arriva la luce gialla dei lampioni. Penso sempre a questa prospettiva: un futuro post-apocalittico. E io sono uno degli ultimi sopravissuti, non importa il perché, io sono lì, padrone di un mondo che è solo un cimitero. Sono lì, libero, con le mie ancore metafisiche che arrugginiscono in successione. Sono lì e tu sei morta. Ti vengo a trovare spesso nella nostra collina, ti ho seppellito qui, sotto il ciliegio. Guarda: ci sono ancora le nostre iniziali. Le avevo incise una domenica pomeriggio che ero scivolato qui in preda ad un attacco maxi di romanticume. Pensavo di amarti. Lo credevo possibile. Una volta ancora stavo contorcendomi in sparute riflessioni invece di lasciarmi andare. Il mio errore è sempre stato lo stesso: sono un dannato cartesiano, mi rompo la testa con sofismi ed invece di vivere penso al come e ai perché della vita.
Saltello spogliando il contorno del mondo e mi restano in mano solo le bucce, scivolano via le illusioni ed ecco che cosa ho guadagnato: un deserto. Anche l’attualità mi aiuta. Ecco l’ennesima guerra. Dio fa le pulizie di primavera. Dicono che la sovrappopolazione è un problema e tutti lì terrorizzati quando il Grande Inquisitore spegne le nostre candele. Scivolo via nelle strade deserte, ci sono lapidi dovunque ma le voci si sono zittite, non è più la danza macabra, la falce arrugginita ha smesso di scintillare. Sono nel nostro letto, solo. Non siamo a Spoon River. Mondi nuovi e vecchi muoiono di continuo.


Sono qui, ancora più solo.
Ho le tue lettere, le ho sempre tenute con molta cura. Non ti ho mai risposto perché pensavo che bastava lo sguardo per farti capire che…cosa dovevo farti capire? Già non ci capivo nulla io e addirittura volevo spiegare qualcosa a te? M’ero illuso. Stavo rileggendole. Ecco qui è quella che mi hai scritto dopo che avevi letto 1984 di Orwell. Mi chiedevi cosa c’era nella stanza 101. Nella nostra stanza 101. Tutti sanno cosa c’è nella stanza 101. Ci sono le nostre paure più nere e profonde, le paure che ci fanno tradire ogni convinzione per restare vivi e per cullare per il resto del tempo il rimorso. Nella mia 101 ci sei tu. Tu che mi chiedi di amarti, tu che mi chiedi di mettere da parte i libri e le citazioni per essere almeno una volta solo io. Con tutto quello che questo significa. Ci ho provato a spogliarmi della cappa ideologica in cui ci hanno avvolto, ho filato il mio bozzolo con ardore e alla fine era vuoto.

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