il sogno dei babbaluci

Sotto una vecchia barca scrostata sulla spiaggia di Aspra il mal di schiena e il torcicollo gli danno il buongiorno sul sottofondo musicale del depuratore che continua a scatarrare alla sua destra. Ulisse Cerami si siede sul bagnasciuga e chiude gli occhi, gli occhiali sono nel loro fodero, nella tasca interna della giacca. Sta lì a seguire libere associazioni di pensieri. La barba gli punge il collo, pensa che forse è venuto il momento di spacchettare il Mach 3 che la madre gli ha regalato con l’augurio di rendersi presentabile con abbastanza triple passate. I capelli si sono beccati l’alito dei cessi di Aspra che scaricano nel mare. Qualcosa lo prende alle spalle e lo fa sbilanciare. Finisce a sputare sabbia tra cacche di topi di fogna e mozziconi spolpati dalla risacca della notte. Si gira e sorride.

"Carrie! Cucciolona! Ma che ci fai qui?" Il cane gli risponde scodinzolando.

"Nonno, che minchia ci fai qui?".

"Io lo sapevo ch’eri qui. Tua madre stamattina mi ha svegliato alle 5.22 per venirti a cercare. Dice che ieri sera hai sbattuto la porta e te ne sei andato senza dire niente. Le ho detto che avevi solo bisogno di riflettere. Lei è stata irremovibile, la conosci pure tu mia figlia… E dato che ero già in piedi sono passato da casa tua, ho preso la picciridda per il guinzaglio e mi sono fatto tutto il rittufilu senza manco fare colazione. Ma chi facisti tutta a nuttata?"

"Avevo bisogno di rivedere un amico."

"Hai una faccia serena. Ti sei calmato? E ‘sto tuo amico l’hai trovato?"

"Sì. Vieni che ti offro un caffè e un cornetto con la crema gialla. Non saranno buoni come quelli del Bar Ester ma meglio di niente."

Si rimette le scarpe e entrano nel chioschetto sul lungomare. Il ragazzo paga un cornetto e due caffé e vede che l’orologio sopra la cassa del chiosco segna le 7.23, se corre abbastanza svelto riesce a arrivare a casa di Lisa prima che lei esca per andare al Liceo. Non ha bisogno di spiegare niente a suo nonno, Nonno Enzo lo conosce bene: non chiede nulla e resta ad Aspra e decide che oggi mangerà babbaluci. Ha visto due cesti pieni pieni di lumache con tutte le corna uscite. Suo nipote prende la picciridda e si mette a correre come un folle lungo il rittufilu.

Enzo tornerà con l’autobus, i vecchi come lui hanno il tesserino gratuito. Deve comprare pure due pacchi di sale nel deposito al lato della stazione perché se dopo aver tolto la bava ai babbaluci con uno stuzzicadenti non si mettono al sole in una pignata con i bordi fatti di sale non escono dal guscio: il sole gli fa uscire le corna, il sale sui bordi della pentola non li fa scappare fuori. Poi basta bollirli e insaporirli con qualche spicchio d’aglio e sale e olio e poi viene la parte più divertente, sucarli fuori dalla scoccia. Solo qualche anno prima suo nipote lo accompagnava in campagna a prenderli, il piccolo Ulisse teneva il suo vecchio ombrello girato e lui scotolava la sterpaglia per farli staccare e cadere dritti dritti nel paracqua. Tutto prima che spuntasse il sole.

***

Ulisse corre sotto i platani e tutti gli altri alberi che abbracciano le due fette di marciapiede, Carrie gli sta dietro attaccata al guinzaglio. Le suole delle scarpe picchiano le foglie che si sonno fatte uccidere da un altro autunno. Ulisse è di nuovo a Bagheria e sta correndo da Lisa. In testa ha solo due ricordi: a dicembre se l’erano buttata tutte e due, tanto lui aveva il liceo autogestito e lei la soporifera lezione di francese; tredici minuti di seconda classe ed erano già a Palermo. La destinazione era la Feltrinelli di via Maqueda, ci arrivarono fumando due diana blu con in testa già due o tre titoli da comprare ‘assolutamente’. Lisa s’era comprata le poesie di Silvya Plath e già le stava leggendo mentre Ulisse ancora era indeciso tra i trecento paper-back che s’era segnato nel suo taccuino. Prese ‘Uomini e no’ di Vittorini e il giovane Holden. Il primo gli serviva per finire la tesina per il diploma, l’altro per scrivere meglio.

La mattinata era finita al caffè al Caffè dell’Opera a farsi spennare per due caffè, li sorseggiarono al rallentatore per stare ancora un pò seduti a venti metri dai grossi leoni del Massimo. Ricordò pure quando le aveva regalato il vinile di Bleach dei Nirvana. Il loro primo Natale assieme, doveva essere speciale. Lui aveva speso tre mesi di risparmi per quel 33 giri, lei per tremila lire aveva recuperato la raccolta delle poesie di Pavese nelle bancarelle di Via Libertà. L’avevano fatto la prima volta proprio quella sera, nel divano del salotto di Casa Cerami con un babbo Natale guardone sullo sfondo e le songs di SGT. PEPPER’S LONELY HEARTS CLUB BAND per colonna sonora. La sorella era a una tombolata con l’azione cattolica e i genitori erano alla veglia di Natale ad aspettare la nascita del Bambin Gesù. L’avevano fatto sul divano di pelle bianca sull’aroma delle candele quadrate alla citronella che Lisa aveva tirato fuori dallo zainetto onyx. John e gli altri Beatles cantavano nel loro migliore lp. Si ritrovarono abbracciati sulle note di "A day in the life", gli occhi neri di Lisa li vide per la prima volta alla luce indecisa e aromatizzata delle tre candele.

***

Suonò il campanello con Carrie che già aspettava il suo biscotto friskies seduta sul gradino di marmo. Dovevano essere le otto meno un quarto, già suo padre era partito col treno delle 7.07 per Palermo e sua sorella Simona era andata all’Università. Suonò un’altra volta saltellando insieme a Carrie. Finalmente qualcuno rispose. Era sua madre. Salì le scale a due gradini per volta, lasciò Carrie nello studio del primo piano e si precipitò in bagno. I vestiti puzzavano di sambuca. Li gettò nel cestone del bucato e si infilò nella doccia. Sua madre gli stava preparando la colazione ma lui si vestì con un paio di jeans e una camicia di cotone felpato e scappò via con sua madre che cercava d’inseguirlo per le scale alla ricerca di qualche spiegazione. Lui doveva andare da Lisa. S’infilò nella R4 e vide con stupore che suo padre aveva fatto il pieno di Senza piombo.
Guidò sino a casa di Lisa, erano le 8 e 7 minuti, almeno quelle quattro cifre nel display digitale dell’orologino che aveva appiccicato nel cruscotto dicevano così. Citofonò e si mise ad aspettare sistemandosi il pizzetto con le mani, i capelli avevano bisogno di una sfrondata. Rispose proprio Lisa e dodici minuti dopo erano già sulle curve della 113, verso Palermo.

***

Qualcuno ha suonato il campanello. Ulisse si alza dalla sedia e va verso la finestra. Si sporge oltre i vasi di gerani con Carrie che gli scodinzola tra i piedi. "Michele! Un minuto solo, salvo il file e scendo ad aprirti" dice spegnendo la sigaretta nella terra del vaso di gerani. Ha ricominciato un’altra volta a fumare. Si avvicina alla tastiera e schiaccia il tasto delle maiuscole e F12 per salvare l’ultimo racconto che stava scrivendo. Suo nonno gli ha dato il primo piano della sua casa del Corso Umberto I. Da tre mesi abita lì, con suo nonno al pianterreno e con Carrie tra i piedi. Sua madre non ha fatto poi tante storie, il nonno ha ormai una certa età e Ulisse può aiutarlo per qualsiasi evenienza.

L’ha sistemato lui il suo mini appartamento, solo 30 metri quadrati ma lontani quasi sette chilometri da casa Cerami. Settemila metri dai menù monotematici, settecentomila centimetri dalla radiolina grundig sempre fissa su radio Maria. Ha sistemato un tavolo tondo sotto la finestra, tre abat-jour sparse dietro il divano e il letto, i quattro ripiani della libreria che gli ha fatto suo padre li ha riempiti con la collezione di Dylan Dog e con tutti i suoi libri. Sua madre gli ha regalato quel notebook di seconda mano e lui passa il tempo libero a scrivere in compagnia del piccolo busto di Kafka che Simona gli ha portato da Praga. Michele e gli altri vengono spesso a trovarlo, forse un po’ meno spesso del solito ma i ragazzi hanno capito che Ulisse ha preso finalmente sul serio la facoltà. Passa le nottate sui libri di filosofia e su una mensola ha messo in bella mostra la Metafisica di Aristotele, il mattone con tutti i dialoghi di Platone a cura di Giovanni Reale e altri classici del pensiero occidentale. Santi e Nino vengono almeno due volte alla settimana a scolarsi le birre del minibar, spaparanzati sul divano bianco. Stanno lì a tirar fuori sempre le solite storie sulle ragazze e leggende metropolitane sui vari professori universitari. Ulisse ogni volta mette su qualche cd dei Beatles ma mai Sgt. Pepper’s, quello l’ha messo in fondo al baule ai piedi del letto, si porta dietro troppi ricordi. Carrie la lascia nel balcone e scende ad aprire a Michele, non c’è l’apertura automatica. Suo nonno a quell’ora è a giocare a carte a Piazza Garibaldi, seduto su un quadrato di carta, con tutti gli altri pensionati di Bagheria.

Michele lo saluta stringendogli la mano, entrambi pensano che siano inutili tutti quei baci sulle guance che si usano in Sicilia. Forse tutto dipende dalle barbette che si sono fatti crescere, pungono come spilli quelle chiazze di pelo scomposto che hanno sulla faccia. "Come va? L’hai scritto il romanzo del secolo? Aspetto ancora di vederti al Maurizio Costanzo Show col vestito color caki e i capelli lucidi di lacca. Tutto impupato sotto i riflettori col tuo libro che ancora puzza d’inchiostro nascosto tra la sedia e la gamba. Me la vedo tutta la scena: aspetti che il nano baffuto finisca di leccarsi per la trecentesima volta le labbra, aspetti che lo schizzato di turno racconti di come gli gnomi gli hanno rivelato il segreto della felicità. Dietro di te Demo Morselli si scrolla con un giro completo di zazzera tutta la forfora. Poi senti che il nano baffuto dice: "ha appena scritto il romanzo del secolo!" il pubblico si lascia andare a gesti inconsulti, le stratettute che ho visto solo nei calendari di Max sono in prima fila che ti muoiono dietro, tutte in fila col tuo romanzo da farsi autografare. Poi Maurizio dice: "Boni, boni: ecco Ulisse Cerami!" Michele prende un pacco di wafer dalla dispensa e si va a posizionare sulla poltrona di vimini. "Sogna, sogna Mitch! Hai più fantasia di me… e con Valentina come va?" Ulisse prende due tuborg dal minibar e cerca sotto il lavello le arachidi tostate e i salatini. "Va. Lo sai che ci lasceremo almeno un altro milione di volte prima di esserci stancati l’uno dell’altra. E Lisa? L’hai vista più?" "No." Ulisse si toglie dagli occhiali una ciocca del ciuffo. Michele beve una sorsata di birra e guarda la mensola dei testi di filosofia, poi sposta lo sguardo sul faccione di gesso di Kafka.

"Non la vedo da un anno. Ho pensato di telefonarle almeno settecentomila miliardi di volte. Ma poi resto bloccato con la cornetta in mano e penso che poi è così che doveva finire. Le storie a vent’anni sono così. Sembrano tutte eterne ma poi si bruciano in fretta… ma proprio di questo dobbiamo parlare? Hai un bel pizzetto, dove vuoi fartelo arrivare? All’ombelico?"

"Parli tu con quel cespugliaccio di capelli e quella barba riccia? Sai che ti dico? Sono le 11, a quest’ora dal barbiere non c’è quasi nessuno, andiamo a darci ‘na potata che male non farà. Angelo non ci vede da quando ci facevamo la riga come due piccoli lord…"

Tirano fuori il vespone dal garage e si allacciano i caschi, poi scendono per via D’Amico, verso il bar la Caravella.
Angelo tiene ancora fuori quella colonnina a strisce che deve aver visto nei film americani. Ha un riporto che parte dall’orecchio e con sputi di gel, lacca e bestemmie arriva quasi sino all’altro lato. Nell’angolino sulla sinistra c’è ancora quel seggiolino con la testa di cavallo. Antonio piazzava sempre Ulisse in quel cavallino e gli diceva solo di cavalcare, al resto pensava lo zio Angelo.

E se faceva il bravo ci scappavano pure due o tre caramelle di quelle che frizzano sulla lingua. Ulisse si faceva tagliare i capelli cavalcando silenzioso, manco fosse stato Tex Willer o uno dei suoi pard.Suo padre stava seduto a leggersi il Tex del mese o la pagina sportiva del Giornale di Sicilia, alzando ogni tanto lo sguardo verso le zizze di Miss Giugno ’86.

Ulisse e Michele agganciano la vespa con la catena bullock a un palo. I caschi li lasciano penzolare nell’unico gancio libero dell’attaccapanni. C’è solo un signore di una sessantina d’anni che s’era appena tolto la coppola per farsi fare i capelli come Tom Cruise in MIssion Impossible 2. Sua moglie li aveva visti al Cinema e ora li voleva sulla testa del consorte. Solo che il vecchio aveva due ciuffi ai lati della testa e qualche peletto grigio e indeciso sulla calotta. Angelo gli stava assicurando che "se la sua signora voleva Tom Cruise, la sua signora avrebbe avuto Tom Cruise".

Pettinò, fischiettò, sudò, tagliò e ripettinò e alla fine era soddisfatto. Il vecchio cliente lasciò perfino una mancia per i ragazzi, addirittura mezzo euro. I due ragazzini di nemmeno tredici anni si guardarono dicendo contemporaneamente "ziccusu! ‘un ti sciupari!", Angelo ricordò a entrambi l’educazione con la cinghia di pelle su cui rifaceva il filo al rasoio.

Per primo va sotto le forbici Michele, Ulisse sta leggendo un vecchio Dylan Dog senza copertina che qualcuno ha lasciato lì. Le vignette erano state colorate con pastelli a cera da qualche bambino. Dylan aveva la faccia gialla Simpson e la camicia, rossa su quasi tutte le copertine della serie, era stata tinta di verde cedro. Sicuramente qualche padre aveva tenuto buono così il suo marmocchio. Ulisse quel numero l’aveva già letto. Era l’albo in cui per la prima volta compariva Hamlin, il pelato dalle orecchie a punta che vendeva cianfrusaglie nel suo Safarà. La sceneggiatura era di Tiziano Sclavi ed era tutta incentrata sulla possibilità di infiniti mondi paralleli. Hamlin faceva soldi a palate vendendo per poche sterline le sue cianfrusaglie, poi passava il varco e finiva in un’altra dimensione, in un’altra Londra dove le sterline valevano miliardi di volte il loro valore. Dylan anche quella volta s’era innamorato della sua cliente, una bella moretta che era finita per sbaglio nella Londra sbagliata. Vedeva scomparire le persone che la circondavano perché c’era qualche specie di distorsione tra i mondi derivata dal ciondolo che aveva acquistato a Safarà. Alla fine scompariva dalla Londra di Dylan e Hamlin diceva qualcosa che Ulisse sapeva troppo bene. Michele aveva già finito, s’era tolto il pizzetto e i capelli li aveva sistemati all’insù.

Ulisse s’era bloccato su quella vignetta di pagina 94. Il pastello del bambino l’aveva risparmiata.
"… Ma alla fine cosa rimane? Solo il banale orrore di due persone che si trovano per caso, si piacciono, si amano… magari pensano che l’amore sia qualcosa di eterno…finché una delle due abbandona l’altra… e scompare…"

***

Ulisse si alza dal letto e si mette sul naso gli occhiali. Carrie dorme ancora acciambellata sopra due cuscini, sul suo divano di vimini. Ulisse non ha mai usato le ciabatte, gli piace camminare sul parquet a piedi scalzi. Si avvicina verso il baule e prende dal fondo quello che cercava. Ci sono stampati in quadricromia otto Beatles e una folla di personaggi. Legge sul tamburo che i quattro Beatles di destra, quelli con le divise giallo-rosa-celeste-rosso psichedeliche, hanno sui piedi "Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band". Poi lo infila nel lettore cd e manda a palla la stessa canzone che l’ha accolto quella mattina ad Aspra. Correva da Lisa. Correva da lei dopo gli aquilotteri e gli scolapasta nootici.
Poi ci ripensa e prima del ritornello cambia canzone. Gli piace il sound di "Whem I’m sixty-four" e canticchia con i 4 fab four che gli fanno da coretto:

"When I get older losing my hair,
Many years from now.
Will you still be sending me a valentine
Birthday greetings bottle of wine.
If I’d been out till quarter to three
Would you lock the door,
Will you still need me, will you still feed me,
When I’m sixty-four…"

Smette di cantare con il caffè che brontola già nella moka. Sveglia Carrie e si mette a ballare con lei che, mezza intontita, si mette a scodinzolare esaltata. Programma la ripetizione continua, tanto il treno per Palermo parte alla 9.56. E sta lì, a ballare con la sua picciridda con la coda e senza pulci.
Suonano alla porta. Il ragazzo abbassa il volume dello stereo e spegne il caffè che stava già per bruciarsi. Il nonno Enzo sta incominciando a odiare i Beatles, da nove mesi suo nipote ripete quel rituale tutte le sante mattine. Aspetta sulla porta, le spalle stretta nella vestaglia di Titti e Silvestro che sua figlia gli ha regalato per la festa del papà; aspetta e si mette a ballare pure lui con le ciabattone con la faccia di Duffy Duck. Gli piace vivere con suo nipote, è un bravo ragazzo il suo Ulisse.

"Nonno, un secondo che arrivo" grida Ulisse dietro la porta, poi, finalmente, si decide ad aprire.

"Stavo mettendo radici! Buongiorno Carrie! Come sta la più bella signorina del globo?" si avvicina al cane che ancora s’inseguiva la coda sulle note della Lonely Heart club band e gli carezza la testa.

"Ma ancora non s’è consumato ‘sto cd? Metti sempre questo da quando sei qui! Anzi, se mi ricordo, facevi ascoltare questo pure agli imbianchini e all’idraulico che ha cambiato i tubi del bagno!" Enzo sorride e carezza il cespuglio di capelli che suo nipote si porta in giro. Si siedono tutt’e due sugli sgabelli della cucina e sorseggiano il caffè. Ulisse lo prende amaro con due gocce di latte, suo nonno lo corregge con un pò di grappa, proprio come faceva quando era negli Alpini delle Fiamme Gialle. Ha tutta una serie di foto con i suoi commilitoni, messi in posa, tutti con il capello con la penna d’aquila e sullo sfondo le alpi innevate sui confini con la Svizzera.

"Ti sei sistemato bene, proprio bene. Hai fatto diventare il deposito di cianfrusaglie della nonna – pace all’anima sua – un bell’appartamentino, bravo. E soprattutto ti sei messo la testa a posto. A sentire tua madre dovevi andare a piedi sino a Lourdes per mettere giudizio. E invece… tutti 30 e 30 e lode sul libretto e mi aiuti pure con le commissioni!" Ulisse ride passando mezza ciambella mister day a Carrie e abbraccia suo nonno, non gli ha mai chiesto niente su quella notte ad Aspra. "Forse dovevo solo cambiare aria…" ammicca sornione e suo nonno si accende il Toscanello che teneva nella tasca della vestaglia.

Posa l’accendino e aggiunge: "Ieri da Maurizio ho comprato due chili di babbaluci, li ho tenuti tutta la notte nell’acqua, ora vado a metterli al sole per fargli uscire le corna a quei cornuti! Te l’ho mai detto che da noi dire babbaluci è un’offesa che ti autorizza a rompere quattro denti a chiunque te la dice?" Ulisse sa a memoria le storie di suo nonno ma gli piace sentirlo parlare con la sua voce sincera e pulita. Nessuno s’addormenta quando Enzo racconta un aneddoto a Piazza Garibaldi. Pure che è la stessa storiellina da ventisei anni. Perché Enzo sa raccontare. Quando Ulisse passa la notte a leggere i dialoghi di Platone e legge le battute di Socrate, pensa sempre a suo nonno. Già, suo nonno è sempre stato il suo Grande Maestro, con la sua barba bianca e i baffi ancora mezzi rossicci.

"Quattro denti, non uno solo! Proprio quattro e nessuno ti può dar torto! Babbaluci è quattro volte un’offesa: curnutu, vavusu, porta n’cuoddo e strica n’tierra! Quattro offese in una sola piccola e dolce parola, quanto mi piace il nostro dialetto! "Babbaluci", più dolce del semplice "lumaca", senti quasi il gusto ancora prima di succhiarli dal guscio." Il Socrate più divertente di tutta l’opera platonica non avrebbe saputo fare di meglio. "Le lumache non mi piacciono. Le ho viste urlare con le loro boccucce mute troppe volte. Urlano quando l’acqua incomincia a bollire e poi smettono, di colpo. Preferisco una pizza. E poi le tue si ruttano sino all’Epifania. Ci metti troppo aglio…" "Non capisci niente di cucina e tradizioni. Una pizza, magari pure surgelata, vero? La nostra cucina è un rito. Sarà pure pesante da digerire ma ha tutto un suo fascino che una pizza non avrà mai. Pure che vedo il pizzaiolo che se la fa girare sulla mano prima di condirla… Ma ero venuto per un’altra cosa…" Enzo spegne il Toscanello nel posa-cicche e prende qualcosa dalla tasca destra della vestaglia. La posa sul tavolo tondo.

"Una lettera? Per me?" Ulisse guarda la busta bianca e i suoi bordini blu e gialli.

"Solo che non so se devo dartela. So come ci hai sofferto l’anno scorso. Sarò pure pensionato ma ancora rincitrullito non ci sono. Ma la scelta è tua. Lei mi ha incontrato davanti alla Posta Centrale e mi ha detto solo di dartela. Ora vado a farmi una doccia, tu hai la tua scelta da prendere. E devi essere solo." Enzo si alza e apre la porta. Poi solo le ciabatte sui gradini.
Carrie aspetta sotto il tavolo, leccando le dita dei piedi di Ulisse.
– È solo una busta – pensa – dentro ci saranno gli auguri per il compleanno o qualcosa del genere. Magari mi vuole fare sapere solo che sta bene. Sì, sarà proprio questo. Magari ha trovato uno sceicco che la vuole sposare. O si sta facendo suora. Oppure ha smesso di essere vegetariana, no, no è una richiesta di riscatto da parte degli alieni. Sì, i venusiani l’hanno rapita e hanno cercato nei suoi ricordi. Dovrei esserci pure io nella sua testa, me lo auguro, almeno. Sì con la loro sonda hanno visto la mia faccia e poi nel loro computer hanno cercato un tramite per farmi avere la lettera. Sanno tutto, loro. Nella loro nave galattica hanno uno schedario migliore dell’FBI. E poi non potevano contattarmi direttamente, ho visto tutte le serie di X-files e li avrei smascherati. Così hanno creato un simulacro semovente di Lisa e l’hanno mandato da mio nonno. Furbi i venusiani, ma non per me! – Stava continuando a partorire altre assurde ipotesi quando si ricordò delle ultime parole del Dottore Obliquo che lo veniva a trovare nei sogni: I pensieri inutili ci impediscono di arrivare all’essenza delle cose. Comprese che stava solo perdendo tempo. Gli bruciava ancora il petto per Lisa e aveva paura di quella busta. Guardò Carrie e prese la sua decisione.
Si accese una marlboro e aprì la busta. Dentro c’era solo un piccolo quadratino di carta, lo prese tra le mani e capì. Capì ogni cosa e sorrise, felice. Era innamorato, lo sapeva lui e lo sapeva anche Carrie.

Era un disegno. Il disegno di uno scolapasta senza manco un buco.
C’era una frase scritta sotto: "negli scolapasta noetici degli innamorati non ci deve essere nessun buco. In amore non si fanno selezioni di pensieri: solo gli idioti amano censurandosi ogni mossa azzardata."

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