Finiscono così le mie Gocce di Vita. Il resto deve ancora essere vissuto.


100 E CAZZUOLA


  
 Nel lavoro aveva trovato qualcosa per ricucire quel grande strappo che  si sentiva dentro. Lavorare era una cosa massacrante, almeno i primi giorni. Nove ore in cantiere a sforzarsi di parlare siciliano per non essere emarginato. Ci dava dentro Stefano, impastava cemento, quacina e cemento, rina e cemento, colla e poi tentava di far volare quacina nel migliore dei modi possibili. La quacina senza dubbio volava ma un buon 75 % andava perso durante il decollo dalla cazzuola. Il resto copriva alla bell’e meglio il solco nei balatoni. S’impegnava con muscoli e cervello e così riusciva a non pensare a lei.
Faceva un po’ di tutto: picciotto a qualche mastro, procurava il materiale, aiutava nei resoconti bisettimanali, rompeva i coglioni a quelli che cercavano di scacciarsela. Era il factotum di suo zio, il Principale.
Lavorava e osservava tutti i tic dei vecchi mastri, uomini possenti con petti e pance barbute, bevevano birra dreher e fumavano Diana rosse. Solo lui beveva Coca cola e fumava Marlboro Light, la birra gli faceva schifo e mettersi ‘na diana in bocca era lo stesso di fumare un carboncino.


Stavano ristrutturando la Coin di Palermo, ci lavoravano da tre mesi. Stefano si muoveva sicuro per le strade di Palermo, conosceva i fornitori e in un certo senso riusciva a farsi rispettare; dopotutto era Il Nipote del Principale. Si divertiva e stava imparando un fusto di cose, stava imparando la vita, stava imparando più cose di quante ne avesse mai imparato in 13 anni di scuola.     
Stefania era solo un ricordo che a poco a poco sbiadiva, ci pensava solo in quei quindici minuti prima di addormentarsi. Quello era un brutto quarto d’ora, aveva letto uno dei tanti romanzi che passavano veloci sul comodino, la sveglia puntata e l’ultima sigaretta del giorno. Poi spegneva la luce e restava in silenzio, pancia all’aria a sentire la voce della notte, quel concerto di piccoli rumori che si amplificano quando il sole tramonta, sentiva l’orologio martellare, il grugnito del padre che dormiva due stanze dopo, il sibilo del frigorifero al piano di sopra, il sussurro dello scaldabagno, eco lontane di marmitte stuppate, qualche cane che abbaiava il suo calore. E su tutto quello sentiva la sua mancanza, gli mancavano i suoi occhi di cielo.
   Pensava a com’era da bambina, al suo grande segreto.  Suo padre s’era buttato dal balcone con lei in braccio e lei non l’aveva mai superato, odiava sua madre, odiava il suo patrigno, non riusciva a far entrare la vita dentro lei. Stefano sapeva tutto e evitava di forzarla, pensava che il tempo migliora le cose…


Tutti prima o poi dobbiamo affrontare la Grande Dicotomia, è ‘na specie di nemico invisibile, non si presenta, devi solo scegliere. Stefano quell’estate aveva già delle belle scelte da fare, forse neanche se ne accorgeva ma era diventato il protagonista di una storia a bivi, proprio come quelle di Topolino. Bastava modificare di poco la traiettoria per ottenere una storia nuova. Doveva scegliere la facoltà, la sua posizione con Stefania e il suo posto nella vita. Era rinchiuso tra ‘na dozzina di parentesi, doveva agire piano piano: prima le graffe, le quadre e infine le tonde. Per la facoltà aveva deciso, era una matricola di filosofia, aveva accantonato sia la Medicina che l’Ingegneria nucleare. Che doveva fare con Stefania? Non voleva sbagliare ma era prigioniero di una situazione che lo stava risucchiando. Aveva abbandonato l’idea del suicidio, la soluzione l’aveva sfiorato una sera, in pizzeria. Era appoggiato al bancone di Mineo’s, stava aspettando le patate. Non gliene andava bene una, la friggitrice s’era guastata giusto quella sera. S’era infilato dentro una tuta ed era uscito con Ivan, il suo amico. Lo stava aiutando ad uscire da quell’abisso.
Era lì, come inebetito dalle pale del ventilatore del soffitto, stava ripensando  a Final Destination, c’era andato con Ivan. Avrebbe sfidato anche lui la morte per salvare Stefania.
“E se lei non vuole essere salvata?”, Ivan s’era intrufolato nei suoi pensieri, nessun’altra spiegazione.
“Capisco come ci soffri ma certa gente non vuole essere aiutata, magari dentro la sua logica lei è perfettamente normale, usa i ragazzi, forse ti voleva un po’ bene ma ti ha usato per risollevare la sua reputazione. Una falsa redenzione prima di partire per Forlì. “
Stefano ascolta in silenzio la voce di Ivan, i rumori della pizzeria si sono assopiti, solo il frullio del ventilatore  resta in sottofondo.
“Sai che è brava a recitare, si beccava sempre il ruolo principale al Laboratorio teatrale. Sei come un fratello per me: non puoi continuare a romperti la testa per lei,
 lei si creerà una nuova vita, l’hai detto tu stesso. E tu? Non possiamo essere noi a decidere il suo destino, parlare con sua madre non servirebbe a niente. Sa già tutto, ne sono sicuro. Quello che si è buttato era suo marito. Lei ha educato Stefania, ci si rispecchia in questa figlia, in lei rivede tutti i suoi errori. Che possiamo fare? Rapirla, chiuderla in qualche posto e farle il lavaggio del cervello, impedirle di prendere il treno? Vuoi la verità? Non puoi, non possiamo fare niente, solo augurarci che sappia salvaguardarsi a Forlì, anche se ho i miei dubbi, sono bastate solo due settimane da sua nonna e quel porco… Non so se le finirà sempre così bene, non credo che incontrerà un altro Stefano tanto facilmente, tu l’amavi e la conoscevi bene.”   Quella notte Stefano non riuscì a dormire, si risvegliava di continuo con il cuscino inzuppato di lacrime.


 
” E cancello il tuo nome dalla mia affacciata…”


 Il 20 settembre era arrivato, alla fine il treno era partito portandosi via Stefania. Si sentiva più leggero, quasi
galleggiava sull’asfalto. Aveva trattato la loro storia come un paio di scarpe vecchie. Ci sono scarpe a cui t’affezioni sul serio, ci hai fatto tanta strada, erano parte di te mentre vivevi momenti felici, ti avevano portato lontano. Quando le devi buttare, lo fai con una certo formicolio, magari è tristezza ma non vuoi pensare di esserti attaccato così tanto a un semplice paio di scarpe. Aveva  buttato via Stefania, lo doveva fare per sopravvivere.
Non l’aveva nemmeno salutata. Gli incontri all’ultimo bacio li lasciava ad Humprey Bogart, lui si teneva solo la sigaretta penzolante, l’attimo fuggente e i ricordi per  la vita.
   Siamo tutti su autobus, sali e sai di esserci sopra, sai che prima o poi dovrai scendere ma il capolinea ti sembra sempre così lontano… Lui non era ancora al capolinea ma era arrivato a una fermata importante, lì doveva cambiare autobus.


Se l’era immaginata diversa quella giornata, si vedeva seduto sulla panchina della stazione, sfumacchiava Marlboro e piangeva. Magari si davano un lungo, lunghissimo bacio e stringevano una promessa, lui stava lì anche dopo che il treno gliela aveva strappata via. Sedeva e si sarebbe sentito come una macchina in riserva, svuotato avrebbe continuato a stare lì, pensando e fumando. Ne immaginava anche altre versioni, lui che partiva con lei, lei che finalmente si sbloccava e superava il suo grande problema, una festa a sorpresa, un piagnisteo generale, mazzi di rose, anelli, promesse. E invece nemmeno era passato dalla stazione. Aspettava solo un vaccino contro quel piccolo dolore, l’avrebbe aspettato per tanto…
La scuola era ricominciata, lui continuava a lavorare ma sentiva qualcosa nell’aria. Non erano le sue scarpe, non erano nemmeno le sue ascelle. Aveva nostalgia, il Liceo gli mancava. Anche lui era istituzionalizzato, le ricordava “Le ali della libertà”. Lo ricordava bene, quel film gli trasmetteva ogni volta qualcosa. Il libraio che si suicida perché non riesce a vivere lontano dal carcere… Anche lui aveva odiato le mura del liceo, le aveva odiate per qualche mese, poi le sopportava, poi ci aveva fatto l’abitudine e ora gli mancavano. Là era qualcosa, era qualcosa anche al lavoro ma all’università? Bella gente, quella. Gli avevano appiccicato un numero di matricola e ora gli dicevano “arrangiati!”. Pensava ai suoi dicotomici furori, un piccolo romanzetto che gli era scivolato sulla tastiera. L’aveva visto nascere sul monitor, gli era piaciuto. Vedeva che anche quei tempi erano volati via, dov’erano i suoi compagni, tutte quelle promesse che s’erano fatte per la consegna del Diploma, quell’unità di cui tanto si vantavano? Non erano che cazzate che anno dopo anno appassiscono. Anche lui c’era inciampato, Calogero, Carlo, Dario, Astra…
Dov’erano i suoi “amici”, n’aveva cambiate di comitive, anche il tempo del branco era finito, forse per lui non era mai nemmeno incominciato. Gli stava sgocciolando un dubbio, uno di quelli capaci di metterti l’ansia per tutta la giornata. E se Gianluca avesse avuto ragione? Lui non si dannava in vaghe contorsioni mentali, rullava tarzanelli e stava incominciando ad essere conosciuto nel giro. Il sabato era occupatissimo, lo venivano a prendere per trovare il materiale. Stefano se ne sbatteva, ognuno era libero di distruggersi come voleva, le canne di Gianluca non erano tanto diverse da Stefania. S’erano già lasciati una volta, ci aveva sofferto come un pitone e c’era ricaduto. E stavolta era finita anche peggio. Tutti quelli che lo conoscevano l’avevano avvertito: “Ti farà soffrire…” “Te ne pentirai”. Lui non aveva mai sopportato quelli che passano al microscopio i tuoi cazzi e sono sempre dietro di te per sputarti consigli. L’esperienze te li fai tu da solo, senza doverle condividere con nessuno. Gli errori che fai sono solo tuoi e da solo ne devi uscire. Gianluca poteva continuare a cannarsi, forse lui aveva ragione, forse erano tutti gli altri ad avere torto. La norma è di molti, la stragrande maggioranza si cannava. In un mondo in cui tutti si cannavano, lui non lo faceva. Non era mica migliore degli altri, non era una specie di martire o un privilegiato, con il suo 100 e menzione si poteva solo asciugare il culo. Se c’era da sbagliare, sbagliava. Aveva solo un modo per uscire da quel contorto girotondo d’inutili pensieri, doveva scrivere della sua storia. Un bel distillato di gocce di vita, niente recriminazioni, nessun rancore o rimpianto. Sviluppare un’istantanea della loro storia… sapeva che titolo appiccicargli, gli piacevano le poesie di Kavafis…
_________________
Itaca
Itaca ti ha dato il bel viaggio
Senza di lei mai ti saresti messo
sulla strada: che altro ti aspetti ?


E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso.
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso
Già avrai capito ciò che Itaca vuole significare.
C. Kavafis



Stava per innamorarsi e lo sapeva.
Ulisse lo sapeva, la conferma l’aveva avuta dall’unico suo amico: il mare.
L’aveva portata a conoscere il mare e lei l’aveva bevuto nei suoi occhi azzurri, lui ascoltava la voce del mare, la voce della vita.


Non era bello, non c’erano soldi nelle sue tasche, solo la voglia di ascoltare.
La barba cresceva a zig zag sul suo volto cotto dal troppo sole. S’erano odiati, o pensavano di odiarsi, ora erano finiti lì, in silenzio ad osservare il mare.
Non le aveva mai chiesto di uscire, non l’aveva mai chiesto a nessuna ragazza. Domandava soltanto se qualcuna voleva pensare. Nessuna lo voleva, era facile non crearsi troppo problemi, molte vivevano d’illusioni. S’illudevano tutte d’essere “emancipate”, di saper vivere in società. La società non era per Ulisse. Non lo nascondeva, mischiarsi alla folla gli faceva venire uno strano prurito. Il nome che portava gli piaceva, quello sì. Suo padre glielo aveva regalato e lui l’adorava. L’eroe stanco di vent’anni di guerra era tornato a casa, qualche mese a stantuffare Penelope sul vecchio talamo d’ulivo e subito via, per seguire la sua scia. Qual nome gli stava a pennello. Andare sempre oltre, ma quali limiti? Sempre oltre.


-Chi sei?- le aveva chiesto solo questo, lei non gli avrebbe mai dato una risposta banale, lei no. Le altre forse, mai lei non poteva uscirsene con un nome e cognome o con un abusato giochetto pirandelliano, forse le altre ma lei no.
Lei non aveva risposto, era stata in silenzio e ricambiava il suo abbraccio. In silenzio sul parapetto del vecchio molo. Tra qualche mese il mondo, la vita, il mare li avrebbe divisi.
– La vita ci dividerà ma noi ci rincontreremo, ci rincontreremo. –


Il silenzio, le zanzare sotto il lampione, giallo nelle lampare dei vecchi marinai. Leggeva molto Ulisse, un libro dopo l’altro, senza sosta. Pensava molto, pensava da solo, pensava.
Incominciò a baciarle il collo, le sue labbra ne disegnavano i contorni, si soffermavano sui suoi occhi di mare.



     Lei doveva farlo. Doveva assolutamente trovare un’etichetta prestampata d’appic-cicare a quello strano rapporto.
Era assurdo. A Ulisse andava bene anche, per forza, così. La sua vita si svelava sotto il fuoco dei riflettori di un teatro dell’assurdo, era come una tragicom-media inedita di Samuel Beckett!
Le classificazioni le lasciava agli scribacchini occhialuti con il moccio al naso. Quello che provava per lei poteva essere pure inclassificabile ma c’era. Lo sentiva come sentiva i raggi del sole divorargli una pelle dopo l’altra. Stavano zitti, persi nel fumo di due camel light. Il cammello e le piramidi sullo sfondo celeste, il fumo provoca il cancro, vietata la vendita ai minori. Quelle perle di saggezza non avevano niente da dirgli, non oggi. S’accese due sigarette, una dopo l’altra con il suo zippo. Una era per lei.


Quel discorso l’aveva sfornato lei, l’era scivolato dal suo oceano sotto le palpebre. Così gocce di consonanti e vocali s’erano addensate in quell’ansia.
Cosa siamo? Io e te siamo qualcosa, lo so. Ma cosa?- Peggio di un incubo da pollo alle mandorle. Non erano sintomi da indigestione, lei le aveva sputato quel dubbio e lui non sapeva che dirle.
Sapeva solo quello che non le aveva mai chiesto.
Non le aveva mai chiesto il suo amore.
Non le aveva mai chiesto la sua amicizia.
Non le aveva mai chiesto esclusività di sentimenti.
Mai.


Folle Ulisse a voler tener testa a quella sirena. Doveva vivere libera, era come l’usignolo dell’imperatore, sarebbe appassita in gabbia.
La ruota del mondo li avrebbe fatti rincontrare. Si sentiva dentro le vene la poesia di Mallarmè.
Lui l’avrebbe rincontrata, lo sapeva. Lei felice con fulmini d’ironia sulle ciglia.


Non le aveva mai chiesto nulla. Non poteva sputarle addosso la sua amicizia. Non poteva accettarlo. Ulisse non poteva.
Si fissarono con le bocche piene di silenzio. Uno davanti all’altra come antichi cow boy. Ci stava bene la musica di Morricone su quello sfondo. Clint Eastwood e Ramòn.


Lei fu svelta, lui di più. 
La risposta l’aveva trovata, gliela aveva sospirata Alessandro Baricco piano piano.  
-Tu sei come il Virginian per Novecento. Io sono Novecento.
Sono salito e ora non riesco più a scendere. Forse mi scorderò di essere sopra una nave, guarderò il mare da questi oblò – le accarezzò gli occhi – e me lo dimenticherò. Forse un giorno vorrò scendere ma mi mancherà il coraggio… –


Ulisse s’era innamorato. Lo sapeva lui e lo sapeva anche il mare.
 
[Fine?]

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2 thoughts on “

  1. (Sono solo Glaucy) Dì la verità: ma a te, i commenti interessano? A proposito, mi sono disiscritta da Bombacarta. Ora sto cancellando un pò di ciarpame arretrato, così avrò un pò più di spazio in casella.

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