Raccolgo la gustosa provocazione di Teresa e mentre medito pubblico la seconda e la terza puntata di GOCCE DI VITA


20 giugno
12 ore all’alba


Nessuno studiava come Carlo, aveva una tecnica favolosa: se ne strafotteva di tutto e tutti. Per lui il tema era solo una stupida perdita di tempo, sei ore per macchiare due fogli bianchi con cose che non avrebbe mai detto né pensato. Stefano lo stimava, sapeva bene che Carlo poteva masticarsi facilmente lui, Stefania, Lorefia e pulirsi i denti con Dario. Era geniale ma aveva un difettaccio. Uno di quelli che ti si attaccano come zecche in calore. Dirgli pigro era un complimento, la sua lagnusia era inimmaginabile. Aveva passato quei cinque anni sempre a stiracchiarsi in quel suo banco troppo stretto, a scaccolarsi sulla maglietta di Biagio e a riempire l’aria di uno strano odorino. Scoreggiava in una maniera viscida, quei piritini che ti sembrano un sospiro e tu fai lo sbaglio di sottovalutarli. Ti fanno ridere, non li temi e loro s’appiccicano alle tue narici e tu cerchi sollievo in qualche cosa, ti annusi le ascelle, annusi le ascelle di Calogero, niente, ti senti la bocca piena del menù mal digerito di Carlo.
Lui continuava a svaporare come una vecchia locomotiva, Stefano era il più bersagliato. Continuava a maledirsi, era capitato proprio nell’epicentro del malefico ano. Dritto dritto dietro le chiappe di Carlo, senza possibilità di scampo. Poteva perfino separare con una solo annusata colazione, pranzo e cena. Ci azzeccava quasi sempre. Alcuni supponevano che ci avesse fatto il callo alle narici, il simpatico secchione la prendeva con filosofia e non poteva evitare di sganasciarsi all’arrivo della Von Giellula. Come da copione: lei poggia la sua borsa sulla cattedra, le sue chiappe gelatinose sulla sedia e subito le scorregge arrivano svolazzando felici tra i banchi. Schivano ostacoli su ostacoli, scalzano Biagio e Oreste e poi colpiscono il naso della prof., lei cerca di resistere, cerca riparo nei fazzoletti alla menta. Inutile, Carlo non s’arrende. È inevitabile: “Aprite la finestra c’è aria viziata!”. Rosario ci provava da tre anni, si ci applicava ma non aveva mai capito come i piriti di Carlo sceglievano proprio le ore della Von Giellula per scorazzare liberi e felici tra le pareti della classe, nessuno poteva togliergli dalla testa il sospetto che Carlo lo facesse apposta. Erano spensierati, stavano ore e ore nel cesso a sentire uno strano concerto fatto di rutti, piriti e pernacchie e su quella sinfonia celestiale sfumacchiavano le sigarette di Paride.


Quei giorni erano finiti, lo sapeva bene Carlo. Avrebbe dovuto studiare qualcosa ma bastava una solo scorreggia per mettergli addosso la malinconia. Praga e Vienna, quante n’avevano combinato! Una dopo l’altra. S’erano trovati all’aeroporto di Punta Raisi alle 4,30 di una strana mattinata d’Aprile. Con due uova al tegamino sotto le palpebre e la strana voglia omicida nei confronti di Pedro e della sua videocamera. Girava e girava metri e metri di nastro riempiendo il sonoro con i suoi interminabili e esilaranti commenti, ce n’erano per tutti. Stefano e i suoi capelli, Carlo e il suo problema al tubo di scappamento, Stefania e il suo naso aquilino, Manola, Dona, Miscela. Nessuno poteva scampare a Pedro Busetta. Ma nessuno era così bersagliato come Roby. Bastava una sola inquadratura caduta per sbaglio nelle sue vicinanze e subito Pedro inizia a vomitarne di cotte e di crude. Sembrava ispirato. Roby era una facile preda, da qualunque parte lo guardavi ti sgorgavano allusioni e insulti vari. Il cappello alla Sampei, la giacchetta di moda tra i gay eschimesi, la voce da marmitta attuppata. 
L’aereo s’era alzato in volo, s’era messo orizzontale e subito dopo era atterrato. Stefano soffriva come un animale, le orecchie ululanti e una voglia matta d’ammazzare la Montebianco e tutti i suoi inutili consigli.
 
Carlo aveva dato troppo lenza a pesce dei suoi ricordi, cercava di tirarlo a riva. Non ci riusciva, più tirava e più il pesce svicolava tra le stradine della vecchia Europa, era arrivato all’aeroporto di Vienna…
E via verso i bagagli con Roby in testa e i milicioti alla fine del lungo e confuso corteo. Avevano volato per una sola ora ed erano finiti in un altro mondo, tutto pulito e ordinato, dove non si sentiva nemmeno un urlo di protesta, questa è civiltà! diceva il padre di Ores mentre allegramente comprava 10 cartoline e ne spediva 35, le altre 25 le otteneva con la sua filosofia di vita: Fotti e non farti fottere. Aveva le tasche dilatate dai ricordini che misteriosamente sparivano dalle mensole dei negozi, e pure se ne vantava! Narrava le sue ignobili gesta e ridacchiava abbordando ragazze da passare al figlioletto. Stefano era sconvolto e disgustato, fumava per non pensare al Signor Scannapane, in fondo era in viaggio d’istruzione. Si stava proprio istruendo, stava capendo quanti accattoni si nascondono dietro la maschera della rispettabilità.


S’erano creati due partiti, chi doveva telefonare e chi doveva cambiare l’acqua all’uccello o alla passera. Stefano e Paride non appartenevano a nessuno dei due, loro erano gli esploratori. Avevano trovato le valige, una dopo l’altra passavano e ripassavano indisturbate sul tapì rulà. Non c’era nessuno alla sala d’aspetto, nemmeno un piccolo ladruncolo, c’era soltanto il signor Scannapane intento a studiare le cosce dell’impiegata del change.
A quanto la danno la corona?   La corona, la corona…


S’era addormentato vestito, l’orologio segnava le 7,55. Non aveva studiato nulla e alle 8,15 iniziavano gli esami…


21 giugno
“Tema non ti temo!”



 Arrivavano uno dopo l’altro con gli occhi ancora inzuppati di sonno. Arrivavano e si sedevano nella loro vecchia panchina sotto i portici di Don Gino, su quella panchina trascorrevano tutte le ricreazioni, ci avrebbero trascorso pure l’alba degli esami. Facevano colazione masticando cornetti e rabbia e bevendo caffè al rancore. Avrebbero potuto studiare di più, preparare meglio le cartucciere, pregare con più fede in chiesa. Avrebbero potuto fare tante cose i ragazzi della V^ E. Solo Lorefia non aveva niente da rimproverarsi, sgobbava da tre settimane sui libri e sulle fisarmoniche che aveva saccheggiato nelle varie bancarelle. Il sonno non sapeva più che fosse, non dormiva da tanto.
C’era un bel miscuglio su quella panchina, Stefania scacciava tutti quelli che la salutavano, Stefano fischiettava e stonava Max Gazzè, Carlo sbadigliava e scoreggiava, Calogero non riusciva a staccare le labbra dalla ventosa che Stella aveva sotto il naso. Gli altri sfumacchiavano Marlboro light e sfottevano Roby. Tutti facevano lo stesso gesto meccanico a intervalli regolari, taliavano e ritaliavano l’orologio trattenendo l’alitosi mattutina.


Alle 7.59 di quel 21 giugno il corteo s’avviò verso l’ingresso del liceo, un piede alla volta dietro un’invisibile bara. Il solito deja-vù abbracciò i sopravvissuti, gli capitava ogni volta che s’avvicinavano al portone d’ingresso, forse erano solo lontane eco della membrana infernale. Poteva anche essere semplice paura…
Il presidente della commissione sembrava la versione omosessuale di Michael Douglas in “UN GIORNO D’ORDINARIA FOLLIA”, dietro una montatura dorata aveva due occhietti tipici di quei babbasoni innocui che poi t’inculano senza chiederti niente, con violenza e senza vaselina. Si doveva stare attenti solo a lui e a quella di scienze, una racchia repressa con il buco del culo sigillato tra le mutandine. Gli altri due erano abbastanza simpatici, si vedeva che erano pronti a sbranarti alla minima impreparazione ma almeno erano due belle facce. Quello di filosofia aveva una bella barba brizzolata sotto due occhi azzurri come l’oceano.
Quella di matematica monopolizzò tutte le erezioni, era una cavalluccia niente male che aveva messo a Carlo tanta voglia di studiare la sua materia.


E ora s’entrava, già da fuori si vedevano i banchi sparpagliati per il corridoio a casaccio, uno a destra e uno a sinistra. Il presidente zigzagava stringendo l’elenco delle due classi della sua commissione. Lo stringeva con le sue mani sudaticce e intanto osservava proprio Stefano, quel bestione con i capelli, la maglietta e i jeans neri. Tutto in coordinato, c’avrebbe pensato lui ad annerirgli il culo. Come si chiamava? Stefano Re, in quel corridoio l’unico re era lui. Aveva anche letto di sfuggita la sua pagella, quella sottospecie d’armadio a quattro ante aveva una media di tutto rispetto, con un bel 10 in italiano. Più lo rimirava da lontano e più non capiva. Perché la Montebianco gli aveva fatto una testa così a vantarlo? Sembrava uno di quei dannati scapigliati della nuova leva intellettuale che si sentono sulle spalle il grave compito di cambiare la società, bubbole! Portava i capelli a mezzo collo, gli occhiali da sole sciddicati sul naso e ridacchiava caoticamente. Lo doveva tenere sotto controllo, poteva dargli delle grane, se lo poteva permettere con la sua pagella e con il feeling che aveva con la Montebianco. Non lo poteva sapere, ma il presidente Calvaruso stava pensando gli stessi pensieri di Lorefia.


Avanzavano compatti i ragazzi di Laurentius, erano cresciuti ma erano sempre i suoi ragazzi. S’infilarono in ordine alfabetico guidati dal presidente. Carlo era tranquillo, solo lui e Stefano non s’erano fatti prendere la mano dalla tensione che si respirava in quel corridoio. Qualcuno canticchiava, molti pregavano. Stavano aspettando la busta con le otto tracce del Ministero. Stefano era indeciso tra l’analisi testuale e l’articolo, se la cavava benissimo con tutte e due. La Repubblica aveva pronosticato che Saba sarebbe uscito dalla busta a sorpresa, ci azzeccò. 
Il tempo passava e ancora le buste non arrivavano, il Presidente aveva fatto dei piccoli tocchetti di foglio, ci aveva macchiato sopra le lettere dell’alfabeto e ora le shakerava davanti le pupille dilatate di Paride. Uno strano scherzo del destino: un altro Paride era chiamato a fare un’ardua scelta, stavolta non c’erano mele d’oro. Il vecchio Paride Senzangelo si sarebbe guadagnato solo l’eterno odio del primo sorteggiato.
 -Agitali bene! Mi raccomando…- la voce dell’arruso con gli occhialini gli solleticava le trombe d’Eustachio. Aveva scelto, era uscito il corso E e la G.
 -Garbo sarà il primo!- esclamò entusiasta la loro prof. d’inglese. Carlo la odiò, s’agitava scosso da una strana vibrazione, s’aspettava altre tre settimane per studiare e invece la sua testa sarebbe stata mozzata tra cinque giorni. Solo cinque giorni per recuperare quello che non aveva nemmeno letto! Forse s’era cagato addosso, avrebbe controllato più tardi, ora avrebbe volentieri stritolato Paride.


La busta fu aperta dalla scienziata repressa, ne uscirono una dozzina di fogli, numerati, intestati e con altrettanti codici a barre. Tutto divenne nero nella testa di Carlo, la tranquillità gl’era caduta assieme alle palle.
Lo scheletrino urlante di Munch faceva capolino dal suo ponte, un bel temuccio quello del male di vivere. L’avevano macinato spesso, magari troppo spesso. Tutte le tracce erano abbordabili. Iniziarono a scrivere alle 9 e 17.


Alle 10 e 13 Stefano aveva già finito. Manola aveva acchiappato l’analisi testuale e sembrava stranamente ispirata. Stefania incideva il foglio con chilometri d’inchiostro e Carlo cercava nell’aria qualcosa da scrivere. Le cartucce uscirono una dopo l’altra mentre Stefano stonava Blowing in the wind per la trentaduesima volta. Molti occhi fecero finta di non vedere, tranne i due occhietti d’un inquietante verde rame del presidente. Acchiappò una sedia e si andò ad assittare proprio davanti a Paride…


Alle 13 e 30 il corridoio iniziò a spopolarsi, uscivano uno dopo l’altro come piccole caccole dalle narici del Liceo, uscivano massaggiandosi i polsi doloranti a forza di scopiazzare senza criterio dalle microscopiche fotocopie che gonfiavano le varie magliettine.
Stefano leggeva e rileggeva da quattro ore il suo capolavoro, ogni tanto alzava gli occhi dal foglio e guardava Stefania, era proprio dietro di lei. Guardava anche Dario. Era bastato fissare per un solo istante il suo vecchio amico per ritornare a quella strana mattinata a Praga.


…l’ultima notte all’hotel Slavia, l’ultima notte a Praga. Stefano, Biagio, Carlo e i milicioti erano andati con la Montebianco a passeggiare sul ponte Carlo. Lì, sorvegliata da statue di santi e eroi c’era la più grande discoteca del centro Europa: Karlovy Lazne.
Ballavano i ragazzi della V^ E, ballavano di tutto e gli esami sembravano così lontani… Gli altri erano gasati ma Dario era impazzito. Pedro gli aveva fatto bere un Erectus, una micidiale bevanda energetica. Dario non beveva, non fumava, non rullava. Quella bevanda arrivò dritta al cervello danneggiando irreparabilmente lo sventurato. Non sarebbe stato più il vecchio Dario, non sarebbe più riuscito a scrivere un tema decente. Tutto merito di Pedro. Calogero non stava ancora con Stella, Stella aveva ancora Dario nel cuore. Avevano ballato sino all’alba, la Montebianco era semisvenuta in un tavolino del disco pub, s’era tolta le scarpe e ascoltava a fatica le sconnesse elucubrazioni di Stefano. Aveva bisogno d’una ragazza, chiaro e lampante, solo una donna poteva aggiustarlo a dovere. Forse Stefania era quella adatta.


Quattro taxi li avevano riportati all’albergo, Stefano aveva solo voglia di staccarsi dagli occhi le lentine e fare un fosso nel letto. S’era dimenticato della festazza che aveva organizzato proprio nella sua stanza. Rum a tignitè, marlboro al mentolo e abbordaggio libero. Mancavano soltanto Luis e la sua sbanda di scuncumiddati, la spaccatura continuava ad esserci nonostante i “rapporti interpersonali all’interno della classe” restassero un costante punto all’O.d.G. di ogni dannata assemblea di classe.
Stefano aveva invitato perfino i vicini di stanza, due artisti spagnoli. Le lesbiche belghe erano partite la sera prima lasciando orfano il cazzo di Paride.
Calavano forte i ragazzi di Laurentius, Stella li aveva sfidati e ora delirava invocando Dario. Era una scena strappalacrime, la rossa ubriaca che continuava a vomitarsi addosso e tra un conato e l’altro continuava la sua litania. Dario ti amo, ti amo, l’ho fatto solo per farti ingelosire…
Dario le stringeva dolcemente la mano, si vedeva che piangeva dentro. Ci volevano due palle così per accettare quella situazione. Stella di giorno stava appiccicata a Calogero, ogni volta che spariva si sapeva bene dov’era e ora chiamava solo Dario. L’amava ancora, s’amavano ancora ma erano forse troppo diversi. Troppo.


Quello non era stato un bell’anno per Dario, si vedeva che ci soffriva ancora, lo capivi da come inclinava la bic, da come sfogliava il dizionario alla ricerca delle doppie che sbagliava ogni volta.
Anche Stefano n’aveva viste di cose, aveva sfiorato l’abisso tante volte e sempre era riuscito a risollevarsi. L’incubo nella piramide era una bazzecola, la vita s’era rivelata molto più faticosa. Non bastava sapere rispondere alle domande giuste, non bastava saper riempire le colonne di un tema.  

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