IL VUOTO


Si svegliò con la radiosveglia che urlava a pochi centimetri dalla sua testa. Doveva al più presto svuotare la vescica, non riusciva a connettersi con il mondo se non passava una buona mezz’oretta in bagno. In testa i pensieri cercavano di mettersi a fuoco, con scarsi risultati entrò in bagno e svuotò quello che doveva essere svuotato.


Carlo si guardò dritto nello specchio e non vide nulla, il vuoto alla fine l’aveva inghiottito. Scappò via, lontano, col cuore che gli sarebbe schizzato via tra qualche secondo e con gli occhi viscidi del ricordo di quello che non era riuscito a vedere. Si ricordava pochi spicchi della serata prima, aveva bevuto solo una tequila e fatto quattro tiri a uno spinello. Niente d’eccezionale, niente che avrebbe potuto spiegare quello che gli stava accadendo. Da un po’ di tempo vegetava, si riempiva la bocca dicendo che il vuoto era dovunque e ora lui era nel vuoto. Lui era il vuoto! Non aveva fame, pensava che il latte gli sarebbe sgorgato fuori da quello stomaco fantasma che si ritrovava. Come quando sparano a un cartone mentre beve e gli schizza fuori il whiskey invece di qualche budello. Stava divagando, non poteva permetterselo. I suoi genitori erano già al lavoro, sua sorella all’università e lui si trovava solo come non lo era stato mai.
  
Indossò un paio di jeans e anche quello entrò nel suo nulla, aveva visto il film sull’uomo invisibile.   Lì il protagonista riusciva ad imbacuccarsi sino alla fronte e i vestiti sembravano camminare su un manichino trasparente. Qualcosa non quadrava, si precipitò sulle scale e fuori Bagheria era ancora lì con l’asfalto sfigurato a colpi di pala meccanica per far passare il metano.
 I suoi polmoni respiravano ancora ma la voce che aveva sentito quando aveva cacciato un urlo davanti lo specchio non gli apparteneva. Sembrava un’eco portata dal vento insieme a qualche sperduto soffione. Correva ancora, aveva evitato di prendere la macchina, aveva riflettuto sulla possibilità che, guidandola, anche la Renò 4 poteva volatilizzarsi come i suoi levi’s. Suo padre non avrebbe gradito molto. Non sapeva dove andare a sbattere la testa, una risata gli s’arrampicò su per la gola. A ogni testata avrebbe visto scomparire pezzi di muro e bernoccoli immaginari sarebbero spuntati sorridenti sulla sua testa. Qualcosa doveva pur essere successa in quella notte, polluzioni non ne aveva avute e nemmeno incubi da indigestione. La causa di tutto era altrove, incominciò a considerare la faccenda da diverse angolazioni. Scartò dopo due minuti l’ipotesi di qualche catastrofe nucleare, non aveva partecipato a nessun esperimento ipnotico e non s’era fatto ibernare. Bagheria era ancora la Bagheria che conosceva e la gente non portava scafandri antigravita-zionali o altre cazzate scaccolate fuori da Futurama. Le vetrine non gli rimandavano nessun riflesso ma almeno l’aria se la sentiva addosso insieme al vecchio smog.


Stava pensando ai vantaggi della sua nuova condizione: cinema a sbafo, visitine negli spogliatoi femminili della palestra e tante altre belle cosucce quando andò a sbattere contro un tir che saliva da via Città di Palermo.
L’impatto fu terribile, per un breve istante Carlo pensò che anche il Tir sarebbe entrato dentro il tunnel del suo vuoto, riuscì solo a pensarlo mentre il suo cranio spappolato ricominciò a prendere consistenza e colore.  Carlo sentiva il sangue che gli sporcava i jeans e lo vide prendere densità piano piano, passando da un rosa smunto a un bel rosso porporino.


Il suo corpo riapparve, vide di nuovo la sua vecchia faccia sulla cromatura del faro che l’aveva sventrato, la vide e morì felice: era riuscito a sconfiggere il vuoto.


Il vuoto si ritirò su sé stesso, s’appallottolò e scivolò verso Via Dante. Un cane l’odorò e fuggì via; sbatté contro una panchina e lì si mise ad aspettare. Aspettava senza fretta la sua prossima vittima, lì, in agguato.  

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