La pozzanghera


     
Il vestito di velluto l’aveva ritirato alla lavanderia sotto il gigantesco pinguino che quattro tiranti di acciaio tenevano attaccato al marciapiede. Pagò sei euro e con la busta sottobraccio s’incamminò verso casa. Infilò la chiave nella toppa, salì le scale spogliandosi gradino dopo gradino e, arrivato in bagno, si fece una doccia con due strofinate abbondanti di felce azzurra e due shampate con l’antiforfora della fructis e tutti i suoi acidi di frutta. Quello doveva essere un giorno da ricordare.
Si spazzolò i capelli e il risultato non lo lasciò soddisfatto chiamò la sorella e se li fece acconciare da lei che si muoveva bene con spume, phon e noci di gel. Lo specchio gli mandava la sua solita faccia da minchione, tra la barbetta che si ostinava a non rasare c’era pure quell’accenno di sorriso che conservava solo per le grandi occasioni. Si lavò la barba e ci ripensò e lesto spacchettò il mach 3 che la madre gli aveva regalato a Natale. Le tre lame gli lasciarono sulla faccia solo due basette regolamentari, appena due centimetri sotto i lobi, secondo il diktat del pater familias. Completò l’operazioni tagliuzzandosi in dodici punti asimmetrici e ululò un urlo insonorizzato dopo il dopobarba Axe africa, che faceva pendant con il deodorante per i cespugli sub ascellari.
Una dopo l’altra le lentine sgocciolate e spizzicate gli s’appiccicarono sulle pupille, dopo solo dodici tentativi che comunque restavano sotto la media.
Sul display della radiosveglia danzavano le 17,35: mancavano 4 ore.
Aveva quattro ore, 240 minuti prima di prendere l’autostrada e ricordarsi al bar di via oreto di prendere la prima a destra, subito la prima a sinistra e poi di nuovo a destra. Per non sudare si tolse la giacca e la rimise nella gruccia in simil-acciaio che tutte le lavanderie poi vogliono restituita, manco fosse d’oro zecchino quelle duecentocinquanta lire di ferro filato piegato.
Si accucciò sul divano bianco e allungando la mano programmò la ripetizione continua su CARA VALENTINA di Max Gazzè. Quella song l’adorava, era abbastanza piena di significato e d’ironia. Era la dodicesima volta che la risentiva e arrivò proprio sul ritornello il suono metallico del primo e unico SMS della giornata.
Lei non poteva uscire e aveva usato tutt’e 160 caratteri per specificare che lui non doveva insistere. La ragazza con gli occhi color canguro non sarebbe salita sulla sua R4 quella sera. Lui non ci pensò poi tanto e si tolse le lentine, poi liberò il ciuffo dalla gabbia delle microfibre della cera ai frutti e s’impigiamò. La grande serata era solo rinviata e, con un sorriso storto e incerto, scivolò la testa sui cuscini del divano e aspettò il sonno con Max Gazzè e tutte le sue saggezze.
L’aveva conosciuta per caso, come spesso capita. Era l’amica di un suo amico e, per quella tiritera di transitività, era anche sua amica, che poi mica che l’aveva mai capita quella cosa lì che gli amici dei suoi amici dovevano necessariamente essere pure suoi amici ma non era poi un dilemma da rompercisi la testa più di così, c’erano questioni più importanti, o almeno ci dovevano pur essere problemi che meritavano d’essere chiamati tali. Quella serata lì era sgocciolata fiacca a vedersi chiudere la porta dai bicipiti palestrati dei vari buttafuori tipici della fauna pub-palermitana, quello sì che era  un problema, sul serio: non puoi entrare al disco pub se la tua comitiva non contiene una perfetta simmetria di fanciulle e boys, cioè, tu, in teoria, se sei già felicemnete accoppiato, che cavolo ci vai fare al disco-pub? Tu, sempre per via teorica, vai al pub per trovare la donna della tua vita, se già te la porti da casa, che senso ha uscire il sabato per fare due ore di fila al botteghino?
La serata fiacca s’era spenta a Piazza Castelnuovo con la ragazza con gli occhi color canguro che teneva una conferenza alle luci incastonate sul marciapiede. Stava lì, al centro della piazza, ad ululare alla luna e alle lucine che tutti, e precisava tutti, gli uomini erano privi, totalmente privi di fantasia e della più elementare forma d’iniziativa. Lui l’ascoltava, con la sua faccia da minchione incorniciata da due basette che partivano dalle orecchie e arrivavano giù sino al sotto-mento. Le ragazze gli dicevano che era carino e nel dirlo usavano tutte le possibili sfumature sinonimiche, tanto, carino era e carino restava, lontano dodicimila anni luce dalla bellezza machesca ideale con le chiappe dure come cocchi al molibdeno e con tutte le fossette al posto giusto. Il complesso d’inferiorità gliel’avevano trasmesso tutti i cartoni animati che aveva subito nei suoi primi vent’anni, a vedere gli addominali di He-man, dell’uomo tigre e di superman e poi alzare la maglietta per operare un rapidissimo confronto era vistosamente chiaro che lui era un caso irrecuperabile, poteva passare la vita in palestra ma quei quadrettini sulla pancia non sarebbero mai arrivati. E lui, stoicamente, lo accettava. Ma non s’era mai sentito dire che a lui mancava fantasia e iniziativa, mai. S’accesero due sigarette con il resto della comitiva che già sonnecchiava sui sedili della seicento metallizzata e continuarono quell’inutile discussione sino alle 4, lui cozzava sempre e comunque contro i solidi argomenti che lei tirava su per supportare il nocciolo della sua teoria.
 L’ esseemmeesse era lapidario: lui non doveva insistere e non lo fece. Era sul divano bianco, già con la testa e giù sino al bacino infilato nel lenzuolo del sonno, ma con i piedi in bilico tra il Mondo terracqueo e la terra dei sogni si mise a ripensare a quella notte in treno.
Gli altri dormivano dopo il concerto. Solo loro due erano usciti fuori dalla puzza della cuccetta, erano fuori a prendere un po’ di ossigeno fresco per dimenticare l’aroma ortopedico quando il treno s’era fermato in quella stazione. Manco si leggeva il nome dello sperduto paesino in cui erano bloccati e il treno dondolava sui binari a ogni alitata della bufera. Il vento cresceva d’intensità e tutti i lampioni si piegavano tenendosi stretta la loro lampadina da 400 watt. La bufera aveva la meglio su tutto ma non riusciva a spazzare via una piccola pozzanghera. Lei la guardava, entusiasta, e lui guardava lei.
“Guardala, è solo una piccola pozzanghera che fa sfoggio di sé sotto la luce gialla del lampione…è troppo bella, guardala: lotta contro qualcosa di più grande, vuole essere lei a decidere la sua esistenza”, poi il treno era ripartito riportandoli a Palermo con i loro rullini da sviluppare in rettangoli lucidi di ricordi.
Quella notte l’avevano vissuta assieme, con quella bella, piccola e tenace pozzanghera che presto sarebbe diventata un bellissimo ricordo.
S’erano rivisti tra le sigarette e i corridoi della facoltà mentre lui aspettava le ultime gocce di caffè, imbambolato sul display della macchinetta. Lei era bella, lui la vedeva bellissima nella sua giacca di pelle rossa che le cigolava strusciandosi sui gomiti.
 
Era solo rinviata quella serata, lo sapeva. E nessuno gli avrebbe mai tolto quella notte in treno, l’aveva divisa solo con lei: la piccola pozzanghera li avrebbe uniti, per sempre.

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