Il meta-bomber che sguazza felice dentro me


“Il tratto fondamentale del pensiero non può essere l’interrogare, ma deve essere l’ascolto della parola proveniente da ciò cui ogni interrogare si volge nell’atto che pone la domanda sull’essenza”


M. Heidegger, da “In cammino verso il linguaggio”, edizione Mursia, pag. 139



Dopo aver sognato che Umberto Eco galoppava in sella ad un ornitorinco d’oro, sono saltato tra le gobbe del mio cammello con l’orchite e ho capito l’ovvio: sono diventato un meta-bomber. Mi spiego: dopo due anni, cinque mesi e 23 giorni di bomba-dipendenza, da qualche mail, oltre a sganciare racconti, interviste(im)possibili, experimentazioni in versi e dicotomici (non eroici, non vivi, non astratti) furori, ho incominciato a interrogarmi su che cosa significhi realmente essere un bomber. Ho accettato questa ETICHETTA e non so se saprei farne a meno, è un accidente che serve alla mia essenza di macchiafogli. Ed arriva il primo momento topico da ritagliare e conservare in un ipotetico palazzo della memoria (cfr. Agostino, Le Confessioni, libro X, capitolo VIII e ss.): Antonio Spadaro in primo piano, sullo sfondo ci sono le cancellate bianche dell’Istituto Massimo. Antonio è lì, con gli alluci nelle sue Clarks e gli occhi dietro le lenti tonde dei suoi occhiali. C’è lui e pure il suo importante naso. Ecco: lo vedo, l’ho davanti anche ora, sfavillante nel ricordo. Ripenso ad una bella frase di Emilio Garroni (docente di Estetica alla Sapienza): “per noi il guardare è anche e innanzi tutto un rendersi conto di guardare”. Mi rendo conto, sono consapevole che l’immagine di Antonio è così vivida perché io e i miei occhi e tutto il resto eravamo lì. C’ero perché 992 km di curve dopo, il torpedone blu della Segesta mi aveva finalmente portato a Roma. C’ero perché esiste BC e più semplicemente perché il mio essere bomber mi obbligava piacevolmente ad esser-CI. Dovevo esser-CI e rispondere alla domanda di Antonio, lui candidamente chiede: “dove ti abbiamo trovato?”, i mie neuroni s’addensano, zampettano frementi, vogliono rispondere con stilettate ironico-saturniste: “sotto un cavolo cappuccio, in un cassonetto, all’ombra dell’ultimo sole, nei sogni di ferro del saturnista che voleva essere un aggettivo, dentro un fico d’india. Rispondo: “Sono io che ho trovato voi”. Ed è vero. E allora mi interrogo e continuerò ad interrogarmi: che cosa significa essere un bomber? Che sguardo-attraverso mi regala BC? A che cosa “serve” essere un bomber? Diventato un meta-bomber inizio il mio cammino e con-divido con voi il mio
sguardo-attraverso (cfr. Wittgenstein, Ricerche Filosofiche § 90) e abiterò le parole, la lingua e questa grande lista-p(i)azza con maggiore CONSAPEVOLEZZA. Perché dopo un lungo viaggio avrò capito ciò che BombaCarta vuole significare, è una tensione costante, una filo-filo-filo-filo-filo(filate quanto volete)-sofia. Forse “non ho saputo diventare niente, né cattivo né buono, né furfante né onesto, né eroe né insetto” ma una cosa la so: sono un bomber. Sono un bomber che sogna Umberto Eco su un ornitorinco d’oro.


P.S. Umberto Eco mi ha regalato una bella frase, la lascio qui a sgocciolare su voi e sui vostri monitor: “Noi non parliamo i linguaggi, sono i linguaggi che ci parlano”.


P.P.S. la attualizzo (in senso nettamente aristotelico) “pintacudizzandola” nell’anno delle Storie: Noi non ci raccontiamo storie, sono le (nostre) storie che ci raccontano.


P.P.P.S. Saluti a Dostoevskij e a Kavafis che mi hanno aiutato a scrivere questa cosa qui.

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2 thoughts on “

  1. perchè hai questo ardore nei confronti di antonio spadaro? perchè questo sfrenato amore? perchè se tu sei tonino pintacuda, che secondo me non dovresti rifarti a nessuno e essere solo te e te stesso. che è già sufficente.

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