il blues dell’incompatibilità epidermica

Tutte l’estati le passo lì, sotto i lampioni della rotonda. Metto sull’asfalto il cappello e lascio parlare il sax. Non ho voglia di suonare, ora. Però mi va di raccontarvi una storia. L’ho sentita da un uomo che beveva tequila e lacrime sotto la macchina fulmina insetti del bar sport che hanno tirato su sul lungomare. Sicuro che appena inizia la stagione quelli della Guardia Costiera fanno venire le ruspe per sgrattarlo via dalla spiaggia. E così mandano in rovina il vecchio Liborio e io posso pure dire addio alle due birre Moretti che mi regala ogni sera prima di tirar giù la saracinesca.

L’uomo della mia storia stava sotto la macchinetta fulmina-insetti col naso sporco di moccio e disperazione. Dal juke-box John Lennon si lamentava nella sua versione di Stand by me. Ho visto un sacco di coppiette sbaciucchiarsi su quel disco. Sempre quella canzone. Tante di quelle volte che il solco del 45 giri s’è consumato e ormai dalle case arrivano solo spezzoni traballanti di note impastate male. L’uomo aveva in faccia una barbetta incolta e rossiccia e un neo sotto il mento. Sembrava lo stadio alla fine della partita, quando le due squadre hanno finito d’inseguire la palla e vengono quelli della pulizia per tirar via lattine e zolle fuori posto. Si vedeva chiaro che si teneva stretto ai ricordi per non rimanere solo. Io avevo racimolato abbastanza mille lire per portare qualche girl in discoteca, mai andato a puttane, io. Che poi si prendono AIDS, sifilide e altri dolci bacilli che ti scrostano la vita col viakal. Le donne le ubriaco di parole e musica, io. Ma se non hai qualche deca per portarle in un disco-pub le ragazze ti guardano con disprezzo dall’alto dei loro tacchi, come se tu fossi un foruncolo di pus giallo da spremere via dal mento.

Io stavo lì, con i polmoni stanchi e l’anima buia, più buia del buco del culo di un gorilla. Stavo lì e mi vedo quel tipo, con una faccia che poteva fare lo spot per articoli da suicidio. Lo guardo e in lui vedo un intero disco di blues. Il blues mi piace. M’avvicino strisciando sulla sabbia, tra i tavolini che Liborio ha messo sotto la tettoia. Gli dico che è proprio uno schifo bere da soli. Lui apre gli occhi, mi guarda e non dice niente. Prendo una sedia e mi siedo di fronte a lui. Chiamo Liborio e gli ordino due sambuche belle ghiacciate. L’uomo mette mano al portafoglio e insiste per pagare. Non sono uno di quelli che vuole offrire a tutti i costi, mi piace pagarmi da me quello che mi trinco. Non riesco a farlo desistere e mi dispiace. A quel disco di blues gliel’avrei offerto volentieri il primo giro.
Stava proprio male. Per una donna.
Mi chiede se voglio sentire una storia e io faccio di sì con un sopracciglio.
Sino a quattro giorni prima stava con una donna, una di quelle che ti viene il torcicollo quando passano per strada. Lui l’aveva conosciuta per strada. Una mattina s’era messo a piovere appena era sceso dal treno. Aspettava che spioveva sotto la pensilina liberty della stazione di Palermo. Lei era passata di lì e l’aveva visto con le scarpe già inzuppate. L’angelo aveva il più bel paio di occhi e di gambe che lui aveva mai visto (dalla scintilla che gli aveva illuminato il volto capii che anche il resto era di  prima scelta…) e gli offrì un pezzo del suo ombrello, quella visione era venuto a salvarlo da una sicura influenza e tra tutti aveva scelto proprio lui! Lui aveva accettato con un sorriso sulle labbra e inni di lode a Dio in testa. Era stracotto prima ancora di sapere che lei si chiamava Lisa.

Per due anni erano stati assieme. Ma lei non gli aveva voluto regalare la sua verginità. Stavano bene assieme, ad aspettare le mattinate abbracciati sotto il portone di casa. Andavano pure a dormire assieme. E quando disse "dormire", lo disse con la voce più cupa che riuscite a immaginarvi. Dormivano abbracciati e basta. Solo baci: il loro rapporto era caduto in uno stallo ormonale e lui era stato scagliato nel limbo dell’astinenza forzata. E gli bruciava, eccome se gli bruciava. E la pelle liscia e calda e gli occhi verdazzurri  di Lisa erano il più dolce e letale combustibile per quel fuoco. Pensava che prima o poi avrebbero superato insieme quello scoglio. Ci voleva solo pazienza e bastava autolisciarsi il piffero per evitare il dolore sordo alle estremità sferiche. Continuò a lungo a  flaggelarsi restandole accanto e riempiendola di rose a gambo lungo. Le leggeva i carmi infuocati di Catullo e lui, con la sua laurea in filosofia che ancora puzzava d’inchiostro, accettava pure quegli assurdi riferimenti al profilo platonico e "incomprensibile agli altri" del loro amore. Proprio lui che s’era laureato con un tesi sulla Teoria delle Idee di Platone doveva digerire a forza quelle definizioni che lei s’affannava a appiccicare a quella dolcissima tortura. Platone che aveva scritto pagine bellissime e sensuali nel suo Simposio, con tutti i commensali che rendevano tributo a Eros, figlio di Mancanza e Bisogno! Proprio Platone che aveva definito i filosofi i migliori amanti spiegando l’etimologia di filo-sofia: tensione divampante e costantemente inappagata per la sophia, per il sapere. E un gradino più giù all’amore per il sapere, l’amore terreno, l’amore fisico, completo. Inghiottiva quel "platonico" che lei s’ostinava a usare con leggerezza e continuava, stoicamente, quel rapporto.

Un giorno era finito tutto, la loro storia s’era disciolta all’uscita di un concerto al Massimo. E lui l’aveva accettato, senza grida e recriminazioni. Lisa aveva detto che amava tutto di lui ma c’era un’incompatibilità epidermica, disse proprio così "incompatibilità epidermica".
Io cominciai a capirci qualcosa, l’avevo ascoltato zitto, annuendo ogni tanto alle disgrazie di quel povero cristo. Non avevo manco bevuto un sorso della sambuca di Liborio. Su l’ultima frase la tracannai senza pensarci e sapevo già. "Incompatibilità epidermica" è una delle mie frasi preferite, la snocciolo alle ragazze già accoppiate che riesco ad agganciare. Dico loro di dire al loro NON-ANCORA-EX quelle due paroline, so bene che spiazza qualsiasi macho-man. Perfino peggio del sorpassato "restiamo amici".

Il mio sax aveva ascoltato tutto, era stato buono, attaccato alla cinghia che porto sempre al collo. Lo tenevo lì, lucido ottone bombato a aspettare di sparare i suoi blues. Era lì, ero sicuro di averlo agganciato bene. Lo vidi, lucido al riflesso viola della macchinetta fulmina-insetti. Ci fu uno zap che mandò al creatore una sbadata zanzara e poi il mio sax stretto nelle mani dell’uomo. Lo calò, una volta e ancora una. Lo calò sulle mie dita che stringevano il bicchiere vuoto.

***

Mi ha spappolato le dita. Un disco di blues mi ha spappolato le dita. I medici prima mi hanno estratto tutte le schegge di vetro e poi me l’hanno ingessate e steccate per bene. Forse potrò suonare di nuovo. Me l’ha detto l’infermiera più carina del reparto. Mi piacciono le sue forme intrappolate nel camice, se riesco a portarmela a casa le dico di tenerselo, solo quello e nient’altro.

"Come? Sei già fidanzata? Prova con INCOMPATIBILITÀ EPIDERMICA, funziona sempre!". 

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2 thoughts on “il blues dell’incompatibilità epidermica

  1. Bravo. Penso però una cosa. La tua scrittura è per quanto bella ancora imbrigliata in una sottilissima e quasi impercettibile ragnatela di cervellotismo, di studio, di esperimentalità (?). O almeno è solo una mia misera impressione. Ma da quello che ho letto di tuo (non tutto perchè dopo un po' che leggo da monitor sbarello) ho la senzazione che ai tuoi lavori manchi qualcosa. O forse c'è troppo. Manca forse un po di aver vissuto, e c'è troppo barocco, arzigogolo, voglia di stupire e di stupirti. Qualcosina qua e là andrebbe un pochino sgrezzato, qualcosa alleggerito. Basterebbe forse un soffio, un soffio di leggerezza e la tua scrittura potrebbe cominciare a vivere. Non prenderla come una critica, però, ma più come un coniglio, come un mio sentimento di fronte al tuo scrivere che fai con tanto impeto. E per questo ti ammiro. Ciao.

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