Di traverso. Un incubo nella Contea degli Orologi (anticipazione sul feuilleton pubblicato su www.bombasicilia.net)


È vuota, c’è solo polvere sul fondo, la tira via con le dita e poi sul fondo una sciabolata del faro disegna il volto di sua madre. Sua madre che abbraccia un broccolo. Come in una vecchia polaroid sbiadita sulla faccia del frigorifero siemens.
 – Stare qui
Ha il sapore dell’eternità
Dopo aver amato te…
Io ti guardo mentre dormi accanto a me.
Non ti sveglierò o no, no, no
Perché tu sorridi,
un bel sogno forse ora c’è
Dietro le ciglia, chiuse…
Eternità spalanca le tue braccia,
io sono qua… – La madre di Ulisse canticchia sulle note di Eternità abbracciando un broccolo. Giovedì è sempre stato il giorno del broccolo, sin dove arrivano i ricordi di Ulisse c’è sempre stato quell’ortaggio puzzolente tra mercoledì e venerdì, non che gli dispiaccia ingurgitare montagnuzze di polpette soffici e formaggiose di broccoli impanati, chiaro. Solo che per una vola soltanto vorrebbe vedere la data sul calendario e non sullo spillongo tra i quadrati rossibianchirossi della tovaglia, lo pensa mentre si aggiusta gli occhiali di plastica nera che porta da due mesi.
Stavolta pasta con sugo di broccoli e mollica di pane tostata con un goccino d’olio nella padella di ferro senza anti-aderente. Siano maledette le agende di Suor Germana ciclostilate e ristampate dagli albori del consumismo. Tutto quello che passa dai fornelli esce dai sacri libri di Suor Germana, perfino il movimento antiorario lieve lieve delle spugnette d’acciaio già insaponate trae la sua origine dai sacri libri. E ogni anno Antonio, marito felice e padre mica tanto giulivo di Ulisse e Simona, torna dalla libreria delle paoline con lo stesso pacchettino in cui già si intravede il sorriso appena stampato della monachella. Ogni anno sempre lo stesso regalo. Sempre lo stesso rituale con in faccia le stessissime espressioni: “che cacchio, ancora!” in Simona, “non ti sforzare più di tanto che ti caghi” tra i baffi di Ulisse e un sincero ghigno maliziosetto nella signora Cerami “stasera te lo faccio io il regalino…”.
E questa qui è la famiglia Cerami, manca solo Carrie e le sue pulci e poi sono tutti. Per non parlare della radiolina regolarmente sintonizzata sulle frequenze di radio Maria, altra costante costantissima di quella famiglia, forse il sintonizzatore si è pure arrugginito a forza di non abbandonare più quella tacca arancione sulla scala FM della radiolina Grundig. Forse solo una volta Ulisse ha provato a sintonizzarsi su 105 ma le urla e il rosario obbligato a cui era stato condannato senza regolare processo l’avevano distolto da possibili sabotaggi.
Bastava vivere qualche oretta tra le pareti verde limone per imparare tutte le regole. Bastava non lamentarsi per i quadri a argomento religioso che restavano agganciati in ogni  spazio riempibile delle quattro pareti, bastava non criticare i menù monotematici della settimana, bastava non criticare il lento e incostante procedere della costruzione del presepe in compensato. Erano più di 20 anni che, a ritmi irregolari, Antonio Cerami seghettava col suo archetto da traforo fogli di faggio per realizzare la sua opera omnia: doveva essere un presepe monumentale con pecorelle, zampognari, contadine timide e gallinelle, lavandaie, pastori e pastorelle e angeli da lunghe vesti di lino. Ma ogni due zing-zing il seghetto decideva di rompersi e Antonio puntualmente rinunciava appena iniziava la sigla con gli sculettamenti delle veline di Striscia la notizia. Prima ancora c’era stata quella di Carosello o qualche altra sui televisori che dopo l’ennesimo collasso catodico finivano a occupare mensole e scatoloni nell’inespugnabile garage di Antonio. Ulisse una volta aveva cercato di pulirglielo ma dopo tre giorni s’era ritirato sconfitto dopo aver sistemato soltanto il bancone da San Giuseppe che avevano ereditato da Oreste Cerami, mitico capostipite del ceppo purosangue dei Cerami bagheresi…


Rialza gli occhi Ulisse e vede le foglie gialle del platano. Sulla lapide è ricresciuta la gramigna, non ci pensa nemmeno un attimo e inizia a correre sul sentiero, lontano da quel puzzo di broccoli che esce dalla bara vuota. Vuole ritornare sul crocevia e correre a perdifiato verso la porta, scordandosi di tutto quello che ha appena visto sul fondo della sua cassa da morto. Tutto era così reale, la voce stonata di sua madre, la carta crespa sull’agenda di Suor Germana, il presepe infinito di suo padre e quel puzzo di broccoli su tutto. Corre, riattraversa il cancello sgangherato ed ora è di nuovo sul sentiero che aveva imboccato lasciandosi guidare dal ciuffo storto della foto della sua carta d’identità. Il faro continua a mandare quel raggio verde  e Ulisse vede in un angolo un corteo di sardine che tiene sulle pinne centinaia di cappelli giamaicani. Lascia perdere il resto e si mette a seguirle fischiettando note a muzzo. Le sardine spariscono dietro una curva, cerca di raggiungerle ma non riesce a trovarle. Sta tornando verso il crocevia quando un gabbiano si getta in picchiata su di lui. Il becco gli si conficca nella chiappa destra e tutto sbiadisce nell’ultimo raggio verde del faro.
Apre gli occhi e sente gli altri che discutono. Sembra che la cosa più importante di quella sera sia scoprire quanto può valere una bottiglia di Chardonnay dopo una decina d’anni, qualcuno spara cifre assurde. Lui è all’angolo a sentire tutti i dieci minuti e undici secondi di Nite Mist Blues nella versione riarrangiata da Montreux Alexander. Il pianista sa come muoversi. La guarda e la riguarda e non sa perché ma lei non gli era mai interessata, ora non riesce a scansarla dal suo campo visivo, saranno i boccali perennemente svuotati di troppe Heineken a  far galleggiare succhi gastrici, fantasie di patate e popcorn forse un po’ troppo salati. La musica gli sale sulle spalle. 
Come aveva chiamato quel giudice in quell’ultimo racconto che aveva appena stampato? Dente Perdente, che fantasia! E lei… lì con i suoi occhi color canguro.
Il juke box perde terreno, va a rifocillarlo con altri 50 eurocent ma l’unica che conosce è Stand by me nella versione di John Lennon.
<<Vuoi ballare?>>
<<No.>> disse lei.
<<Vuoi ballare?>>
<<ma che vuoi dalla mia vita?>> disse sempre lei.
<<Vorrei farne parte>> non disse lui che già sapeva che prima o poi anche lei sarebbe caduta. Come tutte le altre. Lo diceva anche suo nonno prima di riaccendersi sempre lo stesso toscano che la zia puntualmente gli toglieva dopo la prima boccata. Che diceva? C’entrava la storia dell’impero bizantino, certo! Anche Costantinopoli era caduta!
Aprì le virgolette e subito le richiuse, nulla da aggiungere a quello che aveva appena detto. Incominciò a svicolare. Un’altra volta su quella musica. Aveva distillato paura e tremori, non gli faceva paura il bianco ululante del foglio, lo poteva riempire sempre con qualche pagina alla Joyce inseguendo piccoli pensieri dilatandoli con quelle dita troppo grosse e vicine.
Erano le virgolette che lo terrorizzavano.
Già era poco convinto nel lavoro da Frankenstein che s’era scelto, lavorare con fulmini, tavolacci, catene e materia cerebrale per tirar fuori dalla Epson qualche buon personaggio. Ma addirittura dirigere un concerto polifonico da quella tastiera qwerty dove dita si inseguono, si scontrano e s’incontrano tra i tasti che tasta tastando esta tastiera si tosta che qualche tasto è saltato.
Parlare imitando, anzi vivendo, sensazioni di personaggi che ancora si muovevano appena. Da pazzi. Forse per questo macinava venti capitoli prima di farli parlare.
Il mostro Harmony sempre in agguato coi suoi tentacoli diabeticianti. Evitare tutti quei oh john… oh marsha calati vecchia bagascia che ti faccio conoscere il mo batacchio e mugolii e alitate di piacere in lunghe notti seriche come i pubi appena rasati e i fiori e le candele sul mare… scansarli come cagne rognose, ecco il suo imperativo categorico. Con buona pace di Kant. La testa è solo dolore, il becco gli ha sfregiato i jeans e per poco non gli ha procurato un taglio aggiuntivo sul culo. Non si ricorda neanche dov’è, nemmeno dove ha lasciato Silvia, la ragazza col capello di paglia che gli aveva dato le lettere di Lisa. Si sveglia sotto il cartello con tutte le sue vecchie facce che lo guardano da quei rettangoli lucidi di ricordi. Ripercorre la strada che lo ha portato lì, la luce del faro è cessata di colpo. La porta è proprio davanti a lui, afferra la maniglia e l’abbassa. Si ritrova all’ingresso del locale di Mario.
Mario aveva un bel localino, non si capiva bene cosa fosse ma a Ulisse piace quel posto, ha la possibilità di sfogare un pò della tensione accumulata. Sembra una caverna buia e umida, le pareti sono piastrellate con schegge di pietra grezza e mancano quei neon psichedelici che servono solo a far venire il mal di testa. Solo qualche lume stile vittoriano, cinque o sei divanetti e quattro panche ricavate da tronchi d’abete. C’era una zona dedicata alla lettura con un microfono per chi aveva voglia di leggere qualche poesia sua o proporre qualche riflessione. Dietro il microfono c’era una bella foto del Che sorridente. Mario è un medico in pensione, s’è aperto quel locale con i soldi della buonuscita. Dietro al bancone c’è sempre suo figlio Luigi. 
Ulisse entra e si va a sedere al suo solito posto, saluta Mario e suo figlio. Lascia la giacca nell’appendipanni e va nella zona biliardo. Ci sono già tutti. Sta vincendo Santi con dodici palle di vantaggio su Nino. Luca e Michele giocano a freccette. Samuele, il ragazzo di Luigi, legge un libro e gira l’ombrellino del suo cocktail.
“Tutta quest’allegria mi demoralizza! Compagneros, niente di nuovo sul fronte occidentale?” Ulisse è rilassato ora, le paranoie sono volate via a tenere compagnia alla luna.
“Ulisse, non è serata.” Nino è sempre malinconico, la girl l’ha piantato per uno d’Azione Giovani e lui c’è rimasto male. Gli passerà presto. “Santi mi sta massacrando e quel mussoliniano le ha comprato un ciondolo d’oro talmente pesante che camminerà curva le poche volte che se lo metterà. Non posso competere, Lidia mi sembrava quella giusta” lo dice e riesce solo ad imbucare una pallina che non ha dichiarato.
“Vedi che novità! Da quando ci conosciamo sempre a lamentarti, dici sempre che ti sembrava quella giusta, dici che è l’ultima volta che ti innamori e poi vai subito a provarci con tutte quelle che danno segni di vita.”
“No stavolta è proprio l’ultima volta, non m’innamoro più.” un’altra pallina, stavolta l’ha dichiarata ma ha fatto imbucare pure il boccino.
“Sei una schiappa! Se scopi come giochi…” Santi sghignazza, vince ogni volta con lo stesso sarcasmo.
 “Dai, vi offro qualcosa.” Michele è il più serio, manco un anno di fuoricorso, tutti 28 e 30, l’ingegnere del gruppo.
“Festeggiamo la tua prima ingroppata?” Michele non gradisce quest’umorismo da telefilm, la sua ragazza ha abortito, solo che i ragazzi non lo sanno.


Si avvicinano tutti al bancone, Samuele resta a leggere Narciso e Boccadoro. È un fanatico di Herman Hesse. Siddharta lo potrebbe riscrivere a memoria. “Sam lascia quel libro e unisciti a noi poveri mortali.”  lui grugnisce qualcosa d’incomprensibile e lascia un tovagliolino come segnalibro.
“Ragazzi il solito? martini con ghiaccio per Luca e Michele, una doppia sambuca per Ulisse, un succo d’arancia con gin e vodka per Sam e due quattro bianchi per Santi e Nino. Giusto?”
“Sei il nostro barman preferito.Un brindisi per Luigi.”
“Sai che vi dico, mi sono stufato. Di tutto. Del broccolo del giovedì, della pizza del venerdì e del pesce luna del martedì. Basta con Radio Maria e con quel presepe fermo alla quindicesima pecorella. Basta riflettere su ogni implicazione, vi leggo la poesia che ho scritto su questo tovagliolo. Mario, abbassa le luci, mettimi di sottofondo qualche cosa di jazz e accendi il microfono.”
Ulisse si alza, sistema il microfono, stropiccia un pò il tovagliolo che ha inciso con la biro d’ordinanza e si toglie perfino il cappello giamaicano.
“nemmeno so
com’è fatto un colibrì
ma voglio andare via prima
che Pippo mi chiami un’altra volta compagno
passandomi il manifesto
e Liberazione
e snocciolando il resto
cercando di capire
che 1500 lire saranno 0,77 euro
e chiederò a mio padre 5 euro,
sempre quelle 10 carte
che mi servono per
far bere un pò
quella sconsolata R4
che aspetta qualche altra ragazza sul sedile anteriore
e io sono stanco
solo a pensare di ricominciare tutta quella danza delle marionette
per un bacio
e magari, se mi va bene, un’altra notte
da intaccare
sulla colt che non ho
perché sono pacifista
ma lo so che ci cadrò di nuovo
e basteranno
magari solo due fossette
e gli attimi fuggono ed è tutta fatica sprecata
corrergli dietro,
Gatsby è morto
e io cerco un’altra Daisy.”


Mario applaude per primo, Luigi ritorna da Narciso e Boccadoro.
“Era Sam che leggeva Narciso e Boccadoro” aggiunge una voce all’uscita del locale.
“Sì” risponde Ulisse, “ma Luigi ritorna da Sam, il suo ragazzo, che leggeva quel dannato libro”. Ulisse si volta verso la voce che ha parlato, è di nuovo sotto il cartello del suo passato, sotto quei suoi quaranta occhi che lo guardano pensierosi. Sotto il cartello è apparso un gigantesco scranno e lì sta seduto un uomo incappucciato che succhia un pezzo di cuore. L”uomo incappucciato tace e lui cerca di guardarlo meglio ma riesce a vedere solo i suoi occhi rossi nel buio della sua faccia. Gli occhi di un furetto. Sente qualcosa di freddo nelle caviglie, si china e tocca un paio di catene che qualcuno gli ha messo ai piedi.
-Chi sei?- chiede Ulisse -Chi sei?- insiste ma l’uomo non risponde, continua a succhiare quel pezzo di carne e lo guarda, fisso.
– Sono l’Inquisitore. Il tuo inquisitore. Sei condannato e ora scriverò sul tuo corpo la condanna e non ci saranno richieste di clemenza. Sono solo l’ultimo degli inquisitori ma sono potente. Non riuscirai mai a corrompermi. Entri il primo testimone-.
La porta da dove Ulisse è entrato si spalanca, entra Stefano Re con la caldarella di cemento legata al collo che tiene sotto il braccio. Si va a sedere in un’altra sedia che è appena apparsa.
 -Giura di dire tutta le falsità che può per incriminare questo recidivo?- Chiede l’Inquisitore.
 -Lo giuro – Stefano sogghigna, al collo ha una catenina d’oro con un piccolo ciondolo a forma di delfino. La stessa collana che Ulisse aveva regalato a Lisa e lei gli aveva rispedito al mittente cacciandola dentro una busta che poi gli aveva spedito per posta prioritaria.
 -Signor Re, riconosce il ragazzo che porta i ceppi ai piedi?-
– Sì. Lo riconosco, signor Giudice-
– Può dire alla giuria di che colpa s’è macchiato questo ragazzo?-
– Mi ha creato lui… in un certo senso, questo ragazzo è mio padre e mia madre. Mi ha regalato la vita ma lo ha fatto solo per togliersi di dosso tutto quello che non riusciva a reggere da solo. Tutto è iniziato sei anni fa. S’è messo davanti alla macchina da scrivere, s’è raddrizzato gli occhiali, ha infilato un foglio troppo bianco nel rullo e s’è messo a martellare sui tasti di quell’alfabeto di plastica e metallo. Era una storia simpatica, io ero solo un ragazzo che si stava affacciando alla vita, tagliando solo a quindici anni il cordone ombelicale. Era gasato, scriveva pagina dopo pagina e mi regalava un passato, un brutto passato, se posso aggiungere –
– Si limiti ai fatti, Signor Re, sono solo io qui che posso giudicare. Mi spieghi meglio che intende dire con “mi ha regalato un brutto passato”-
 -Ero grasso, signor Giudice, ero grasso e mi obbligò a mangiare quintali di insalata e litri di yogurt alla fragola per scacciare la pancia che mi sollevava le camicie. E la dieta fu solo l’inizio. M’aveva creato completamente miope, non vedevo neanche i passaggi delle equazioni che la professoressa svolgeva alla lavagna. E sedevo in seconda fila. Poi, finalmente, si decise di mettermi sul naso un paio d’occhiali e solo molto tempo dopo sostituì quei fondi di bottiglia con le lenti a contatto. La prima delle mie disgraziate avventure l’aveva intitolata De amicitia et adulescentia. Ma dico, chi si credeva? La reincarnazione di Cicerone? E io lì, impotente, senza poter scegliere niente con la mia testa. Potevo solo aspettare un’altra frase da vivere. Con le ragazze, non le dico, signor Giudice. Tutte complessate e con problemi peggio dell’Uomo Ragno. E nemmeno questo gli bastava. Sentiva proprio il bisogno di trasformare ogni cavolata che gli capitava in un nuovo capitolo. Mi chiamò Stefano Re, dico, un po’ di fantasia! Lui aveva passato tutta l’adolescenza spiaccicato sul letto a leggersi tutti i libri di Stephen King e aveva sentito il dovere di chiamarmi con la banalissima traduzione italiana del nome del suo autore preferito. Stephen King e Stefano Re, niente d’eccezionale. Per i miei amici, o meglio, per gli amici che mi mise accanto lui, non si sforzò nemmeno. Cambiava solo un po’ il cognome o faceva qualche giochetto stupido con le parole. Dopo il De amicitia si dedicò alla sua versione della Divina Commedia. L’aveva iniziata in endecasillabi ma poi stufato s’era messo a riscrivere in prosa e manco s’accorgeva che non m’aveva mai fatto dire una parola. Si limitava a raccontare fatti e riempire frasi d’aggettivi, sempre gli stessi che giocava a sfumare con un dannato dizionario dei sinonimi. Un’angoscia, ero pieno d’aggettivi e muto come un pezzo di gesso. Poi finalmente l’epifania, si era messo a leggere Dylan Dog e lui che si cacava pure d’andare a pisciare da solo, decise di superare quella paura abusando di libri e videocassette horror. Già c’era stato Stephen King, ora s’era preso di petto Romero e i suoi zombi. La sua versione della Divina commedia era l’unica cosa decente che aveva scritto. Niente problemi esistenziali, l’aveva intitolata l’Infinita commedia-
 – Mi racconti la trama, signor Re e non ometta particolari. Tutto peserà al momento della condanna-
 -Camminavo tranquillo verso il mio liceo e arrivavo con due o tre minuti di ritardo,   trovavo davanti la porta due giganteschi scarafaggi. Tremavo un po’ quando arriva il mio prof. d’italiano a salvarmi. Ha in mano una versione fantascientifica di una mont blanc col pennino modificato che spara laser d’inchiostro. Laurentius, il professore, diventava la mia guida e io lo seguivo nelle varie classi. Ogni classe era occupata da dannati macchiati di varie colpe. Dopo aver visitato le classi della disperazione, passavo al limbo degli arrivisti, dove trovavo i miei amici secchioni…signor giudice, questo l’avevo dimenticato: non solo panzone e miope, pure secchione mi aveva fatto! … e i miei amici secchioni, dicevo, stavano seduti con il braccio piantato nel banco e la mano perennemente alzata per rispondere a qualsiasi cavolata. Poi passavo all’aula della felicità, dove la prof di filosofia, fasciata in uno smagliante vestitino che gli lasciava le zizze in trasparenza, mi dava il segreto della felicità. Mentre stavo per apprendere finalmente il segreto mi svegliavo all’ospedale con i miei amici a piangere come fontane. Avevo avuto un incidente col typhoon ed ero in coma da nove giorni. Capisce, signor giudice, pure in coma!-
 -Stava parlando d’una epifania avuta leggendo Dylan Dog e visionando i film di Romero, a che si riferiva? –
 – Giusto, signor giudice, ma mi capisca. Non ho mai avuto occasione di sfogarmi per tutto quello che mi ha fatto passare quel macchiafogli. E meno male che l’ha fatto imbavagliare! Chissà quale scuse avrebbe vomitato dinnanzi a lei per ottenere una pena più dolce. Dopo l’infinita commedia deve essersi fatto la prima ingroppata e di riflesso me la sono fatta pure io. Solo che questa non me l’ha fatta vivere sul foglio. Era solo una consapevolezza nuova che mi ha messo negli occhi. Con Romero e Dylan Dog in testa si mise davanti al pc, la macchina da scrivere era ormai obsoleta, e si mise a scrivere Il liceo dei morti viventi, che poi diventò Dicotomici Furori. Finalmente parlavo, avevo venti chili di ciccia in meno e i capelli lunghi che mi coprivano le orecchie a sventola. La trama era interessante ma quanti colpi di scena, signor giudice! Per poco non ci rimettevo il culo e il padulo! Era dicembre e lei sa bene che di quei tempi l’okkupazione è sempre in agguato. Il preside Galatus si era messo in testa di evitarla, ad ogni costo. Aveva evocato il diavolo e gli era apparso il demone Ciollone che in cambio dell’anima gli aveva promesso un liceo perfetto con alunni in divisa e senza tendenze anarchiche in testa. Lui aveva accettato e in un secondo era apparsa una strana marea bluastra che s’era infilata nelle varie aule. Come risultato gli studenti erano diventati zombi, zombi con ottimi risultati scolastici. E perfino dieci in condotta. Dall’oltretomba Ciollone aveva risvegliato i grandi pensatori del passato e gli zombi assistevano alle lezioni di Kant, di Cartesio, di Euclide, di Platone e prendevano appunti precisi e ordinati. S’erano salvati dal maleficio solo i miei amici e il prof Laurentius. Il macchiafogli scrive panzane, sicuro, però erano panzane con una certa logica. Non spiega mai nel romanzo perché Laurentius è immune al maleficio ma per me e i miei amici partorisce un’ideuzza niente male. Galatus aveva chiesto un liceo perfetto con studenti modello: io e i miei amici secchioni lo eravamo già, gli altri superstiti, i sodomizer boys, erano un caso irrecuperabile. Non sarebbero mai stati studenti modello manco se Satanasso in persona veniva a punzecchiarli con il suo forcone. E il romanzo procedeva con attacchi di zombi, lutti nella resistenza e grandi prove di lealtà. Finiva naturalmente bene per la resistenza dopo che l’azione si era spostato in un inferno egiziano. Il titolo veniva proprio dall’ultimo capitolo, un open ending, che m’affidava la responsabilità di tutto il liceo. Io scrivo, signor giudice, proprio come il mio ignobile creatore, e dalla mia scrittura dipendeva la mia sopravvivenza. Quello che scrivevo accadeva, ma solo le cose credibili, non potevo far resuscitare i miei amici scrivendo, potevo solo attendere il trillo della sesta ora e tutto sarebbe finalmente finito. Restavo sulla spiaggia con Stefania e Carlo, gli altri due sopravvissuti e non ci restava che attendere. Attendere o lasciarsi naufragare nell’oblio. Questo dubbio era al centro di tutti i dicotomici furori, proprio come in quel film, le ali della libertà: o fai di tutto per vivere o fai di tutto per morire. Mi ha sempre fatto vivere sul filo dei contrari, mai mezze misure, mi ha condannato a essere lacerato tra estremi, non ha mai capito la ricchezza delle sfumature. Quando finalmente le ha capite mi ha lasciato morire, quando finalmente potevo vivere avventure più mature mi ha fatto affogare con questa caldarella che mi porto addosso. Fregandosene di ogni logica temporale mi ha fatto vivere quell’incubo in nuovo buco, un delirio senza né capo né coda. Signor giudice, è mio padre quello lì, incatenato. È con dolore che sono venuto qui a fare quello che doveva essere fatto. Perché io non sono capace di farmi giustizia con le mie mani, lui mi ha fatto così. Potevo vendicarmi lasciandolo sbranare da quello squalo ma non ci sono riuscito e ho dovuto salvarlo… è mio padre, non potevo ucciderlo! Voglio solo giustizia-
 -Cosa chiede a questa corte?-
 -Voglio vivere. Non posso morire con questa caldarella di cemento al collo. Voglio vivere la mia vita senza dover tremare ogni volta che lui si mette a scrivere. Chiedo solo un nuovo racconto e un nuovo amore. Andrò a vivere con la mia compagna e non tornerò mai più. Mai-
Ulisse ha ascoltato lo sfogo di Stefano, non aveva mai capito quanto può soffrire un personaggio. Ha le mani legate e in bocca un quadrato di scotch gli impedisce di parlare, si mette a sbraitare mugolando come un pazzo.
– Ha qualcosa da dire, imputato? E perché non parla? Come? Lei che tante volte ha lasciato in silenzio questo suo personaggio non ama forse assistere inerte allo svolgersi degli eventi? Vorrebbe magari essere slegato? Vero? Lei che ha deciso i movimenti di ognuno dei suoi personaggi, lei che è stato per loro solo un perfido burattinaio vuole essere libero? Capisce la sofferenza di Stefano? La capisce? Io penso che lei sia abile. Lei è viscido e ha molte risorse sotto quella montagna di capelli. Lei deve essere messo nella condizione di non nuocere più a nessuno. E c’è solo un modo: le verranno amputate le mani e i piedi e la lingua, le verranno strappate le palpebre e verrà seppellito nella tomba sopra la collina, solo la sua testa rimarrà fuori e i gabbiani si divertiranno a divorarla con piccole beccate. Le strapperanno brandelli di faccia e con quelli nutriranno i loro piccoli. La sentenza è definitiva. E dato che lei non ha niente da aggiungere, il caso è chiuso- 
La porta si spalanca di nuovo, entrano gli altri personaggi dei suoi racconti. I ragazzi della Resistenza di Dicotomici Furori avanzano portando sulle spalle la cassa di pino che puzza di broccoli. Hanno tutti gli stessi occhi rossi del Giudice. Guida il corteo Stefano, il suo Stefano. Il Giudice sparisce e sullo scranno d’ebano resta solo il suo cappuccio di tela nera. Avanzano verso Ulisse e nella loro marcia funebre travolgono il cartello delle facce. Poi si fermano e i loro occhi di carbonella s’indirizzano verso Stefano. Aspettano un ordine dal loro capo. Stefano è in piedi, davanti a Ulisse. Si diverte a vederlo incaprettato, ride e accarezza il piccolo delfino che porta al collo. Ulisse agita la testa, vorrebbe parlare.
– Cos’altro vorresti aggiungere, papà? Che magari ti dispiace? Che neanche immaginavi quanta sofferenza ci hai regalato raccontando le tue storielle? Sono solo parole, non servirebbe a niente. Ma voglio sentire come invochi pietà. Non abbiamo mai avuto occasione per dialogare, noi due. Hai sempre guidato tu il gioco. Ma voglio sentire cosa ti inventerai stavolta, la fantasia non ti è mai mancata. Levategli il bavaglio dalla bocca, ragazzi-
Si avvicinano a Ulisse Stefania e Carlo, Carlo gli da un cazzotto nello stomaco e Stefania gli pianta le unghia laccate nel naso, poi gli solletica il mento e con uno strappo deciso gli toglie il cerotto dalla bocca. Ulisse trattiene un ululato e vede mezza barba restare incollata al cerotto. Respira a fatica. Guarda Stefania, la guarda con affetto. Poi si rivolge a Stefano.
“Non ho niente da dire. Sarebbero solo parole. Hai ragione, mi dispiace. Mi dispiace avervi piegato le spalle con i miei problemi. Voglio solo dirvi grazie, mi avete aiutato a superare momenti orribili. Stefano, siamo cresciuti assieme. Non ho nemmeno avuto il tempo di ringraziarti. Il tuo cuore di carta lo sa, lo sa bene quanto ti voglio bene.”
– Mi vuoi bene? Bel modo di dimostrarmelo! Mi hai lasciato solo a combattere con gli zombi, stavo bene con Stefania e me l’hai portata via. Hai scelto tu che dovevo diventare un medico, nemmeno me l’hai chiesto e poi quell’incubo di nuovo buco. Tu mi hai fatto impazzire … –
“Se mi uccidi voi morirete con me, non lo capisci? Voi siete solo parole, parole sulla carta. Vivete solo se qualcuno vi legge, nessuno vi leggerà mai se io muoio. Le vostre vite sarebbero destinate a sbiadire, finireste di sicuro nella pattumiera. Mia sorella Simona farebbe piazza pulita di tutto quello che ho scritto. E le storie che ancora non ho stampato resterebbero nell’hard disk sino a quando qualcuno non formatterà. Vuoi suicidarti? Voi tutti volete morire, bene. Non perdiamo tempo, chiudimi in quella cassa. Fallo ora.”
– Stai bluffando. È nel tuo stile. Stavolta non puoi scrivere un finale diverso, papuccio. E se è vera la storiellina che ci hai appena raccontato, non cambierà nulla. Chi non è nato non può morire…Ragazzi cacciatelo nella cassa e portiamolo nella collina. I gabbiani del Giudice saranno affamati-
Ulisse non ha più niente da dire, niente può tirarlo fuori da quel pasticcio, morirà con tutte le sue creature.
 
Carlo e il filosofo rinnegato della moneta della lumaca prendono di peso Ulisse e lo infilano nella bara. Gli scagnozzi del Gran Bibliotecario si caricano la cassa sulle spalle e Stefano guida il gruppo verso la lapide sulla collina del salice.  Lisa e Stefania sono alla fine del corteo e si scambiano commenti: – Certo che Ulisse ti ha fatto proprio bene, ti ha riempito il reggiseno con due mongolfiere. Ai tempi che mi ha creato gli piacevano le ragazze con le tette piccole, mi ha dato giusto giusto la seconda.  E manco una volta mi ha fatto andare a letto con Stefano. – inizia Stefania.
– Però ti ha dato due occhi azzurri stupendi. E un cervello niente male. A me mi ha regalato ste forme da pin-up ma, in compenso, ho un passato da cancellare con il prozac e sì, scopo con il rinnegato, è pure bello ma nemmeno so come si chiama…non vorrei farci la figura della puttanella, lo  vedi come mi fa andare in giro?- Lisa sorride aggiustandosi le mutandine di pizzo, ha solo quelle addosso.
– Io tutta sta rabbia di Stefano proprio non la capisco. Noi esistiamo perché quel poveraccio non ha niente di meglio da fare che riempire pagine e pagine ogni notte. Si è impegnato sempre per renderci la vita interessante. E ora? Lo ripaghiamo con uno squallidissimo ammutinamento. Per le mie tette potevo chiedergli di ritoccarmele con qualche paragrafo in una clinica di chirurgia estetica. Io con Stefano ci sono stata assieme due volte, otto mesi d’inferno: niente che gli vada mai bene. È il protagonista assoluto e vuole sempre di più. Lo sai che mi ha confidato Carlo? Era al bar e un anonimo personaggio nato sul retro di un biglietto da visita gli ha confidato che tutti i ragazzi di Dicotomici furori erano stati scritturati in blocco per lo sviluppo della trama della MONETA DELLA LUMACA. Tu e il rinnegato riuscivate a scappare dagli elicotteri della Grande Dicotomia e finivate in un autogrill abbandonato dove venivate fatti prigionieri da Stefano. Poi il rinnegato riusciva a convincerlo ad allearsi con voi. E alla fine, dopo che Stefano ci aveva rintracciati tutti, riuscivamo a mandare all’inferno il Gran Bibliotecario –
– Non è possibile. Stefano è annegato con quella caldarella di cemento al collo. Non poteva salvarsi. Me l’ha detto il topaccio che Dike si porta dietro –
– Passava da lì un incrociatore sud coreano e lo ha ripescato insieme a dodici tonni con la pinna gialla. Lo so, poco credibile. Ma Ulisse avrebbe sistemato tutto rinunciando perfino a dormire. A noi ci ha riscritto almeno duecento volte prima di essere soddisfatto del risultato. Dobbiamo riuscire a salvarlo. Io voglio le tette come le tue e voglio fare l’amore con  Stefano. Se lui non scrive sono destinata a morire con queste perette nel reggiseno e pure vergine!-
– Dobbiamo fermare questa esecuzione. Tu inizia a parlare con Carlo e con gli altri del tuo romanzo. Io penso al Rinnegato e alle comparse di Nuovo Buco. Ulisse non deve morire – Lisa inizia a mettere in atto il piano, incomincia a sussurrare qualcosa all’orecchie del suo Rinnegato. Il cicaleccio passa veloce di bocca in bocca e, arrivati alla collina del salice, Lisa alza la mano. È il segnale.
I filosofi della Grande Dicotomia aprono la cassa con le loro baionette, Ulisse è cianotico in volto. Lisa distrae Stefano, lei parla e lui è finito in estasi, perso nel dondolio ipnotico dei suoi seni. Carlo cerca di rianimare Ulisse, gli da due schiaffetti sulle guance, poi vedendo che non ci riesce ricorre alle sue famigerate scoregge, ne sgancia due proprio sul naso dello sventurato. Le scoregge riescono dove Carlo ha fallito: Ulisse balza in piedi boccheggiando paonazzo. Carlo rompe le catene e lo tira in piedi. Ancora incapace di reggersi in piedi, Ulisse viene fatto sedere davanti a una macchina da scrivere che qualcuno della moneta della lumaca ha portato lì.
-Ascoltami, Ulisse. Ne va della tua e della nostra vita. Ecco, qua c’è un bel foglio bianco. Devi scrivere immediatamente qualcosa che riesca a calmare Stefano, non c’è altra soluzione. Stefania ha in mente qualcosa che potrebbe andare bene. – Carlo chiama Stefania e lei s’avvicina a Ulisse ancora inebetito e col naso che gocciola sangue dai graffi che proprio Stefania gli ha lasciato. Stefania lo bacia sulle labbra e gli sussurra il suo piano alle orecchie. Ulisse apre gli occhi e si mette a martellare sui tasti della macchina da scrivere, sorride. 
Scrive Ulisse, scrive come non ha mai scritto prima. Deve rallentare il ritmo, i tasti si accavallano se continua a colpirli così forte. Scrive una pagina degna dei romanzetti porno che gli scapoloni si leggono per spararsi le seghe sulle tavolozze dei cessi degli autogrill. I protagonisti erano Stefano e Stefania. Per l’occasione a lui aveva regalato gli addominali quadrettati e un pene di ventisei centimetri, a lei un paio di bocce che al confronto quelle di Lisa sembravano due bernoccoli timidi. Aveva messo per iscritto, parola per parola, quello che Stefania gli aveva sussurrato all’orecchio. La scena era ambientata proprio lì, sulla collina, l’amplesso selvaggio avveniva proprio dietro il salice. Neanche finì di scrivere che Stefania aveva raggiunto Stefano dietro il salice e s’era messa d’impegno per interpretare da attrice consumata quel nuovo capitolo. Stefano aveva ululato appena aveva visto la novità che riempiva il reggiseno rinforzato di Stefania, spoglio da ogni pudore le era saltato  addosso e pure lui s’era dato da fare per seguire alla lettera il racconto di Ulisse. Per maggiore privacy e, visto che a tutti gli scagnozzi della Grande Dicotomia la vista di quel pornofilmazzo dal vivo aveva provocato abnormi erezioni che gli stavano rovinando le divise, Ulisse aggiunse alla trama una tenda rinforzata e insonorizzata. La tenda gli era venuta bene ma gli ululati acuti di Stefano si sentivano lo stesso.
Settantadue minuti dopo Stefano ritornò. Aveva sotto il naso un sorriso che pareva una banana ciquita e non disse altro che “Grazie, papà.”
Stefania uscì dalla tenda galleggiando a quaranta centimetri dal terreno, si teneva le tette con le mani. Lei fu più esplicita: “Ulisse, grazie… GRAZIE GRAZIE GRAZIE!!! Ragazzi abbiamo proprio un creatore fantastico, Stefano mi ha promesso che ogni accusa è stata ritirata, ve lo dirà lui appena si riprende. Quel sorriso che ha in faccia gli ha bloccato la mascella. Ulisse, a nome di tutti, buona fortuna per la tua storia con Lisa, troverai JC e se non lo trovi hai sempre noi, non lo dimenticare. A presto!”


I suoi personaggi l’avevano riportato sul ponte, dove Silvia dormiva ancora. Si congedarono dal loro creatore e andarono ognuno per la loro strada. Stefano lo salutò per ultimo, lui e Ulisse si abbracciarono e non dissero nulla.
Ulisse era stanco, scivolò presto in un sonno senza sogni e al mattino si sentiva di nuovo  pronto per continuare la sua ricerca. Silvia non s’era ancora svegliata, respirava piano accanto a lui col petto che s’abbassava e rialzava piano, il vestito a fiori s’intravedeva sotto la coperta. Ulisse s’alzò e la guardava dormire, senza fare rumore cercò nella borsa di Silvia le lettere di Lisa, della vera Lisa. Le trovò. Si andò a risedere accanto a Silvia e incominciò a leggere col sole che stava appena sorgendo. Quella lunghissima notte era finita, Ulisse s’accese una sigaretta che s’era fatto dare dal Rinnegato e rimase in silenzio. I deja-vù se ne vanno. Resta solo con Silvia e le lettere di Lisa.

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