That’s Sicily – con i dubbi arancioni in testa


Prima delle benefica arrifriscata nessuno s’arrischia a mettere fuori l’alluce, solo lui che si fa portare a passeggio dalla sua cagnolona, gli scolano i sudori, le ascelle piangono come un autobus di donne alla prima di My Life ma lui continua, passo dopo passo con i bermuda inzuppati e i sandali appiccicosi. L’asfalto alita e all’orizzonte le auto vibrano nell’aria del pomeriggio, le case sono chiuse a tenuta stagna, non deve uscire nemmeno un pò dell’aria scoreggiata dai condizionatori.
Era Camus che scriveva che basta poco per conoscere una città: “cercare come vi si lavora, come vi si ama e come vi si muore“. A Bagheria le cose sono ancora più facili, si fa tutto allo stesso modo: con calma, senza premura. Si sa già che il ponte se lo terranno tra i progetti da snocciolare a ogni campagna elettorale, va così dai tempi di Federico II, quello sì che aveva capito tutto della Sicilia. La Scuola Siciliana era il migliore contributo che le tre punte dell’isola potessero regalare al mondo, dateci sole, mare e spunti per continuare a poetare.
Continua a camminare il sudante, attaccato al guinzaglio, ripensa a quanto è bella Palermo la sera, tra i binari arrugginiti ad aspettare il treno che è ancora, per fortuna, lontano.
Fischietta qualche canzone ripescata dall’archivio mentale, gli piace pensare ai suoi neuroni come altrettanti ciclisti del tour di france e del Giro d’Italia che pedalano superando montarozzi e tornanti per arrivare a formare pensieri unici.
Le saracinesche sono tutte calate con i cartelli che ricordano che ad agosto si pratica l’orario unico, dalle 9 alle 13, senza eccezioni, restano solo le macchinette dei tabaccai a sputare le assassine bianche e arancioni e dicotomiche. Sì, dicotomiche, con nient’altro si è caduto in contraddizione come con le sigarette: prima hanno fatto diventare patrimonio dell’umanità le sigarette penzolanti di James Dean e di Humphrey Bogart, fumavano tutti i belli dannati d’annata e ora dietrofront. Va bene ma perchè trasformare i pacchetti in necrologi e continuare a gestire il monopolio di Stato? Camminava con ‘sti dubbi arancioni in testa, livellando i marciapiedi.
il Corso Principale lo porta sotto i salici di Piazza Garibaldi tra i bagheresi che ricordano degli americani le barrette di cioccolata e le camel, quelle buone, senza filtro in quell’estate del ’43. Loro passano così i pomeriggi, seduti sui muretti grigi e sbrecciati delle aiuole comunali. Appoggiano le chiappe sui giornali passati o su pezzi di cartone, i più attrezzati si portano dietro un cuscino infilato in una busta della Sma. Parlano, ridono con in bocca dentiere che finiranno di pagare tra 4 anni. Arriva pure il reduce che si è perso le gambe su una mina inesplosa, non lo ammetterà mai ma inneggia ancora alla Buon’Anima e rimpiange la colonia estiva dove spediva i troppi figli che la moglie continuava a sfornare.
Cammina il ragazzo, cammina dietro il cane attaccato al guinzaglio come se fosse un bambino che tiene la coda di un aquilone, qui si chiamano draghi volanti e si sono estinti, si vedono volare solo quelli dei cinesi nelle mattinate di vento lungo il bagnasciuga del Foro Umberto I nella bella Palermo, nessun bambino se lo costruisce più facendo croci di bambù.
Dicono che prima si passeggiasse sino alle prime ore dell’alba ora già alle 8 e mezza di sera nessuno più si arrischia a scendere in strada, sembra una città fantasma ma è un’impressione falsa come una banconota da tre euro. C’è troppo rispetto per i fantasmi e per le lumie, questo è il vero motivo. I vivi dividono la città con i loro morti e lo fanno con equità, col sole la città è dei cristianeddi che ancora respirano ma appena scende la notte tocca ai defunti passeggiare tra le ville del Settecento che tanto piacquero a Goethe.
Sono morti tutti in una delle tante guerre di Mafia, si sono beccati il loro colpo di livella e ora passeggiano vicino assassini e assassinati, nessun vivo si arrischia a uscire nell’ora dei morti, brucia ancora il ricordo di tutti quei colpi di beretta e quel gesto diventato troppo presto un’abitudine: al primo sparo toccava alla madre calare piano piano la serranda, accostare le tende e alzare il volume della radio e del televisore.
Cammina ancora il ragazzo, si passa un kleenex sulla fronte e pensa con quanta facilità si cambi bandiera sotto il sole di Sicilia, sì, si ci abitua a tutto qui, si cambia presto l’adesivo sull’auto a tempo d’elezioni come nell’URSS si ci spicciava a sostituire le facce sui muri a seconda delle decisioni del Politburo.
Passeggia il ragazzo, passeggia sulla voglia di lavoro, sui posteggiatori abusivi che giurano che t’hanno taliato e ritaliato la macchina come se fosse “cosa loro”.
I cani ci somigliano: dormono e mangiano senza pensare alla maledetta e amatissima Sicilia. Qui impari a sbucciare i fichi d’india a 6 anni e subito dopo impari pure che devi accettare quello che il cielo ti regala, senza romperti la testa perché, si sa, domani andrà meglio. Lì quegli onorevoli cornuti si ricorderanno anche di noi e alle prossime elezioni – è cosa sicurissima – sale pure un mio cugino di quarto grado – è cosa arci-sicurissima – mi sistemo pure io. Te lo dicono e ci credono con la puzza di gerani che ci tiene compagnia e scaccia, dicono, gli ‘scavagghi‘.
Cammina il ragazzo e pensa: “Sono venuti gli arabi e i normanni, gli svevi e gli aragonesi, i tedeschi e gli americani e siamo ancora qui a ricordare quanto ci piace questa terra dove nessuno compra i limoni e il sale. Basta poco, anche qualche caddozzo di sasizza alla Festa dell’unità e qualche litro di vino per ritrovare quella bella sensazione dei tuoi sette anni. Sì, quando giri un secchiello di sabbia bagnata e diventi re e imperatore di una terra che vedi solo tu“.

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