L’Idiota e la cazzuola di mare 


Lì, al confine della strada, c’è il mare. Il mare che non dimentica, il mare figlio del Caos.
[La mia mano e la tua si toccano e sono toccate nello stesso istante.]


Il mare stamattina mi ha lasciato sulla spiaggia una cazzuola arrugginita. L’ho stretta tra le mani e ho rivisto Atlantide affogare piano piano.
Sono ritornato sulla veranda per scrostare le alghe e le patelle che s’erano depositate sul becco della cazzuola. Ho lavorato per una buona mezz’ora: poi l’ho scagliata lontano e l’ho rivista affondare.
Non aveva ancora finito il suo viaggio.


 
Mi sono seduto sull’ondina a strisce gialle e bianche con in mano L’Idiota di Dostoevskij, ho alzato le gambe e dopo due o tre pagine dormivo di già. Il Grande Russo è soporifero nelle giornate di mezz’estate.
Scivolavo veloce come un bolide del Quidditch, bucavo le nuvole. Ero sul treno per Pietroburgo e aspettavo che la Bellezza salvasse anche me e poi è arrivata mia madre con un vassoio di dolcetti al cocco, li offriva ai viaggiatori abbinandoli a larghi sorrisi. Li cucinava anche la notte che mi sono messo con la ragazza che mi faceva girare la testa al Liceo. Ci sono notti che non finiscono mai, restano sfavillanti, sovraccariche di emozioniodoricolorisuonipalpiti… Sì, cucinava torte e dolcetti per una fiera di beneficenza dell’oratorio. E appallottolava palline di farina di cocco prima di adagiarle leggermente su cerchietti di carta verde e bianca. Ricordo pure le scarpe che portavo, erano con la punta arrotondata, di vernice nera, le prima scarpe da adulto dopo secoli di scarpe da ginnastica. E avevo le spalle pesanti della mia prima giacca di pelle e sul naso il mio primo paio d’occhiali.
La dichiarazione l’avevo fatta camminando sulla strada del cimitero, la pancia calda di un panino preso in pizzeria e lei davanti a me con due occhi di cielo che mi guardavano fissi in faccia.


Il treno riprende la sua corsa, scompaiono le palline di cocco e gli occhi di cielo, resto io nella pancia vuota del vagone con la mia faccia da hobbit che fa capolino su una scheggia di specchio. Ci sono ancora tutte le donne che ho amato e che amerò. Li vedo intrappolate lì, sotto le palpebre, nel millesimo di secondo in cui si chiudono. Sono lì tutti gli attimi perduti, le notti sui tasti della Lettera 22, i libri amati, c’è ‘Silvia lo sai che Luca si buca ancora‘, c’è ‘la descrizione di un attimo e le convinzioni che cambiano‘ e tutte le altre canzoni urlate curva dopo curva in quelle notti che l’autogrill è ancora lontano, con i lampioni che scacciano le luci delle stelle lontane.


Ci sono le bombette di Totò e di Kafka che si guardano perplessi e i fari di una vecchia R4 che si allontana, ritorna nel garage dei rimorsi e dei rimpianti. E poi ci sono quelle storie iniziate e mai finite, tutti quei personaggi che restano sospesi in attesa del sequel che mai arriverà. Resta l’idea di quegli scolapasta dei pensieri: un pennino di stilografica sta per poggiarsi sul foglio troppo bianco. Ecco: la prima linea è tracciata.


Resto lì, con l’Idiota a pagina 27 a pensare ai viaggi di una cazzuola di mare.

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