Le notti d’estate non sono fatte per dormire  


Ieri mi sono perso: io, i miei neuroni e tre amici eravamo andati a captare qualche benefica alitata del mare di Cefalù e, sazi di iodio, ci siamo rimessi in viaggio. Ci sentivamo tra le pagine di On the road, beh, mancavano gli assoli jazz, le carrozzerie luccicanti delle Ford con le ruote cerchiate di bianco, mancava pure l’asfalto del sogno americano e Sal Paradiso… ma il resto degli ingredienti l’avevamo in abbondanza.
 Ogni volta che usciamo vogliamo addentare gli spazi bianchi dell’esistenza, lo facciamo lasciando a casa l’orologio, le ics sul calendario e i trattati di Metafisica da ringoiare per Storia della Filosofia Medievale.
 Io rinuncio pure al telefonino, c’è stato un tempo in cui anch’io camminavo con il mio walkie talkie da adulto abbracciando quella finta ubiquità. Poi mi hanno svaligiato la casa e mi hanno tolto il mio giocattolino, era un motorola v2288, l’avevo preso perché era in offerta da Max Living e perché era quello con la radio integrata così potevo seguire le partite dei Mondiali seduto comodamente sul treno per Palermo. Quando ho trovato la mia stanza messa a soqquadro ho subito visto che mancava il cellulare, il caricabatteria e le cuffie per la radio, bene, mi sono detto: un pensiero in meno. Da allora dico sempre: se siamo piume sballonzolate dal vento della sera prima o poi ci rincontreremo senza bisogno di pianificare con duecento esseemmeesse il luogo e il tempo e le altre otto categorie. 
 
E viaggio, lontano dai calendari e dai cronografi senza pensare all’immagine mobile dell’eternità, vago, strafatto di pagine e pagine di romanzi che sono state le asce per il mio mare ghiacciato. E viaggiando capita di perdersi, è la stessa strada che ti porta lontano da casa e ti obbliga a cercarti.
 
 Le quattro di notte e la luce dei lampioni ti lecca gli occhi e ripensi a Homer che guida la sua station wagon rosa per le vie di Springfield, ti chiedi se riuscirai mai a vedere il Palermo in serie A e se il senso dell’Essere lo troverai sotto un sasso scheggiato o attaccato alla corda di un aquilone. Le quattro ti soffiano addosso il fiotto dei ricordi e vuoi solo le ali del poeta toccato dalla divina mania.
 Le quattro e dieci: voglio scrivere il  migliore romanzo del secolo, mi vedo con le dita sul mio alfabeto di plastica a danzare il loro facile tip tap, scrivo e scrivo e finisco nella colonna dei best-sellers, mi sbattono pure tra gli allegati di Vibrisse con Marco Candida che mi legge senza fare manco un’orecchia alle mie pagine.
 
 Le 4 e mezza: la prima sosta all’autogrill è un cornetto caldo e la mia faccia  nello specchio del bagno alla ricerca le frasi incise lì da centinaia e centinaia di vite che si incrociano. Stephen King le colleziona e con un’impennata emulativa tiri fuori il taccuino, scarti i numeri telefonici di dotati in cerca di amici e richiudi il taccuino, in quell’autogrill non è passato nessun poeta alato. 
 
Quasi le cinque: la sensazione è di essere dentro una pellicola di Kiarostami con tutti quei tornanti e le linee spezzate che ti portano al di là dell’orizzonte. E c’è la faccia di Bagheri che ti ricorda il sapore della ciliegia e ci sono i vivi e i morti che ricostruiscono le case terremotate e c’è una tartaruga che cammina adagio adagio verso il meriggio. 
Resta solo l’ultima fetta di notte e poi il sole cancellerà tutti i tuoi pensieri, ci sarà solo una zanzara spalmata sul muro dalla tua infallibile ciabatta contundente. Ci sarà la zanzara e qualche goccia del tuo sangue e tutta una vita di ricordi.
 Manca ancora un minuto, la serranda chiusa ti regala un altro po’ di buio, le sue vertebre ti filtrano la timida luce del giorno. Suona di nuovo la radio sveglia. Suona e la grande notte si nasconde nell’unico posto che l’è rimasto: il bordo bianco che separa le vignette dei fumetti. Tra quei millimetri ci sono i movimenti intermedi dell’arte sequenziale.

 E ci sei anche tu.

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