Le interviste impossibili – OLTRE LE ANTENNE E GLI AQUILONI


Sono sotto uno spicchio di luna, in un deserto. Aspetto che qualcuno arrivi, lui l’ho visto solo in un’illustrazione.
“Io… io ti conosco”
“Anch’io conosco te” lo dice e la luna gioca con i suoi capelli colore del grano. Ha la sua solita giubba blu e al fianco porta una piccola sciabola. Mi guarda dritto in faccia, cerca di scrostarmi di dosso tutto il rancore che ho accumulato in questi anni.
Ho un’intervista da fare, apro il mio taccuino e inizio: “Tu sei l’amico dell’aviatore che si perde nel deserto, sei l’amico della volpe, sei quello che ama la rosa. Perché non torni nel tuo piccolo pianeta?”
“L’aviatore è morto. La volpe l’hanno presa i bracconieri e la rosa è appassita. E il pianeta è esploso nell’impatto con uno dei vostri satelliti. Sono tutti morti, siamo solo cenere calda. Non si può restare per tutta la vita piccoli principi, ma una cosa non cambia…”
“lo so…” e seguo una fetta di luna che si va a spalmare sulla lama della sua sciabola.
“L’essenziale è…” lo dice con una voce di rosa.
“Invisibile agli occhi.” Finisco io e restiamo così, sotto quella luna, in un deserto.


“Lo sai ma cerchi sempre di afferrare un senso nelle cose. Lo fai, sapendo benissimo che il più delle volte quello che ci capita non ha motivo. Accade. Senza scomodare leggi cosmiche o complicati calcoli di statistica. Cercare di capirci qualcosa è inutile. Pure che t’illudi di capire qualcosa, non cambierà mai niente.” lo dice e la sua voce si fa più roca. “Quello che deve accadere, accadrà. Puoi correre più di Forrest Gump ma la morte ti raggiungerà sempre. Siamo destinati a morire. L’unica cosa da capire è questa. Non serve affannarsi. Pure campando 120 anni, arriverà un momento in cui il cuore smetterà di pompare sangue e i polmoni si stancheranno di respirare ossigeno. Nessuno può sfuggirle. E io me ne sbatto i piccoli e principeschi coglioni: non voglio sapere quello che c’è dopo il confine…” il principino s’accende una sigaretta con un cerino, me ne porge una.
Faccio un tiro e mi ricordo che ho smesso. La scaglio e cerco le parole giuste per rispondergli: “Una vita per la morte mi va stretta. E la resurrezione dove la metti”
“Bella roba, quella! Hai visto “La notte dei morti viventi”? Alzarsi dalla tomba e cercare qualche cervello per finire riammazzati. Meglio restare sotto due metri di terra bagnata. Ti fai cremare o lasci il compito al tempo. Alla fine sei sempre cenere calda. Un mucchietto di cenere calda nelle mani di Qualcuno che ha uno strano senso dell’umorismo” Cade uno strano silenzio e una tristezza immensa si infila nei suoi occhi azzurri.
“E i miei sogni, le mie speranze, i miei figli? Dove li metti?” Lo so, mi sto cucendo un sudario di paranoie ma non ce la faccio a vederlo così giù.
“Saranno qualche granellino nel mucchietto. Anche i tuoi figli moriranno. Anche i tuoi nipoti. Così, per sempre.”


Sentivo la sua rabbia che riempiva quel deserto, io avevo chiuso da tempo con quelle elucubrazioni senza fine, sbiellare non era la mia massima aspirazione. Non voglio capire tutto della vita. Mi basta arrivare al numero 500 di Dylan Dog, vedere arrivare in libreria l’ultimo capitolo della saga della Torre Nera di Steve King e lasciare il fatidico segno del mio passaggio. I figli sono capaci di farli tutti, basta schizzare una goccia di vita dentro il buco in cui si cela l’origine del mondo. Un film, una poesia, un romanzo possono trapanarti lo sterno e toccarti il cuore anche se i registi e gli scrittori sono già cenere calda da cinquant’anni o da qualche secolo. Mi basta rivedere Forrest Gump, rileggere Itaca di Kavafis o Conversazione in Sicilia per palpeggiare le tette della felicità. Cambio di continuo taglio di capelli, modo di vestirsi e di parlare ma quelle tre ancore non le cambio. Se ne possono aggiungere altre ma quelle restano sempre con me. Ero perso nei miei pensieri, con i neuroni che filavano felici una ragnatela di belle speranze, ero lì con la luna sempre sopra di me quando il cielo all’improvviso si è offuscato.


Era un aeroplano: l’aviatore è tornato. Il piccolo principe ha scagliato la sua sigaretta lontano e piangendo è salito nella carlinga. Il suo amico è venuto a prenderlo, è venuto per fargli riscoprire l’essenziale.


Li ho visti volare via, oltre le antenne e gli aquiloni. Li ho seguiti con lo sguardo e poi ho guardato il deserto. Non c’era più: erano rifiorite le rose.

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