L’uomo scarafaggio abita lì, nella casa di fronte all’ospedale. La sua stanza ha una finestra che s’affaccia proprio sulla strada. Sento suonare un violino e poi nient’altro. Il portiere dello stabile mi chiede il motivo della visita, gli allungo 10 euro e lui mi sorride con gli ultimi tre denti che gli sono rimasti.
Sono ancora lì, a fissare le gengive del vecchio e subito scendono di corsa tre vecchi con le barbe bianche che caracollano dalle scale come se avessero le suole arroventate.
Salgo dalla scala e cerco il campanello dei Samsa. Suono una volta. E ancora una. Nessuna risposta.
È tardi per trovare un albergo, con altri venti euro il portiere mi sistema una branda nel sottoscala. Ci sono due o tre scarafaggi che zampettano proprio sotto di me. Magari loro lo sanno dove è finito Gregor.
La notte cade e ancora il taccuino è vuoto. Giro le pagine che stanno attaccate alla spirale e ripasso le domande. La prima è la domanda che preferisco: Signor Samsa, che cosa ha sognato la notte prima della sua metamorfosi? Stavolta becco il Pulitzer, me lo sento. Penso al premio e felice mi addormento.
All’alba mi sveglio di soprassalto, come se vicino a me due o trecento segretarie picchiassero nelle loro macchine da scrivere. Apro gli occhi: una processione di scarafaggi si snoda dalla mia branca sino al vicolo dietro il palazzo. Mi alzo.
Corro facendo attenzione a non schiacciare nessuno di quelle bucce di melanzane. Stanno piangendo. Piangono e le loro antenne suonano le note della marcia funebre di una marionetta.
Piangono la morte di Gregor. è lì, un’antenna esce dal bidone e vibra piano in quest’alba di ghiaccio.
Non sapremo mai quali erano quei sogni tormentati.

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